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Stati Uniti, bimbo malato di leucemia arrestato per essere deportato: “Atto disumano degli agenti”

An unidentified immigrant is detained by US Immigration and Customs Enforcement (ICE) agents inside the Federal Plaza courthouse following his legal proceedings on June 27, 2025 in New York. In recent weeks, there has been an uptick of immigration enforcement operations at courthouses, as thousands of migrants pursue the asylum process by attending hearings. Agents from US Immigration and Customs Enforcement (ICE) enter the court facilities unidentified, migrant advocates say, and those who do wear badges often cover their faces. Since President Donald Trump returned to power in January, ICE has been authorized to conduct enforcement activities in courts. (Photo by Bryan R. SMITH / AFP) 

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Madre e figli dell’Honduras erano stati arrestati il 29 maggio dopo l’udienza al tribunale di Los Angeles per la convalida dello status di rifugiato
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NEW YORK – Un bambino di sei anni malato di leucemia è l’ultimo caso di deportazione che scuote una parte dell’America. Mentre la base trumpiana Maga esulta per la “linea dura”, molti si chiedono dove possa arrivare il “sadismo dei federali”. La storia è emersa perché una donna honduregna, che aveva cercato asilo negli Stati Uniti, ha denunciato l’amministrazione Trump per aver violato il suo diritto al giusto processo. Assieme ai due figli, uno di sei anni, l’altra di nove, è stata arrestata e rinchiusa in un centro di detenzione in Texas in vista della deportazione.

Madre e figli erano stati arrestati il 29 maggio dopo l’udienza al tribunale di Los Angeles per la convalida dello status di rifugiato. Il giudice aveva fissato una seconda udienza. All’uscita dell’aula, la madre e i bambini hanno trovato gli agenti dell’Ice, che da settimane braccano gli immigrati nei tribunali di tutto il Paese. Quando hanno accerchiato la donna, il figlio più piccolo si è messo a piangere. Uno de…

NEW YORK – Un bambino di sei anni malato di leucemia è l’ultimo caso di deportazione che scuote una parte dell’America. Mentre la base trumpiana Maga esulta per la “linea dura”, molti si chiedono dove possa arrivare il “sadismo dei federali”. La storia è emersa perché una donna honduregna, che aveva cercato asilo negli Stati Uniti, ha denunciato l’amministrazione Trump per aver violato il suo diritto al giusto processo. Assieme ai due figli, uno di sei anni, l’altra di nove, è stata arrestata e rinchiusa in un centro di detenzione in Texas in vista della deportazione.

Madre e figli erano stati arrestati il 29 maggio dopo l’udienza al tribunale di Los Angeles per la convalida dello status di rifugiato. Il giudice aveva fissato una seconda udienza. All’uscita dell’aula, la madre e i bambini hanno trovato gli agenti dell’Ice, che da settimane braccano gli immigrati nei tribunali di tutto il Paese. Quando hanno accerchiato la donna, il figlio più piccolo si è messo a piangere. Uno degli agenti si è sollevato la maglietta e gli ha mostrato la pistola per intimidirlo. Il bambino si è fatto la pipì addosso per la paura. Portato nel centro di detenzione assieme agli altri, è rimasto con i vestiti bagnati. In queste settimane il piccolo ha saltato un importante appuntamento con i medici.

«Un tribunale federale — ha dichiarato Elora Mukherjee, docente di diritto alla Columbia e difensore della famiglia — ha già stabilito che la politica degli arresti nei tribunali annunciata dall’Ice è illegale e incostituzionale, e ritengo che applicarla ai bambini sia particolarmente ripugnante e inaccettabile». «Gli orrori che questa famiglia ha subito — ha commentato Kate Gibson Kumar, della noprofit Texas Civil Rights Project — non dovrebbero mai essere vissuti da un bambino bisognoso di cure. Arrestare immigrati mentre escono dal tribunale è una manifestazione atroce di disprezzo per l’umanità».

Il loro caso si aggiunge a quelli che stanno inondando i media da giorni: una donna americana arrestata a Los Angeles solo perché aveva i tratti ispanici, bambini fotografati in manette nei corridoi dei tribunali, un veterano pluridecorato che ha deciso di auto-deportarsi, e tornare in Corea del Sud, dopo aver vissuto 50 anni in Usa e combattuto per l’America. A causa di un vecchio precedente legato all’uso di stupefacenti, l’Ice gli aveva dato tre settimane di tempo per lasciare il Paese.

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