TEL AVIV – È una nuova era, una nuova regione, quella che Benjamin Netanyahu presenta ai suoi cittadini all’indomani del cessate il fuoco con l’Iran. Un’era di pace destinata a cambiare le sorti di Israele e sue personali, con l’aiuto dell’uomo che più di ogni altro lo ha aiutato a raggiungere il sogno di fermare il programma nucleare iraniano, Donald Trump. «Questa vittoria ci offre l’opportunità di ampliare drasticamente gli accordi di pace. Ci stiamo lavorando con entusiasmo – ha detto ieri sera il premier in un discorso alla nazione -: oltre alla liberazione degli ostaggi e alla sconfitta di Hamas, c’è un’opportunità che non dobbiamo perdere».
L’opportunità si chiama Patto di Abramo, quell’accordo firmato nel 2020 durante la prima Amministrazione Trump che ha segnato il riconoscimento di Israele da parte di una serie di Paesi arabi e musulmani: e che oggi potrebbe essere esteso ad altre nazioni. L’Indonesia, la Siria e magari anche il Libano e l’Arabia Saudita, secondo le i…
TEL AVIV – È una nuova era, una nuova regione, quella che Benjamin Netanyahu presenta ai suoi cittadini all’indomani del cessate il fuoco con l’Iran. Un’era di pace destinata a cambiare le sorti di Israele e sue personali, con l’aiuto dell’uomo che più di ogni altro lo ha aiutato a raggiungere il sogno di fermare il programma nucleare iraniano, Donald Trump. «Questa vittoria ci offre l’opportunità di ampliare drasticamente gli accordi di pace. Ci stiamo lavorando con entusiasmo – ha detto ieri sera il premier in un discorso alla nazione -: oltre alla liberazione degli ostaggi e alla sconfitta di Hamas, c’è un’opportunità che non dobbiamo perdere».
L’opportunità si chiama Patto di Abramo, quell’accordo firmato nel 2020 durante la prima Amministrazione Trump che ha segnato il riconoscimento di Israele da parte di una serie di Paesi arabi e musulmani: e che oggi potrebbe essere esteso ad altre nazioni. L’Indonesia, la Siria e magari anche il Libano e l’Arabia Saudita, secondo le indiscrezioni che circolano qui.
Per delinearla, per parlare prima di tutto di Gaza e di come chiudere la guerra che Israele ha lanciato sulla Striscia dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Netanyahu si prepara ad andare a Washington: «I tempi sono ancora da definire», dice la portavoce della Casa Bianca, ma i commentatori qui parlano delle prossime due settimane. Lo stesso spazio di tempo in cui pensano che si possa sbloccare la trattativa su Gaza.
Di un accordo complessivo, teso a raggiungere un compromesso sul presente e sul futuro della Striscia e della regione, farebbero parte le parole del presidente americano, che ieri con un post su Truth, si è detto «scioccato nell’apprendere che Israele, che ha appena vissuto uno dei suoi momenti più grandiosi della storia, guidato con forza da Netanyahu, stia continuando la sua ridicola caccia alle streghe contro di lui». «Il processo a Bibi - ha aggiunto - dovrebbe essere annullato immediatamente, oppure dovrebbe essere concessa la grazia a un grande eroe che ha fatto così tanto per Israele».
Un’ingerenza del tutto inusuale negli affari interni di uno Stato sovrano, accolta con freddezza dal mondo politico locale ma in qualche maniera validata dal presidente della Repubblica Isaac Herzog: dopo aver negato che la concessione della grazia - che rientra tra i suoi poteri - sia sul tavolo, in una nota il capo dello Stato ha caldeggiato la possibilità che la vicenda giudiziaria del primo ministro possa concludersi con un patteggiamento. Netanyahu è sotto processo da cinque anni per tre diversi casi di corruzione, frode e abuso di fiducia: già prima del 7 ottobre 2023, il procedimento aveva segnato una profonda rottura fra il primo ministro e una parte dell’elettorato.
Se anche di questo si parlerà a Washington, l’argomento più urgente nell’agenda di Netanyahu e di Trump resta Gaza: ieri nella Striscia c’è stata l’ennesima giornata drammatica. Più di sessanta persone sono state uccise dal fuoco israeliano. E Israele ha ordinato la sospensione della distribuzione di aiuti nel Nord, la zona più popolata dell’enclave. Qui a gestire i pochi camion ammessi sono stati finora gruppi individuati dagli stessi israeliani: clan o tribù, secondo la definizione della stampa locale, che avrebbero il vantaggio di non essere Hamas, ma che al gruppo islamista cederebbero parte dei beni in loro controllo.
È impossibile dire se questo sia vero o no: di certo c’è il fatto che il governo ha bloccato gli aiuti fino a quando non ci saranno soluzioni alternative. È proseguita invece la distribuzione al Sud, nei centri gestiti dalla Gaza humanitarian foundation alle cui porte nei giorni scorsi decine di persone erano state uccise mentre aspettavano i pacchi con gli aiuti alimentari. Secondo una nota diffusa ieri dall’organizzazione, ieri sono state consegnate 38.880 scatole di cibo. Mentre al gruppo ieri sono arrivati 30 milioni di dollari dal dipartimento di Stato americano. Questo tuttavia non modifica la diffidenza che le Nazioni Unite e le grandi organizzazione umanitarie nutrono nei confronti di questa realtà, creata appositamente per collaborare con Israele sulla distribuzione del cibo a Gaza e i cui metodi sono stati a più riprese criticati dai maggiori attori umanitari.