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L’esperto: “La tregua a Gaza è più vicina, la Casa Bianca può imporla a Netanyahu”

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Intervista a Ido Dembin, esperto di politica americana ed ex direttore del think tank Molad, sul futuro della Striscia. “La politica regionale è cambiata e questo può rilanciare le speranze di un accordo con Hamas”
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GERUSALEMME – Analista esperto di politica americana, Ido Dembin è l’ex direttore di Molad, think tank liberale molto conosciuto qui in Israele. Con lui abbiamo provato a tracciare il quadro di ciò che realmente potrebbe accadere presto a Gaza, al di là delle parole dei leader politici.

Cosa è cambiato nell’equazione che riguarda la Striscia rispetto a prima dell’attacco all’Iran?

«A Gaza non è cambiato nulla: è cambiata la politica regionale. Gli elementi che l’hanno modificata sono due: il fatto che Trump dice di volere una tregua e che il suo peso specifico – come ha dimostrato il modo in cui ha fermato gli aerei israeliani che erano già in volo verso l’Iran il primo giorno di cessate il fuoco – non può essere ignorato. Il risultato è che le chance di una tregua sono più alte ora che negli ultimi sei mesi».

Anche se la trattativa è ferma sugli stessi punti di sei mesi fa?

«La questione per Israele non sono solo le armi di Hamas. Ma assicurarsi del fatto che Hamas, anche se man…

GERUSALEMME – Analista esperto di politica americana, Ido Dembin è l’ex direttore di Molad, think tank liberale molto conosciuto qui in Israele. Con lui abbiamo provato a tracciare il quadro di ciò che realmente potrebbe accadere presto a Gaza, al di là delle parole dei leader politici.

Cosa è cambiato nell’equazione che riguarda la Striscia rispetto a prima dell’attacco all’Iran?

«A Gaza non è cambiato nulla: è cambiata la politica regionale. Gli elementi che l’hanno modificata sono due: il fatto che Trump dice di volere una tregua e che il suo peso specifico – come ha dimostrato il modo in cui ha fermato gli aerei israeliani che erano già in volo verso l’Iran il primo giorno di cessate il fuoco – non può essere ignorato. Il risultato è che le chance di una tregua sono più alte ora che negli ultimi sei mesi».

Anche se la trattativa è ferma sugli stessi punti di sei mesi fa?

«La questione per Israele non sono solo le armi di Hamas. Ma assicurarsi del fatto che Hamas, anche se manda in esilio i leader rimasti, non mantenga il potere dietro le quinte. Questo può succedere solo coinvolgendo un’altra entità politica palestinese, e dunque l’Anp: cosa che Israele non vuole fare. Per questo la trattativa è ancora complessa. Solo che questi Stati Uniti non tollereranno a lungo la posizione di Netanyahu: se ci fosse stato Biden, Netanyahu avrebbe potuto puntare i piedi, con Trump non lo può fare».

Che influenza ha sul governo l’opinione pubblica che chiede la tregua?

«Da tempo questo governo è molto impopolare, non si è mai curato molto dell’opinione pubblica. Ora vive un picco di supporto nei sondaggi, visto il risultato dei raid all’Iran: ma più tempo passa più i nodi vengono al pettine. Il mancato ritorno degli ostaggi e la questione della leva degli ultraortodossi pesano moltissimo per l’opinione pubblica, ma finora non hanno spinto il governo ad ascoltarla. Questo potrebbe cambiare se Netanyahu cominciasse davvero a preoccuparsi delle elezioni».

Come legge le parole di Trump sul processo a Netanyahu?

«Se la gente vedrà che Netanyahu otterrà una qualche forma di immunità in cambio del suo consenso a un accordo per far tornare gli ostaggi, sarà furiosa. Non dimentica che l’accordo poteva essere raggiunto prima».

La questione palestinese in qualche modo può rientrare nella partita degli accordi che si sta giocando in queste settimane?

«È una domanda difficile. Se Netanyahu davvero volesse cavalcare un’ondata di accordi di pace, di cui parla ora, allora potrebbe fare una qualche forma di apertura allo Stato palestinese, come in passato. Ma c’è anche la possibilità che vada alle elezioni dicendo di essere l’unico leader in Israele in grado di prevenire la formazione dello Stato palestinese: Mr. Security. È troppo presto per dirlo ora».

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