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L'analista: “Netanyahu risale nei sondaggi, ma andare al voto è un azzardo”

Meir Litvak

 

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Intervista a Meir Litvak: “Politicamente il primo ministro è uscito vincitore dalla campagna contro Teheran, ma questo non significa che il conflitto in corso da venti mesi sia per lui privo di insidie”
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Netanyahu politicamente è uscito vincitore dalla campagna contro l’Iran perché la maggior parte degli israeliani ha apprezzato l’offensiva, e Trump gli dà una mano quando dice che tutti i siti nucleari dei pasdaran sono stati distrutti, ma questo non vuol dire né che sarà sicuramente rieletto, né che la questione Gaza sia adesso per lui priva di insidie». A parlare è Meir Litvak, analista politico e orientalista, direttore del Centro sugli studi iraniani dell’Università di Tel Aviv.

I sondaggi danno Netanyahu in forte ripresa di consensi.

«Vero, però secondo l’ultimo che ho visto la sua coalizione di governo non ha ancora la maggioranza, pur avendo il Likud riguadagnato posizioni. Non credo proprio che, sull’onda dell’entusiasmo post-Iran, punterà a elezioni anticipate».

Nel caso, potrebbe presentarsi con una coalizione alternativa, più spostata al centro?

«No, nessuno dei possibili alleati moderati si fida più di lui. Ha ancora bisogno della destra messianica di Smotrich e B…

Netanyahu politicamente è uscito vincitore dalla campagna contro l’Iran perché la maggior parte degli israeliani ha apprezzato l’offensiva, e Trump gli dà una mano quando dice che tutti i siti nucleari dei pasdaran sono stati distrutti, ma questo non vuol dire né che sarà sicuramente rieletto, né che la questione Gaza sia adesso per lui priva di insidie». A parlare è Meir Litvak, analista politico e orientalista, direttore del Centro sugli studi iraniani dell’Università di Tel Aviv.

I sondaggi danno Netanyahu in forte ripresa di consensi.

«Vero, però secondo l’ultimo che ho visto la sua coalizione di governo non ha ancora la maggioranza, pur avendo il Likud riguadagnato posizioni. Non credo proprio che, sull’onda dell’entusiasmo post-Iran, punterà a elezioni anticipate».

Nel caso, potrebbe presentarsi con una coalizione alternativa, più spostata al centro?

«No, nessuno dei possibili alleati moderati si fida più di lui. Ha ancora bisogno della destra messianica di Smotrich e Ben-Gvir».

E Naftali Bennet? Di destra anche lui, è considerato il vero avversario di Netanyahu. Ha chance?

«Prima dell’attacco all’Iran dicevo che ne aveva molte, ora meno. Però c’è tempo prima delle prossime elezioni, e tra qualche mese l’enorme costo dell’offensiva contro l’Iran avrà ripercussioni sul già disastroso bilancio dello Stato, quindi sulle tasche degli israeliani».

Teme derive anti-democratiche?

«Sì. Netanyahu può usare questa ritrovata popolarità per minare il sistema di pesi e contrappesi che l’ordinamento israeliano prevede. C’è il progetto di riformare la Israeli Public Broadcasting Corporation (trasmette il canale televisivo Kan, ndr) togliendo l’informazione e rendendo la rete meno indipendente. Il primo ministro, poi, sta provando a rimuovere la procuratrice generale che si occupa delle inchieste che lo riguardano e punta a mettere uno suo fedelissimo alla guida dello Shin Bet. Anche il comunicato di ieri dell’Agenzia atomica israeliana, che accredita la tesi secondo cui il raid americano ha annichilito l’intero programma nucleare iraniano, fa pensare a forti pressioni dal governo, poiché, come si sa, nessuno è in grado di quantificare con certezza l’entità dei danni dei bombardamenti. Insomma, non mi stupisco che il più stretto alleato di Netanyahu in Europa sia l’ungherese Victor Orbán, teorico della democrazia illiberale».

Dopo l’aiuto con l’Iran, Trump sembra spingere perché Israele chiuda la guerra a Gaza con un accordo con Hamas. È possibile?

«Gli ostacoli per Netanyahu sono due. La sua strategia, in questi venti mesi di guerra, è stata affermare di voler continuare la guerra per eliminare totalmente Hamas, ma se firma l’accordo per il cessate il fuoco non potrà dire di aver distrutto Hamas. Inoltre sarà attaccato da destra, da Smotrich e Ben-Gvir, i quali potrebbero togliergli l’appoggio».

La questione della coscrizione obbligatoria per gli ultra-ortodossi influenzerà le scelte su Gaza?

«È un tema centrale, sta generando forti critiche tra i sionisti religiosi, che in termini di perdite di soldati hanno pagato il tributo più alto. Sono infuriati con Smotrich e Netanyahu perché, nonostante i pronunciamenti della Corte Suprema, non riescono a obbligare gli ultra-ortodossi al servizio militare. E se alla fine della guerra gli ultra-ortodossi fossero ancora esentati, la tensione crescerebbe».

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