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Evin, sono 71 i morti nell’attacco Idf al carcere iraniano

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Tra le vittime del missile lanciato da Israele sul braccio 209 del carcere di Teheran, dove sono detenuti molti dissidenti spostati nottetempo in altri penitenziari, ci sono agenti, prigionieri e familiari in visita
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Il missile israeliano ha tirato via porte e finestre, scavando un cratere all’ingresso del braccio 209 e su Evin è calato il buio. Non si sa che fine abbiano fatto decine di prigionieri dell’infausto carcere di Teheran, dove sono detenuti molti dissidenti, spostati nottetempo in altri penitenziari.

E il numero delle vittime continua a salire: sono almeno 71, secondo la magistratura iraniana, tra loro ci sono agenti, personale che lavorava nell’assistenza, prigionieri e familiari in visita perché il missile ha colpito l’infermeria, l’edificio della manutenzione, ma anche l’ufficio della procura e la sala visite della prigione, in un’ora della mattina solitamente trafficata, in cui genitori, mariti e mogli vanno a chiedere informazioni o a visitare i loro cari.

Zahra Ebadi, 52 anni, era una delle operatrici sociali del carcere. Quella mattina aveva portato con sé suo figlio, Mehrdad, 5 anni, perché l’asilo era chiuso. Li hanno trovati tre giorni dopo, senza vita, sotto le macerie.

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Il missile israeliano ha tirato via porte e finestre, scavando un cratere all’ingresso del braccio 209 e su Evin è calato il buio. Non si sa che fine abbiano fatto decine di prigionieri dell’infausto carcere di Teheran, dove sono detenuti molti dissidenti, spostati nottetempo in altri penitenziari.

E il numero delle vittime continua a salire: sono almeno 71, secondo la magistratura iraniana, tra loro ci sono agenti, personale che lavorava nell’assistenza, prigionieri e familiari in visita perché il missile ha colpito l’infermeria, l’edificio della manutenzione, ma anche l’ufficio della procura e la sala visite della prigione, in un’ora della mattina solitamente trafficata, in cui genitori, mariti e mogli vanno a chiedere informazioni o a visitare i loro cari.

Zahra Ebadi, 52 anni, era una delle operatrici sociali del carcere. Quella mattina aveva portato con sé suo figlio, Mehrdad, 5 anni, perché l’asilo era chiuso. Li hanno trovati tre giorni dopo, senza vita, sotto le macerie.

Israele ha rivendicato l’attacco del 23 giugno, poche ore prima della tregua, come una sfida ai «simboli della repressione del regime»: la nobel Narges Mohammadi, che in quelle celle ha trascorso anni per la sua battaglia contro la Repubblica islamica, lo chiama “crimine di guerra”. Gli attivisti per i diritti umani sono in grande allarme.

Atena Daemi racconta che dopo l’attacco le detenute del reparto femminile sono state trasferite al carcere di Qarchak e «private dei servizi essenziali», e la stessa sorte è toccata ai prigionieri «maschi trasferiti alla grande prigione di Teheran (Fashafoyeh) e al carcere di Qezel Hesar». Sull’internet persiano è diventato virale l’hashtag #dovesonoinostriprigionieri perché dei detenuti in isolamento nei reparti «2-Alef dell’Irgc, 209 del ministero dell’intelligence e 240-241 della magistratura» non si hanno notizie.

L’attivista Arash Sadeghi, anche lui di casa a Evin, dà voce all’angoscia dei familiari che da giorni non ricevono telefonate né informazioni dagli avvocati, non sanno se figli, nipoti, sorelle siano feriti, morti o salvi. E rivela anche un altro dettaglio inquietante: «Nel seminterrato del reparto di isolamento, erano detenuti prigionieri transgender, di cui si parla raramente. Le macerie sono cadute su di loro e non è chiaro quanti di loro siano stati uccisi o feriti».

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