Esteri

Morto Clark Olofsson, il rapitore che sedusse l’ostaggio e ispirò la sindrome di Stoccolma

Clark Olofsson
Clark Olofsson 

Protagonista della celebre rapina del 1973. Una ragazza rimasta 130 ore nel caveau della banca si legò in modo patologico a lui

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LONDRA – Se n’è andato il rapinatore che, dopo essere rimasto chiuso per sei giorni con alcuni ostaggi nel forziere della banca che voleva derubare, ha creato la “sindrome di Stoccolma”: la teoria, non comprovata dalla scienza ma diffusa dai media e da un’infinità di film, secondo cui una vittima si innamora o ha comunque sentimenti di affetto per il proprio carnefice. È morto a 78 anni Clark Olofsson, l’uomo che ha fatto nascere la domanda: si può amare chi ti fa del male? Era stato, anche per questo, uno dei più celebri criminali svedesi, protagonista di evasioni, condanne per tentato omicidio, aggressioni, spaccio di stupefacenti. Aveva trascorso più delle metà della vita in carcere. Ma la sua fama è legata alla settimana trascorsa nel caveau di una banca da cui non riuscì a portare fuori nemmeno un soldo.

Era l’estate del 1973. “Non fategli del male”, urlava Kristin Enmark, una degli ostaggi, agli agenti di polizia che li liberarono. Olofsson le sorrise e le fece l’occhiolino. Bastò questo a farlo entrare nella storia. Il dottor Nils Bejerot, criminologo e psichiatra che aveva assistito le forze dell’ordine durante il sequestro, parlò per primo di “comportamento allarmante” da parte della ragazza, che si era legata in modo patologico al rapitore. Un sentimento apparentemente inspiegabile. Lo psichiatra coniò la definizione “sindrome di Norrmalmstorg”, dal nome della piazza della capitale svedese dov’era situata la banca presa d’assalto: diventò poi nel linguaggio comune la “sindrome di Stoccolma”. Il criminale, scontata la pena, si sposò, ebbe figli, e ha fatto in tempo a vedersi raccontato in una serie tv su Netflix che lo dipinge quasi come un eroe. La sua prigioniera ha scritto un’autobiografia.

La dipendenza psicologica

Gli psicologi descrivono la sindrome di Stoccolma come un particolare stato di dipendenza che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica. Il soggetto affetto dalla sindrome, durante i maltrattamenti subiti, prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà con il suo carnefice. La sindrome viene spesso evocata nei resoconti giornalistici o in opere di fantasia, ma non è inserita in nessun sistema internazionale di classificazione psichiatrica né in alcun manuale di psicologia. Generalmente viene ritenuta un caso particolare del fenomeno più ampio dei legami traumatici, ovvero quei legami fra due persone in cui una gode di una posizione di potere nei confronti dell'altra, in presenza o meno di situazioni di violenza.

La rapina del ‘73

L’espressione fu usata per la prima volta da un’agente di polizia in seguito al sequestro di un gruppo di persone avvenuto il 23 agosto 1973 a Stoccolma, quando Jan-Enrik Olsson, un uomo di 32 anni evaso dalla prigione dove era detenuto per furto, tentò una rapina alla sede della Sveriges Kreditbanken, prendendo in ostaggio tre donne e un uomo: Elisabeth Oldgren, 21 anni, cassiera; Kristin Enmark, 23 anni, stenografa; Birgitta Lundblad, 31 anni, impiegata; Sven Säfström, 24 anni, un impiegato assunto da pochi giorni. Olsson chiese come riscatto la liberazione di un altro detenuto, appunto Clark Olofsson a cui fu concesso di raggiungere il complice. Le autorità acconsentirono a tutte le richieste del sequestratore, compresa un'automobile per la fuga. La prigionia e la convivenza forzata degli ostaggi con i rapinatori durarono oltre 130 ore al termine delle quali, grazie a gas lacrimogeni lanciati dalla polizia, i malviventi si arresero e gli ostaggi vennero rilasciati senza che nei loro confronti fosse stata posta in essere alcuna azione violenta da parte del sequestratore. La vicenda attirò l’attenzione dell’opinione pubblica svedese e della stampa internazionale.

Durante la prigionia, come risulterà in seguito, gli ostaggi temevano più la polizia che non gli stessi sequestratori. Il locale in cui i fatti si svolsero, e in cui le sei persone vissero per circa sei giorni, era simile a un corridoio, lungo circa sedici metri, largo poco più di tre e mezzo, ricoperto di moquette. Rintanati in questo ambiente ristretto, si verificarono vari episodi di gentilezza da parte dei rapitori: ad esempio, Olofsson diede una giacca di lana all’ostaggio Kristin Enmark che aveva freddo, la calmò a seguito di un brutto sogno e le permise di camminare fuori dal caveau (tenuta stretta però a una corda di una decina di metri). A seguito di quest’ultimo evento, la vittima raccontò un anno dopo in un’intervista che, sebbene fosse legata, sentì gratitudine nei confronti del carceriere, poiché le attenzioni ricevute da parte di quest'ultimo indussero lei e le altre vittime a sentirsi trattati con gentilezza. Un altro ostaggio, Sven Säfström, arrivò a dire che si potrebbe "pensare a lui come a un Dio di emergenza”. Nel corso delle lunghe sedute psicologiche a cui i sequestrati vennero sottoposti dopo il rilascio, si manifestò tra loro un atteggiamento positivo verso i malviventi.

Dal secondo giorno gli ostaggi avevano sviluppato un rapporto che li portò a stare dalla loro parte, temendo la polizia più dei loro stessi rapitori e, anche se sotto minaccia di un’arma da fuoco, provavano compassione per i loro rapitori. Il rapporto che si sviluppò fu tale che quando Olofsson disse alla polizia che avrebbe sparato alla gamba di Safstrom, questi pensò che il suo carceriere fosse stato gentile a volerlo soltanto ferire. Quando poi gli ostaggi vennero liberati, quest'ultimi si preoccuparono dell’incolumità dei propri carcerieri. Anche successivamente le vittime continuarono a esprimere sentimenti contrastanti e apparentemente irrazionali nei confronti dei rapitori. Gli psichiatri spiegarono che gli ostaggi erano diventati emotivamente debitori ai loro rapitori, e non alla polizia, perché non li avevano uccisi. Dopo l’arresto gli ex ostaggi fecero visite in carcere ai loro ex carcerieri. Dopo pochi mesi dai fatti, gli psichiatri soprannominarono lo strano fenomeno “Sindrome di Stoccolma”, intesa come una reazione emotiva automatica, sviluppata a livello inconscio, al trauma di essere una vittima.

Il caso Patty Hearst

Il termine entrò nel lessico popolare nel 1974, quando venne usato come difesa per Patty Hearst, l’ereditiera americana rapita da esponenti di un gruppo terroristico, che finì per diventare loro complice in una serie di rapine. Ma la tesi dei suoi avvocati per dimostrarne l'innocenza non venne accettata nel processo e fu condannata come complice a sette anni di carcere. Altri casi citati come prova della sindrome di Stoccolma includono quello di Giovanna Amati, futura pilota automobilistica, figlia dell'industriale cinematografico Giovanni Amati e dell'attrice Anna Maria Pancani, sequestrata nella villa di famiglia nel febbraio 1978. Il padre, dopo lunghi giorni di trattative, pagò un riscatto di 800 milioni di lire e la figlia fu liberata il 27 aprile. Si trattò di un rapimento molto chiacchierato: si disse che, durante la prigionia, la giovane donna si fosse invaghita di uno dei suoi rapitori, il marsigliese Jean Daniel Neto, che fu arrestato in via Veneto, a Roma, qualche giorno dopo la liberazione della Amati.

Poi c’è stata la vicenda di Natascha Kampusch, la ragazza che ha vissuto segregata col suo rapitore Wolfaganf Priklopil dal marzo 1998 al 23 agosto 2006, quando riuscì a fuggire. Al processo testimoniò di avere avuto più volte la possibilità di scappare, ma preferì restare col rapitore. Il motivo della fuga, a quanto pare, non era stato un desiderio di libertà, ma un litigio col rapitore. La vittima, intervistata dalla televisione austriaca un mese dopo i fatti, ha smentito tuttavia le voci sulla sua presunta “sindrome di Stoccolma”, affermando di non aver mai rinunciato all’idea di scappare.

Tra i numerosi film ispirati alla sindrome di Stoccolma figurano “Ore contate” con Dennis Hopper e Jodie Foster, “Quel pomeriggio di un giorno da cani” con Al Pacino, “Un mondo perfetto” con Clint Eastwood, “Il portiere di notte” diretto da Liliana Cavani e “Legami” diretto da Pedro Almodovar.

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