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Festa in piazza a Teheran. Pezeshkian: “Una vittoria, siamo pronti a negoziare”

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Il presidente: “Eroica resistenza, non rinunciamo ai nostri diritti”. Caccia alle spie: repressione e arresti. Resta bloccato WhatsApp
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Al mercato di Teheran erano tutti storditi ieri mattina. Ventiquattrore di fuoco, letteralmente, il presidente americano che twitta “God bless Iran”, Dio benedica l’Iran, dopo aver bombardato Fordow e ventilato un cambio di regime. Un risveglio «distopico. Quando sono uscito in strada erano tutti confusi, nessuno credeva al cessate il fuoco», racconta Farzan, 30 anni, commerciante.
La nebbia si dirada col passare delle ore: la tregua sembra tenere. E la grancassa dei media governativi chiama la vittoria. In piazza Enghelab arrivano migliaia di manifestanti per celebrare «la vittoria». Sventolano le bandiere iraniane insieme a quelle di Hezbollah, gli alleati libanesi che si sono ben guardati dall’entrare nella mischia, scandiscono gli slogan di sempre: «Resisteremo fino alla fine», «L’America è complice di tutti i crimini del regime sionista», «No alla pace imposta, sì alla pace duratura».


La copertina del Teheran Times, …

Al mercato di Teheran erano tutti storditi ieri mattina. Ventiquattrore di fuoco, letteralmente, il presidente americano che twitta “God bless Iran”, Dio benedica l’Iran, dopo aver bombardato Fordow e ventilato un cambio di regime. Un risveglio «distopico. Quando sono uscito in strada erano tutti confusi, nessuno credeva al cessate il fuoco», racconta Farzan, 30 anni, commerciante.
La nebbia si dirada col passare delle ore: la tregua sembra tenere. E la grancassa dei media governativi chiama la vittoria. In piazza Enghelab arrivano migliaia di manifestanti per celebrare «la vittoria». Sventolano le bandiere iraniane insieme a quelle di Hezbollah, gli alleati libanesi che si sono ben guardati dall’entrare nella mischia, scandiscono gli slogan di sempre: «Resisteremo fino alla fine», «L’America è complice di tutti i crimini del regime sionista», «No alla pace imposta, sì alla pace duratura».


La copertina del Teheran Times, il principale giornale in lingua inglese, galvanizza la piazza: sulla foto dei missili che attraversano i cieli del Qatar campeggia il titolo: “Araldo della vittoria: L’Iran colpisce la più grande base americana nell’Asia occidentale”.

È gloria azzoppata per un paese che ha perso una quota significativa delle sue capacità difensive e di deterrenza, ma è pur sempre gloria utile a tenere alto il morale.

La realtà è come sempre più complessa: le prossime settimane saranno cruciali per il futuro dell’Iran e della regione. Teheran ha due scelte davanti: arrivare a un accordo con Trump, rinunciando all’arricchimento ma in cambio, forse, di nuovi affari e commerci o insistere sulla resistenza, mantenendo una posizione di sfida anche a costo di maggiore isolamento, pressioni e rischi. Il presidente Masoud Pezeshkian assicura che il suo paese rispetterà la tregua se gli israeliani faranno lo stesso, e apre a nuove trattative: «L’Iran è pronto a tornare al tavolo del negoziato ma non consentirà agli Stati Uniti di imporre con la forza condizioni ingiuste e non rinuncerà a far valere i propri diritti», dice al telefono con l’emiratino Bin Zayed. Negli stessi momenti l’agenzia atomica iraniana chiarisce che «il programma nucleare riprenderà, senza interruzioni» e che «l’Iran è pronto a riavviare l’arricchimento dell’uranio».

Per la società civile iraniana, sfinita da 12 giorni di guerra, è una sfida doppia. Senza un accordo, le tensioni sul nucleare potrebbero riemergere, accendere di nuovo il conflitto e isolare ancora di più il paese. E la repressione interna potrebbe farsi ancora più severa.

Le infiltrazioni israeliani sono diffuse e ormai palesi, e sotto la coperta dello spionaggio gli apparati di sicurezza potrebbe dar vita a un vero e proprio repulisti. Solo ieri, l’agenzia di stampa Tasnim, legata ai Pasdaran, riferiva di 115 arresti a Kermanshah, nell’Iran occidentale, per «propaganda contro lo Stato» e «minaccia alla sicurezza nazionale», accusa quest’ultima che può comportare anche il massimo della pena, la morte. Secondo i calcoli di Human Rights Activists News Agency (Hrana), un ong con sede all’estero, durante la guerra ci sono stati 705 arresti. Un cittadino europeo sarebbe stato fermato a Bandar Abbas «perché spiava zone sensibili e militari», dice sempre Tasnim. «Era entrato nel Paese come turista e aveva viaggiato in varie province, tra cui quella di Hormozgan, per raccogliere informazioni».

Il governo continua anche a filtrare internet e ha annunciato che non rimuoverà il blocco su WhatsApp, perché si è «messa al servizio dello spionaggio del nemico sionista». In compenso lascerà fiatare Telegram, la piattaforma più usata in Iran, perché è stata «neutrale».

Intanto il bilancio delle vittime del conflitto è salito a 610 morti e 4.700 feriti.

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