Alleati promossi, tranne uno. Donald Trump stringe mani, sorride, scambia battute con molti leader. Ma ignora deliberatamente il premier spagnolo Pedro Sánchez, che si trova a pochi passi al momento dello scatto della foto di famiglia. Nessun saluto, nessun cenno. Poi, nella conferenza stampa finale, arriva l’affondo. Il presidente americano si autocompiace per l’esito del vertice, si attribuisce il merito di aver rilanciato l’Alleanza, e si scaglia contro Sánchez. «La Spagna è terribile» dice. «È l’unico Paese che si rifiuta di portare la spesa militare oltre il 2% del Pil». Poi la minaccia, esplicita: «Quando negozieremo un accordo commerciale, le faremo pagare il doppio». Trump parla di dazi, e accusa Madrid di voler «essere protetta senza pagare». «Non funziona così», taglia corto.
L’intera regia del vertice è stata studiata per evitare frizioni con il leader Usa. Volodymyr Zelensky ha dovuto accontentarsi di un posto al tavolo del pre-vertice, non alla plenaria. La dichiarazione…
Alleati promossi, tranne uno. Donald Trump stringe mani, sorride, scambia battute con molti leader. Ma ignora deliberatamente il premier spagnolo Pedro Sánchez, che si trova a pochi passi al momento dello scatto della foto di famiglia. Nessun saluto, nessun cenno. Poi, nella conferenza stampa finale, arriva l’affondo. Il presidente americano si autocompiace per l’esito del vertice, si attribuisce il merito di aver rilanciato l’Alleanza, e si scaglia contro Sánchez. «La Spagna è terribile» dice. «È l’unico Paese che si rifiuta di portare la spesa militare oltre il 2% del Pil». Poi la minaccia, esplicita: «Quando negozieremo un accordo commerciale, le faremo pagare il doppio». Trump parla di dazi, e accusa Madrid di voler «essere protetta senza pagare». «Non funziona così», taglia corto.
L’intera regia del vertice è stata studiata per evitare frizioni con il leader Usa. Volodymyr Zelensky ha dovuto accontentarsi di un posto al tavolo del pre-vertice, non alla plenaria. La dichiarazione finale è stata ridotta a cinque paragrafi, contro i trentotto dello scorso anno a Washington, senza menzione esplicita di guerra o invasione russa in Ucraina. In questo equilibrio precario, con qualche eccesso di lusinga e piaggeria per blandire il presidente americano, Sánchez si è smarcato, mettendo in imbarazzo gli altri leader europei. Alla vigilia del vertice ha annunciato di aver ottenuto una deroga al nuovo obiettivo di spesa fissato al 5% del Pil. Un segnale che ha rischiato di fare proseliti. Nel giro di poche ore, Belgio e Slovacchia hanno tentato di accodarsi alla posizione spagnola, salvo poi fare marcia indietro.
Il premier spagnolo ha persino diffuso una lettera in cui il segretario generale della Nato, Mark Rutte, concedeva alla Spagna la “flessibilità per determinare un percorso sovrano” verso gli obiettivi. Un messaggio pensato per rassicurare i partiti di sinistra che sostengono il suo governo di minoranza, sempre più critici verso l’aumento della spesa militare a scapito del Welfare. E così Rutte si è ritrovato per la seconda volta in poche ore al centro di un cortocircuito diplomatico, dopo che già Trump aveva pubblicato un suo messaggio privato. «L’Europa pagherà molto, e sarà una tua vittoria» assicurava il segretario della Nato, usando le maiuscole amate dal presidente americano. Rutte ha poi dovuto intervenire per provare a chiudere il caso Madrid, rettificando il contenuto della lettera diffusa, chiarendo che nessuna eccezione è prevista all’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035.
Il premier spagnolo è entrato nella riunione mattutina all’Aia visibilmente isolato, senza parlare con nessun altro omologo. Un solo, rapido scambio con il presidente turco Erdogan. Alla fine però Sánchez ha firmato la dichiarazione finale, sottolineando che la Spagna raggiungerà il 2,1% del Pil in spesa militare, quasi raddoppiando quella attuale all’1,3%, e che rispetterà gli obiettivi «sulle capacità tecniche e operative». Il leader spagnolo ha provato a ridimensionare lo scontro con il presidente americano. «Non ho potuto salutare Trump? È stata una casualità», ha detto, precisando di non aver avuto occasione di parlargli. «Oggi vincono la Nato e la Spagna», ha aggiunto. «Siamo un Paese affidabile, fedele agli impegni».
Al potere da sette anni, Sánchez prova a sopravvivere al nuovo scandalo di corruzione che punta al vertice del Psoe. Il leader socialista ha già dimostrato una notevole resilienza politica, riuscendo a restare alla Moncloa dopo le elezioni del 2023, vinte sulla carta dal Partito popolare. Il suo governo di minoranza va avanti grazie all’appoggio esterno degli indipendentisti, con cui il premier ha negoziato fino all’ultimo anche durante il vertice all’Aia, per blindarsi contro eventuali mozioni di sfiducia. Proprio ieri, mentre era al vertice Nato, Sánchez ha confermato la volontà di ricandidarsi nel 2027, restando convinto che le indagini su presunte tangenti che coinvolgono direttamente il suo entourage non potranno fermarlo. «Sì, mi ricandido», ha detto il premier. «Nonostante gli attacchi, abbiamo il sostegno della maggioranza della popolazione». Ed è probabile che Sánchez abbia calcolato che il duello con Trump possa portargli consensi in patria e anche oltre, nella sinistra europea.