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La tentazioni di Netanyahu: chiudere la guerra a Gaza e poi elezioni anticipate

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Il premier può approfittare dell’euforia per il colpo all’Iran. Ma l’uccisione di 7 soldati riporta Israele alla realtà del post 7 ottobre
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GERUSALEMME – Dopo i giorni della paura e dell’euforia per la campagna lanciata contro l’Iran, sette morti riportano l’attenzione di Israele su Gaza. I soldati sono stati uccisi ieri a Khan Younis: appartenevano a un gruppo di ingegneri militari e secondo la ricostruzione dell’Idf il loro veicolo è saltato in aria dopo che un militante palestinese è riuscito ad attaccare un ordigno ai veicolo dove viaggiavano.

Nella giornata di ieri nella Striscia sono morti anche 79 palestinesi in vari attacchi israeliani: 33 mentre erano in fila per gli aiuti umanitari gestiti dallo stesso Israele. Ma, come sempre accade, questa storia non ha raggiunto i telegiornali, monopolizzati dai volti dei sette soldati caduti.

Lo shock per l’accaduto – erano settimane che dalla Striscia non arrivava un bilancio così pesante per Israele – ha dato al dibattito in corso qui un ulteriore senso di urgenza. I commentatori concordano sul fatto che, dopo aver incassato il successo militare con l’Iran, per Ne…

GERUSALEMME – Dopo i giorni della paura e dell’euforia per la campagna lanciata contro l’Iran, sette morti riportano l’attenzione di Israele su Gaza. I soldati sono stati uccisi ieri a Khan Younis: appartenevano a un gruppo di ingegneri militari e secondo la ricostruzione dell’Idf il loro veicolo è saltato in aria dopo che un militante palestinese è riuscito ad attaccare un ordigno ai veicolo dove viaggiavano.

Nella giornata di ieri nella Striscia sono morti anche 79 palestinesi in vari attacchi israeliani: 33 mentre erano in fila per gli aiuti umanitari gestiti dallo stesso Israele. Ma, come sempre accade, questa storia non ha raggiunto i telegiornali, monopolizzati dai volti dei sette soldati caduti.

Lo shock per l’accaduto – erano settimane che dalla Striscia non arrivava un bilancio così pesante per Israele – ha dato al dibattito in corso qui un ulteriore senso di urgenza. I commentatori concordano sul fatto che, dopo aver incassato il successo militare con l’Iran, per Netanyahu questo sarebbe il momento ideale per chiudere anche la guerra a Gaza, sigillando così il consenso che ha riacquistato nell’opinione pubblica con l’operazione su Teheran e avviandosi a un confronto elettorale dove secondo i sondaggi – per la prima volta dal 7 ottobre 2023 – potrebbe uscire vincitore: o almeno, non totalmente sconfitto. Gli editorialisti più arditi ieri scrivevano che a completamento del pacchetto, il primo ministro starebbe lavorando anche a un’alleanza con l’Arabia Saudita, da firmare sotto l’egida di Trump che a Riad è vicinissimo.

Vero o falso? È tutto da vedere. A margine del vertice Nato, il presidente americano ha parlato di «grandi progressi realizzati su Gaza», dopo che il suo inviato speciale Steve Witkoff si era spinto a definire «molto vicina» una soluzione. Che qualcosa si muova, dopo l’annuncio del Qatar sulla ripresa di contatti fra Israele e Hamas, sembrerebbero dimostrarlo anche le indiscrezioni pubblicate dalla stampa saudita che parlavano di progressi in corso, ma qui in Israele chi segue il negoziato da vicino appare molto scettico: «Sul tavolo restano gli ostacoli di sempre.

Hamas vuole che venga dichiarata la fine della guerra e che l’America si faccia garante di questo impegno: Netanyahu questo lo ha sempre rifiutato. Israele da parte sua chiede che da Gaza scompaiano tutte le armi, prima di tutto quelle di Hamas: cosa che il gruppo finora non è stato disposto ad accettare», spiega la nostra fonte.

I prossimi giorni per il premier saranno un test importante dal punto di vista dell’opinione pubblica. Con la revoca delle restrizioni alle attività pubbliche imposte con l’attacco all’Iran, le famiglie degli ostaggi stanno già tornando in piazza. «Se Netanyahu ha avuto successo sull’Iran può riportare a casa gli ostaggi», recita un comunicato del Forum che le riunisce. «È tempo di riprendersi le strade in massa», è l’appello di Anat Angrest, il cui figlio Matan è prigioniero nella Striscia. Bisognerà vedere se Israele, dopo 20 mesi, sarà ancora disposto a seguire lei e le altre famiglie.

Nel frattempo, un altro fronte rischia di incendiarsi: quello mai sopito della Cisgiordania. Tre palestinesi sono stati uccisi e sette feriti in un attacco di coloni alle porte di Ramallah nell’ennesimo episodio di violenza da parte degli abitanti delle comunità israeliane create su terre espropriate ai palestinesi.

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