Il re non è nudo, Khamenei è al comando. La guerra dei 12 giorni lascia una Guida ferita ma ancora salda, che potrebbe intraprendere strade opposte a quelle di chi desiderava un cambiamento politico o più flessibilità sul nucleare. «Userà il vecchio copione del suo modello di Stato: la resistenza, che significa non accettare i termini che gli Stati Uniti vorranno imporre, cercando di dotarsi di una leva più forte sul fronte nucleare e su quello militare», dice Abdolrasool Divsallar, docente alla Cattolica e profondo conoscitore dei meccanismi di funzionamento della Repubblica islamica.
Dal punto di vista dell’Iran è una guerra vinta?
«Ora tutti sostengono che hanno vinto la guerra. Gli iraniani sostengono che sono riusciti a colpire Israele in modo…
Il re non è nudo, Khamenei è al comando. La guerra dei 12 giorni lascia una Guida ferita ma ancora salda, che potrebbe intraprendere strade opposte a quelle di chi desiderava un cambiamento politico o più flessibilità sul nucleare. «Userà il vecchio copione del suo modello di Stato: la resistenza, che significa non accettare i termini che gli Stati Uniti vorranno imporre, cercando di dotarsi di una leva più forte sul fronte nucleare e su quello militare», dice Abdolrasool Divsallar, docente alla Cattolica e profondo conoscitore dei meccanismi di funzionamento della Repubblica islamica.
Dal punto di vista dell’Iran è una guerra vinta?
«Ora tutti sostengono che hanno vinto la guerra. Gli iraniani sostengono che sono riusciti a colpire Israele in modo continuativo, mostrando le falle nei sistemi di difesa aerea israeliani, e riuscendo a contrattaccare in un’operazione prolungata. Ma il nodo chiave è che il loro programma nucleare non si è ancora fermato: ci sono le conoscenze, le persone, l’industria per ricostruire rapidamente la maggior parte delle infrastrutture nucleari colpite, che rappresentano la loro principale leva in qualsiasi futuro negoziato».
Questa guerra potrebbe spingere Teheran verso la bomba o al contrario favorire nuovi negoziati con l’Occidente?
«Il calcolo nucleare iraniano si basava sul concetto di latenza nucleare, ovvero quando gli Stati mantengono il potenziale tecnologico e di materiali per poter costruire la bomba in un breve lasso di tempo. Questa era la logica dell’Iran, pur rispettando in un certo senso le norme e i trattati internazionali, adempiendo ai suoi obblighi ai sensi del Trattato di non proliferazione e rimanendo membro dell’Aiea. Credo che questa politica cambierà. La tesi degli iraniani oggi è che essere membro di trattati nucleari e rispettare l’Aiea non ha garantito la loro sicurezza. L’Aiea, sostengono, ha agito contro il suo mandato, fornendo informazioni segrete sui materiali nucleari a Israele. Di conseguenza, credo che l’Iran inizierà gradualmente a ritirarsi da questi trattati, a ridurre la sua cooperazione con l’Aiea e a rafforzare nuovamente le sue capacità nucleari, ma questa volta con un monitoraggio internazionale minore. Se l’obiettivo israeliano era la non proliferazione nucleare allora Israele non l’ha raggiunto, perché l’Iran ora è più determinato che mai».
Cosa potrebbe succedere dentro l’apparato della Repubblica islamica?
«Aumenterà una generale sfiducia nei confronti degli Stati Uniti. Trump è uscito dall’accordo sul nucleare iraniano nel 2018 e nel mezzo di una trattativa diplomatica ha bombardando i siti nucleari. Raggiungere un accordo con un’amministrazione del genere è ancora più pericoloso dal punto di vista degli iraniani».
Khamenei ha scelto, ancora una volta, una reazione controllata per evitare contraccolpi che mettessero a rischio la sopravvivenza del sistema. Ora cosa cambia nella sua leadership?
«Non credo che apporterà cambiamenti che trasformino radicalmente la Repubblica islamica o ne modifichino le politiche. Userà il vecchio copione del suo modello di Stato, la resistenza, che significa non accettare facilmente i termini che gli Stati Uniti vorranno imporre, cercando di creare maggiore influenza sul fronte nucleare e su quello militare e costruendo una propria narrativa di resistenza in tutta la regione. E, sfortunatamente, parte di questo processo potrebbe anche tradursi in una maggiore repressione interna».
Il sistema potrebbe diventare ancora più intransigente?
«Le infiltrazioni israeliane sono pesanti quindi penso che inizieranno a cercare di individuare e catturare talpe e spie. E questa sarà una scusa per reprimere anche chi non collabora necessariamente con Israele, ma è critico con la Repubblica islamica».
Gli elementi più moderati, come il presidente Pezeshkian, rischiano di essere messi da parte?
«Dipende anche molto da cosa proporranno all’Iran le potenze esterne. Se Trump e l’Europa optano per la sconfitta totale e per la resa, allora i falchi prevarranno. Se dovesse emergere una soluzione più equilibrata, i moderati potrebbero rafforzarsi».
Le straordinarie misure di sicurezza adottate per proteggere Khamenei saranno mantenute?
«L’entità dell’infiltrazione di Israele è stata immensa, qualcosa che non potranno gestire a breve termine. Queste misure resteranno in vigore».