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Spunta un piano per la tregua: “Palestinesi nei campi profughi parte della Cisgiordania a Israele”

(reuters)

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La proposta Usa comparsa sui media prevede il rilascio degli ostaggi, l’esilio di Hamas e un governo arabo. Altro rinvio sui due Stati
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TEL AVIV – C’è un piano che gira in Israele: quello che il giornale che lo ha pubblicato, Israel Hayom, definisce il piano di Trump e Netanyahu per il futuro di Gaza e del Medio Oriente. È fumoso e lascia aperti moltissimi interrogativi: ma il fatto che a renderlo pubblico sia il quotidiano di Miriam Adelson, con 106 milioni di dollari donati la terza finanziatrice in termini assoluti della campagna elettorale del presidente americano, il ponte di collegamento diretto fra la Casa Bianca e Israele, lo rende degno di attenzione.

Il piano, secondo la ricostruzione del giornalista Ariel Kahana, si articola in pochi punti principali: la fine in tempi rapidi della guerra a Gaza, con il rilascio di tutti gli ostaggi, l’esilio dei leader di Hamas e il passaggio della Striscia sotto un’amministrazione controllata dai Paesi arabi. L’emigrazione della popolazione della Striscia che desidera andare via. L’espansione degli accordi di Abramo ad altre nazioni, comprese Siria ed Arabia Saudita. …

TEL AVIV – C’è un piano che gira in Israele: quello che il giornale che lo ha pubblicato, Israel Hayom, definisce il piano di Trump e Netanyahu per il futuro di Gaza e del Medio Oriente. È fumoso e lascia aperti moltissimi interrogativi: ma il fatto che a renderlo pubblico sia il quotidiano di Miriam Adelson, con 106 milioni di dollari donati la terza finanziatrice in termini assoluti della campagna elettorale del presidente americano, il ponte di collegamento diretto fra la Casa Bianca e Israele, lo rende degno di attenzione.

Il piano, secondo la ricostruzione del giornalista Ariel Kahana, si articola in pochi punti principali: la fine in tempi rapidi della guerra a Gaza, con il rilascio di tutti gli ostaggi, l’esilio dei leader di Hamas e il passaggio della Striscia sotto un’amministrazione controllata dai Paesi arabi. L’emigrazione della popolazione della Striscia che desidera andare via. L’espansione degli accordi di Abramo ad altre nazioni, comprese Siria ed Arabia Saudita. L’impegno di Israele a una futura soluzione della questione palestinese basata sull’idea dei due Stati: e in cambio il riconoscimento da parte degli Usa della sovranità israeliana su parti della Cisgiordania.

Tante le cose che non si capiscono esattamente: dove dovrebbero andare i palestinesi? Che cosa si intende per “impegno” quando Israele ha violato a più riprese gli accordi internazionali che riguardano lo Stato palestinese? E che vuol dire “riconoscimento di parte della Cisgiordania?” (chiamata Giudea e Samaria nel testo originale). Non è chiaro.

Sulla base di questi dubbi, è difficile giudicare, anche per gli analisti israeliani, quanto il documento sia autentico e quanto invece sia un modo per tastare il terreno dell’elettorato di destra che legge Israel Hayom. Ma è certo che dietro alle parole fumose e ai concetti vaghi ci siano alcuni dei pilastri della strategia che ha guidato Trump e Netanyahu in questi mesi: lo spostamento della popolazione di Gaza, il coinvolgimento dei Paesi arabi e di conseguenza la necessità di offrire loro un compromesso sul futuro Stato palestinese.

«È possibile che Netanyahu stia pensando a una soluzione simile – ci spiega Yehuda Mirsky, professore alla Brandeis university di Boston - se così fosse, significa che è pronto ad andare avanti senza i suoi partner di estrema destra, che a Gaza vogliono la sovranità israeliana e la costruzione di nuove colonie».

Kahana, l’autore del lungo articolo, scrive che il piano è stato messo a punto nei giorni precedenti all’attacco all’Iran e che in base a questa lista di obiettivi e compromessi vadano inquadrate le mosse che il presidente americano e il premier israeliano stanno facendo in queste ore: la ripresa dei negoziati con la promessa di una rapida svolta e le parole di Netanyahu due giorni fa sull’era di pace che è all’orizzonte di Israele. «Se Israele volesse davvero un piano di lungo periodo, probabilmente sarebbe questo – commenta al telefono Alon Pinkas, diplomatico di lungo corso – ma resto scettico sulla reale volontà di arrivarci. Se ci fosse un piano Israele dovrebbe ritirarsi da Gaza, almeno in parte, e trattare con l’Autorità nazionale palestinese: e questo al momento per Netanyahu è inaccettabile. Ma senza una qualche forma di riconoscimento dello Stato palestinese l’Arabia Saudita, che è un attore chiave, non si farà coinvolgere. Dunque più che un piano di lungo periodo mi pare che il massimo che si possa raggiungere oggi è un altro cessate il fuoco».

Se il documento sia autentico o piuttosto sia un modo per capire gli umori di un elettorato importante per il premier, lo diranno le prossime settimane. Di certo c’è che le prospettive per il giorno dopo di Gaza iniziano ad essere discusse seriamente qui in Israele e che le soluzioni ipotizzate non sono necessariamente accettabili per le Nazioni Unite o i governi occidentali: da un drastico restringimento delle zone in cui i palestinesi potranno vivere (si parla del 18 per cento del territorio pre-7 ottobre: di fatto, tre giganteschi campi profughi separati fra loro), allo spostamento di popolazione (dove, non è chiaro) a una ricostruzione basata sulle richieste israeliane più che sulle necessità reali. Vero? Falso? A dare le carte in questa partita è il maestro della post-verità, Donald Trump: da lui dipenderà la risposta finale.

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