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Il regista Copti: “Finalmente il mondo capisce cosa sta subendo il mio popolo nella Striscia”

Nanni Moretti e Scandar Copti al Nuovo Sacher, Roma / Foto Fandango 

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Intervista all’autore palestinese con passaporto israeliano, in Italia per la presentazione del suo film “Happy Holidays”, nelle sale dal 2 luglio. “Credo nella soluzione di un unico Stato laico, non sionista e non etnico dove i due popoli possano convivere”
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«Qualcosa sta cambiando a favore dei palestinesi, lo vedo nelle piazze d’Europa, lo sento tra la gente nelle strade, si percepisce sui social network. Il mondo si sta finalmente rendendo conto di cosa sta subendo il mio popolo a Gaza a causa di Netanyahu. Ormai è impossibile ignorarlo». A parlare è Scandar Copti, regista e sceneggiatore palestinese con passaporto israeliano (50 anni, è nato a Jaffa). Si trova a Roma per l’anteprima nel cinema Nuovo Sacher di Nanni Moretti del suo ultimo film, “Happy Holidays”, distribuito da Fandango e nelle sale dal 2 luglio.

Che cosa sta cambiando?

«Alcuni leader internazionali si stanno muovendo, prendono posizione contro il governo israeliano. E non ci può essere cambiamento senza l’azione delle leadership. Quattrocento anni fa i bianchi pensavano che gli africani dovessero essere schiavi. Lo pensavano brave persone, gente che andava in chiesa e battezzava i figli, era una questione di mentalità. Fino a quando le leadership hanno lavorato per…

«Qualcosa sta cambiando a favore dei palestinesi, lo vedo nelle piazze d’Europa, lo sento tra la gente nelle strade, si percepisce sui social network. Il mondo si sta finalmente rendendo conto di cosa sta subendo il mio popolo a Gaza a causa di Netanyahu. Ormai è impossibile ignorarlo». A parlare è Scandar Copti, regista e sceneggiatore palestinese con passaporto israeliano (50 anni, è nato a Jaffa). Si trova a Roma per l’anteprima nel cinema Nuovo Sacher di Nanni Moretti del suo ultimo film, “Happy Holidays”, distribuito da Fandango e nelle sale dal 2 luglio.

Che cosa sta cambiando?

«Alcuni leader internazionali si stanno muovendo, prendono posizione contro il governo israeliano. E non ci può essere cambiamento senza l’azione delle leadership. Quattrocento anni fa i bianchi pensavano che gli africani dovessero essere schiavi. Lo pensavano brave persone, gente che andava in chiesa e battezzava i figli, era una questione di mentalità. Fino a quando le leadership hanno lavorato per cambiare. Come stanno facendo i leader di Spagna, Belgio, Irlanda».

In Italia il governo Meloni ha difficoltà a condannare l’operato di Netanyahu, ma qualche settimana fa sono scese in piazza circa 300 mila persone a sostegno di Gaza. Sono queste le piazze di cui parla?

«Esatto. A Londra c’è stata una manifestazione con 800 mila persone, a New York il candidato sindaco democratico Zohran Mamdani è una speranza inaspettata. Voglio dire, stiamo assistendo a un cambiamento, perché non si può più ignorare il genocidio a Gaza. Forse cinquant’anni fa si sarebbe potuto, ma ora è tutto sotto ai nostri occhi, i palestinesi riprendono le uccisioni e i crimini di guerra col telefono».

La voce degli arabi israeliani invece è debole, non si sente. Perché non protestate di più contro il governo di Netanyahu?

«Perché se uno va a manifestare rischia seriamente di finire in carcere. Perché già 200-300 palestinesi hanno perso il lavoro in Israele solo perché hanno detto ciò che pensavano delle uccisioni dei bambini di Gaza, perché il governo controlla i social, quindi uno ha paura delle ritorsioni. Come quando nel 2001, al tempo della seconda intifada, gli israeliani smisero di andare nei ristoranti arabi».

È per questo che vive all’estero, tra Abu Dhabi e Doha?

«No, ho lasciato Israele molti anni fa, perché dopo il mio primo film ho ricevuto la proposta di creare una scuola di cinema aperta a tutti, finanziata dal Qatar. Poi mi hanno offerto un posto di insegnante nel Dipartimento di cinema ad Abu Dhabi. Ho studiato ad Haifa, amo quella città, ho tanti amici lì».

Il suo ultimo film racconta storie di donne. Ma una, quella dell’ebrea israeliana Shirley che ha una relazione segreta con il palestinese Rami, ha scelto di raccontarla dalla prospettiva di Rami. Perché?

«Il mio film parla di patriarcato, quindi poteva aver senso raccontarla dall’ottica di Shirley. Ma sono stati fatti già tanti film israeliani “spara e piangi”, come definiamo quei film dove il protagonista è un soldato che uccide e poi soffre di stress post-traumatico. In un certo senso, non volevo ripetere questo modello».

Come sono cambiate le relazioni tra palestinesi e ebrei in Israele, dopo il 7 Ottobre e i quasi 60 mila morti a Gaza?

«È diventato più difficile trovare un terreno comune a livello ideologico. Ci sono ancora persone che si innamorano, ma è raro. Quel che è successo ha fatto perdere la fiducia a tutti, e i palestinesi hanno paura. Vediamo ministri israeliani andare in tv per invocare lo sterminio e l’affamamento del popolo palestinese, ci hanno chiamato animali umani. E nell’ordinamento israeliano ci sono 65 leggi che discriminano i palestinesi, pur essendo cittadini».

Il 7 Ottobre.

«Ero ad Abu Dhabi, per 48 ore non abbiamo capito niente. Essere palestinese significa avere un forte senso di umanità, esistiamo affinché gli altri accettino la nostra umanità. Non possiamo essere disumani, non accetto che si uccida la gente».

Due Stati, due popoli: avverrà mai?

«Non credo a questa soluzione, in Israele si tradurrebbe in apartheid. Meglio un solo Stato, laico, non sionista e non etnico, una democrazia vera e piena dove i due popoli possano convivere».

Ma come, se, come ha ammesso anche lei, non c’è più fiducia?

«Non sono un politico. Però abbiamo visto, nella storia, quante cose possono cambiare con l’istruzione e l’educazione. Ci vuole un leader per presentare un’idea diversa».

Questo è l’anno in cui “No Other Land”, prodotto da un collettivo israelo-palestinese, ha vinto l’Oscar. I film possono cambiare le cose?

«Non c’è modo per misurarlo, ma tante cose insieme, compresi i film, fanno la differenza».

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