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Teheran chiude all’Aiea: “Non torneremo al tavolo”. Esecuzioni e arresti a nord

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Il governo rivendica il diritto di sviluppare l’atomico civile. Finita la guerra, inizia la persecuzione dei “sospetti”
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La guerra è finita, ma la sfida inizia adesso. La prima reazione di Teheran dopo il cessate il fuoco va in direzione contraria a quello che chiedono europei, americani e l’Aiea, ovvero il ritorno al tavolo del negoziato. Ieri il parlamento iraniano ha approvato un disegno di legge per sospendere la cooperazione con l’Aiea, l’organismo di controllo nucleare delle Nazioni Unite: gli ispettori dell’Agenzia non avranno il diritto di entrare nel Paese per i controlli fino a quando non sarà garantita la sicurezza degli impianti nucleari e delle attività nucleari pacifiche del Paese. Era una conseguenza prevedibile dell’attacco israeliano, che ha rafforzato nella leadership iraniana la convinzione che la diplomazia nucleare sia inaffidabile, che si può anche negoziare ma i trattati e gli accordi internazionali si sono dimostrati incapaci di difendere il paese da attacchi esterni.

«Penso che sia naturale che i rappresentanti di una nazione che ha subito un’aggressione così grave riconsiderin…

La guerra è finita, ma la sfida inizia adesso. La prima reazione di Teheran dopo il cessate il fuoco va in direzione contraria a quello che chiedono europei, americani e l’Aiea, ovvero il ritorno al tavolo del negoziato. Ieri il parlamento iraniano ha approvato un disegno di legge per sospendere la cooperazione con l’Aiea, l’organismo di controllo nucleare delle Nazioni Unite: gli ispettori dell’Agenzia non avranno il diritto di entrare nel Paese per i controlli fino a quando non sarà garantita la sicurezza degli impianti nucleari e delle attività nucleari pacifiche del Paese. Era una conseguenza prevedibile dell’attacco israeliano, che ha rafforzato nella leadership iraniana la convinzione che la diplomazia nucleare sia inaffidabile, che si può anche negoziare ma i trattati e gli accordi internazionali si sono dimostrati incapaci di difendere il paese da attacchi esterni.

«Penso che sia naturale che i rappresentanti di una nazione che ha subito un’aggressione così grave riconsiderino il modo in cui hanno interagito con l’Aiea», spiega il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, che allarga il ragionamento anche al Trattato di non-proliferazione, in base al quale gli Stati non nucleari si impegnano a non sviluppare armi nucleari, ma hanno il diritto di sviluppare energia nucleare a fini pacifici. «Se vogliamo essere membri responsabili del Tnp, dobbiamo poter godere dei diritti riconosciuti a tutti gli stati firmatari di questo trattato». Baghaei parla per un governo, quello che del presidente Pezeshkian, che è espressione dell’ala più pragmatica e moderata del sistema, ma le voci all’interno del sistema che ora chiedono una bomba stanno aumentando.

Enrique Mora è tra i pochi diplomatici europei a conoscere a fondo il programma nucleare iraniano. Ha trattato con Teheran per conto di Josep Borrell, quando guidava la diplomazia europea: «Il 21 giugno 2025 potrebbe passare alla storia non come il giorno in cui è terminato il programma nucleare iraniano – scrive - ma come il giorno in cui è stato forgiato in modo irreversibile un Iran dotato di armi nucleari». Tornare al negoziato è più necessario che mai, ma è anche molto più difficile di due settimane fa.

La seconda conseguenza della guerra dei 12 giorni è l’ondata di repressione in corso in queste. Le forze di sicurezza hanno avviato una campagna di arresti su larga scala, almeno 700 secondo la ong Hrna. Era quello che temevano attivisti e difensori dei diritti umani schierati fin dal primo giorno contro la guerra: che il conflitto spingesse gli apparati a compattarsi e a usare la mano dura, usando le accuse di spionaggio come copertura per avviare un repulisti anche contro dissidenti e critici.

La repressione più dura è nelle zone curde del nord. «Le unità paramilitari delle Guardie Rivoluzionarie e dei Basij sono state messe in stato di allerta e la sicurezza interna è ora l’obiettivo principale», riferisce la Reuters citando un funzionario della sicurezza di Teheran. Ieri a Urmia, vicino al confine turco, sono state giustiziate tre persone, accusate di aver «importato equipaggiamento terroristico per utilizzato per assassinare una figura di spicco», lo scienziato Mohsen Fakhrizadeh considerato il padre del programma nucleare iraniano e assassinato nel 2020.

Truppe e agenti di sicurezza sono stati dispiegati al confine con Pakistan, Iraq e Azerbaijan, e forze di polizia sono schierate in gran numero nelle città curde di Kermanshah e Sanandaj, dove il governo teme che possano accendersi proteste. Indebolita la catena di comando militare, ora Khamenei deve ricostituire i vertici, e il primo obiettivo è “sradicare” qualsiasi sospetto di slealtà tra i suoi ranghi. Diversi comandanti sono stati uccisi ma ci sono anche sopravvissuti eccellenti come il generale Esmail Qaani, il successore di Soleimani a capo della forza Quds dei Pasdaran: è comparso ieri in piazza a Teheran durante le «celebrazioni della vittoria». Nei prossimi giorni si terranno i funerali delle vittime: almeno 627, dice il ministero della Salute.

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