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Gaza, la trappola infernale della Ghf: in un mese 400 morti per il cibo

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La testimonianza degli operatori: “Nella Striscia la distribuzione degli aiuti alimentari è diventata una roulette russa”
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GERUSALEMME – Un operatore umanitario che parla da Gaza la racconta così: «È una roulette russa: sei disperato e vai ai centri di distribuzione di aiuti. Se non ti sparano e sei fortunato, vinci 25 chili di farina o un pacco di cibo. Se ti va male muori». Ieri è andata male a 33 persone, uccise mentre erano in fila in uno dei cinque centri (quattro operativi, uno in costruzione) che da un mese a questa parte sono l’unico punto di distribuzione di cibo nella Striscia. In questo periodo, secondo le Nazioni Unite, più di 400 sono morte nella stessa maniera. La maggior parte mentre era fuori dai centri di distribuzione, altri mentre aspettavano i pochi camion di farina con cui il World food program (Wfp) cerca di tenere aperte le panetterie di Gaza.

Da un mese – è il parere di diversi operatori umanitari con cui Repubblica ha parlato per questo articolo: la maggior parte ci ha chiesto di restare anonima per non perdere l’accesso– il cibo a Gaza è un’arma di guerra. Dopo averlo sosp…

GERUSALEMME – Un operatore umanitario che parla da Gaza la racconta così: «È una roulette russa: sei disperato e vai ai centri di distribuzione di aiuti. Se non ti sparano e sei fortunato, vinci 25 chili di farina o un pacco di cibo. Se ti va male muori». Ieri è andata male a 33 persone, uccise mentre erano in fila in uno dei cinque centri (quattro operativi, uno in costruzione) che da un mese a questa parte sono l’unico punto di distribuzione di cibo nella Striscia. In questo periodo, secondo le Nazioni Unite, più di 400 sono morte nella stessa maniera. La maggior parte mentre era fuori dai centri di distribuzione, altri mentre aspettavano i pochi camion di farina con cui il World food program (Wfp) cerca di tenere aperte le panetterie di Gaza.

Da un mese – è il parere di diversi operatori umanitari con cui Repubblica ha parlato per questo articolo: la maggior parte ci ha chiesto di restare anonima per non perdere l’accesso– il cibo a Gaza è un’arma di guerra. Dopo averlo sospeso per 12 settimane, in concomitanza con la fine della tregua con Hamas a marzo, Israele consente oggi l’accesso a quantità di aiuti minime: il risultato è che la popolazione è sull’orlo della fame e si accalca disperata ogni volta che si prospetta l’arrivo di un camion o apre uno dei centri di distribuzione attivi nella Striscia.

La maggior parte delle morti sono avvenute proprio in prossimità di queste strutture: a gestirle non sono le Nazioni Unite, né le organizzazioni umanitarie internazionali o le ong specializzate. Tutte hanno rifiutato di collaborare con la Gaza humanitarian foundation (Ghf), gruppo creato ad hoc da veterani americani in collaborazione con Israele. A tutti loro era stato chiesto di sottostare al modello Ghf: centri di distribuzione sorvegliati dai militari, quasi tutti concentrati nel sud, ad apertura limitata. «È un modo per far spostare la popolazione», sintetizza un funzionario Onu.

A più riprese gli operatori umanitari hanno sostenuto che la scarsità di cibo, l’impossibilità di distribuirlo in modo appropriato, e i punti dove sono stati costruiti i centri li avrebbero trasformati in luoghi a rischio. La cronaca di questo mese dimostra che avevano ragione.

I morti sono iniziati dal giorno dell’inaugurazione del nuovo sistema, in un crescendo che ha avuto picchi di decine di vittime in giornate come l’11 e il 17 giugno. Lo schema di queste stragi, secondo le testimonianze che abbiamo raccolto, è sempre lo stesso: si aprono i cancelli o arriva un camion, accorrono migliaia di persone, partono gli spari per disperderle. Queste ricostruzioni sono confermate anche dai portavoce dell’esercito israeliano, che a più riprese hanno ammesso che sono stati sparati «colpi di avvertimento per disperdere la folla».

«I centri sono in prossimità di basi militari. Per raggiungerli la gente deve percorrere chilometri a piedi. Si trovano in aree di combattimento, dove si corre il rischio di essere attaccati. Dal punto di vista architettonico sembrano costruiti per incoraggiare il panico nei beneficiari e facilitare una risposta violenta al panico stesso», sostiene in uno studio appena pubblicato per l’università di Harvard il professor Yakoov Garb, che insegna Sociologia ambientale alla Ben Gurion University qui in Israele.

«Da quando c’è questo sistema, la situazione umanitaria è peggiorata anziché migliorare», gli fa eco dal campo Alessandro Migliorati di Emergency. «Ogni volta che viene annunciata una distribuzione gli ospedali si riempiono di gente uccisa o ferita mentre cercava di prendere del cibo».

Il parere di Migliorati non è isolato. «Ghf è un espediente cinico per fingere il rispetto del diritto internazionale umanitario. In pratica, utilizza gli aiuti come strumento per sfollare le persone, nell’ambito di quella che sembra essere una strategia più ampia di pulizia etnica», sintetizza da Gaza City Angelo Rusconi, capo progetto di Medici senza frontiere. Sul funzionamento dei centri e in generale sulla distribuzione degli aiuti abbiamo chiesto risposte anche al Cogat (l’ufficio dell’esercito israeliano che coordina le attività nei Territori palestinesi) e alla stessa Ghf: ma non abbiamo ricevuto risposta. A più riprese il Cogat ha sostenuto che a Gaza entrano quantità di cibo sufficienti.

Nonostante che in queste settimane le voci critiche si siano moltiplicate, il modello Ghf si rafforza: ieri la Reuters ha svelato che il governo americano ha approvato un finanziamento di 30 milioni di dollari alla Ghf. Fondi inseriti nella categoria “direttive prioritarie” che consente di saltare i controlli a cui normalmente devono essere sottoposti i beneficiari di stanziamenti governativi.

«A Gaza – conclude uno dei nostri intervistati - stanno morendo quei principi minimi di umanità, quelle garanzie di base sancite dal diritto internazionale che ci eravamo dati dopo la Seconda guerra mondiale. Avevamo detto “mai più”, ma qui la gente viene uccisa mentre cerca cibo. E il mondo sta a guardare».

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