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Evin, il carcere simbolo della repressione colpito da un missile israeliano

A Teheran è noto come “l’università”, perché al suo interno sono detenuti migliaia di oppositori del regime. Costruito dallo Scià, oggi è un concentrato enorme di attivisti e intellettuali
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Evin è molto più di un carcere di massima sicurezza. È l’anima nera della Repubblica islamica, il fulcro del meccanismo di controllo e punizione con cui il regime tiene la pistola puntata alla tempia di chi dissente. Ma è anche vita, rivolta, una primavera iraniana pronta a sbocciare. Nelle sue celle langue la migliore intelligenza del Paese, sindacalisti, ambientalisti, attivisti, intellettuali e poeti, donne libere e uomini coraggiosi.

I ragazzi a Teheran la chiamano l’università di Evin perché dentro ci è cresciuta – letteralmente – una generazione di leader. Come Narges Mohammadi, la Nobel per la pace, o Nasrin Sotoudeh, la Mandela iraniana, avvocatessa che iniziò da giovanissima a battagliare contro la pena di morte e ha continuato per una vita intera, a fianco delle donne che rivendicano la propria autonomia. Nel 2017 fu lei ad assumere la difesa delle ragazze di via Rivoluzione che per prime si toglievano il velo in strada, sventolandolo sulle centraline elettriche, quando…

Evin è molto più di un carcere di massima sicurezza. È l’anima nera della Repubblica islamica, il fulcro del meccanismo di controllo e punizione con cui il regime tiene la pistola puntata alla tempia di chi dissente. Ma è anche vita, rivolta, una primavera iraniana pronta a sbocciare. Nelle sue celle langue la migliore intelligenza del Paese, sindacalisti, ambientalisti, attivisti, intellettuali e poeti, donne libere e uomini coraggiosi.

I ragazzi a Teheran la chiamano l’università di Evin perché dentro ci è cresciuta – letteralmente – una generazione di leader. Come Narges Mohammadi, la Nobel per la pace, o Nasrin Sotoudeh, la Mandela iraniana, avvocatessa che iniziò da giovanissima a battagliare contro la pena di morte e ha continuato per una vita intera, a fianco delle donne che rivendicano la propria autonomia. Nel 2017 fu lei ad assumere la difesa delle ragazze di via Rivoluzione che per prime si toglievano il velo in strada, sventolandolo sulle centraline elettriche, quando l’Occidente ancora le ignorava. Suo marito, Reza Khandan, è detenuto a Evin, colpevole anche lui di essere un attivista per i diritti umani. Qualche giorno fa aveva scritto una lettera alle autorità insieme ad altri prigionieri per chiedere semplicemente il rispetto della legge: detenuti liberi in tempo di guerra.

E invece la guerra è arrivata fino a Evin. Ieri mattina un missile israeliano ha colpito l’ingresso del penitenziario, in corrispondenza del braccio numero 4: ci sarebbero stati dei crolli. «Dietro la porta d’ingresso ci sono le guardie, i militari di leva e il percorso per l’entrata e l’uscita dei prigionieri», racconta l’attivista Atena Daemi, che ci ha passato anni prima di fuggire in Canada. «La procura di Evin è anche il luogo in cui vengono interrogati i nuovi arrestati, i prigionieri politici e dove familiari e avvocati si recano per seguire le vicende dei loro cari». Ci sono feriti, e un prigioniero ha raccontato che si sono interrotte le forniture di «acqua, elettricità o gas», probabilmente per un danno alle condutture. Dopo l’ «attacco, il livello di sicurezza nei reparti del carcere è stato notevolmente inasprito e la vita dei prigionieri è a rischio più che mai. In tempo di guerra, devono essere rilasciati immediatamente», dice Daemi.

Israele rivendica di aver colpito un simbolo della repressione, ma fin dall’inizio del conflitto la paura principale di molti attivisti riguarda proprio la protezione dei prigionieri politici. La storia offre ragioni per temere. Nell’ultimo anno del conflitto Iran-Iraq, l’ayatollah Khomeini e i suoi sodali, prima di bere “l’amaro calice della tregua”, fecero giustiziare migliaia di oppositori detenuti a Evin, comunisti, laici, musulmani, con l’accusa di essersi schierati col Mek, i Mojahedin del Popolo, dalla parte di Saddam.

Evin era stata costruita nel 1972 dallo Scià per rinchiuderci i suoi di oppositori. Divenne la tomba di ogni possibile alternativa alla Repubblica islamica. Oggi si stima che ci siano circa 15mila detenuti, nella maggioranza dei casi privati del diritto a una difesa indipendente. Le intelligence europee tengono gli occhi bene aperti su quello che succede a Evin perché se ci fosse un cambio di regime è lì che potrebbero verificarsi gli episodi più sanguinosi e bisogna capire se ci sono strade per proteggere i prigionieri politici, e il futuro.

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