Il Dalai Lama: avrò un successore e lo sceglierà il mio ufficio. L’alt di Pechino
di Carlo PizzatiA Dharamsala, nel suo esilio che dura dal 1959, il Dalai Lama ha chiuso i giochi con una mossa teologica e geopolitica: il suo ufficio spirituale proseguirà. Non sarà lui l’ultimo. “Dichiaro che quest’istituzione continuerà,” ha annunciato il premio Nobel per la Pace in un video-messaggio. “Nessun altro ha alcuna autorità d’interferenza in merito.” Sì, ci sarà un’altra reincarnazione. Ma sarà libera da ingerenze straniere, poiché saranno i capi della tradizione buddista tibetana a condurre la ricerca per il riconoscimento della nuova guida spirituale.
Alla soglia dei 90 anni, che compirà il 6 luglio con una grande festa alla quale parteciperà l’amico Richard Gere, il quattordicesimo Dalai Lama ha chiarito i dubbi creati in passato. La successione ci sarà, ma senza ingerenze cinesi. Non si chiude qui la catena della reincarnazione iniziata nel 1587, ma si apre un nuovo fronte, forse più insidioso…
A Dharamsala, nel suo esilio che dura dal 1959, il Dalai Lama ha chiuso i giochi con una mossa teologica e geopolitica: il suo ufficio spirituale proseguirà. Non sarà lui l’ultimo. “Dichiaro che quest’istituzione continuerà,” ha annunciato il premio Nobel per la Pace in un video-messaggio. “Nessun altro ha alcuna autorità d’interferenza in merito.” Sì, ci sarà un’altra reincarnazione. Ma sarà libera da ingerenze straniere, poiché saranno i capi della tradizione buddista tibetana a condurre la ricerca per il riconoscimento della nuova guida spirituale.
Alla soglia dei 90 anni, che compirà il 6 luglio con una grande festa alla quale parteciperà l’amico Richard Gere, il quattordicesimo Dalai Lama ha chiarito i dubbi creati in passato. La successione ci sarà, ma senza ingerenze cinesi. Non si chiude qui la catena della reincarnazione iniziata nel 1587, ma si apre un nuovo fronte, forse più insidioso, tra due visioni del mondo: quella che vede lo spirito come ente autonomo, e quella che vorrebbe assoggettarlo alla ragion di Stato.
Dal punto di vista della dottrina buddhista tibetana, la reincarnazione del Dalai Lama non è un dogma da accettare passivamente, ma un processo rituale e misterioso. Il Dalai Lama può scegliere in quale corpo si reincarnerà. Per scoprire quale sarà, si dovranno studiare i segni, le visioni e le indicazioni lasciate dal predecessore. È una forma di continuità spirituale che sfida la linearità occidentale del tempo. Ma qui si gioca una partita più ampia. Il governo cinese, che da quando ha annesso con la forza il Tibet 66 anni fa, considera il Dalai Lama in esilio in India come un separatista, rivendica il diritto di nomina. Una pretesa surreale, se non fosse tragica: l’ateo Partito comunista cinese, che ha fatto tabula rasa di templi e di monaci nella Rivoluzione Culturale, vorrebbe imporre i propri candidati. L’oppio dei popoli può tornar utile, evidentemente.
Il portavoce del Ministero degli esteri cinese, Mao Ning, ha infatti subito ripetuto che Pechino deve approvare l’identità del successore. L’intenzione è chiara: creare un leader filogovernativo, cresciuto in territorio cinese, “legittimato” da un potere politico anziché da una comunità spirituale. Un lama con la tessera del Partito, un lama fantoccio, una posticcia “reincarnazione di Stato” per spegnere il dissenso tibetano. Con il messaggio ai monaci riuniti, il Dalai Lama ha tracciato una linea rossa: l’autorità sulla sua reincarnazione spetta unicamente alla fondazione no-profit Gaden Phodrang Trust. Nessun altro, e certamente non uno Stato, può interferire.
Non è un dettaglio ecclesiastico: è una dichiarazione d’indipendenza politica. Che può creare qualche frizione anche tra India e Cina. Perché la reincarnazione è rimasto l’ultimo terreno di resistenza del popolo tibetano, dopo il fallimento dell’insurrezione del 1959, i tentativi successivi finiti nel massacro, l’esilio, e l’assimilazione forzata dei monaci rimasti. Il Dalai Lama ha lasciato intendere che il successore potrebbe nascere fuori dalla Cina, anche in India, tra i 140.000 tibetani della diaspora. E ha osato rompere secoli di tradizione patriarcale: potrebbe essere una ragazza, potrebbe essere un adulto. L’illuminazione non ha genere, né età: un’idea che scardina l’ortodossia con la coerenza spirituale.
Il Dalai Lama non è solo il capo del buddhismo tibetano: è un archetipo incarnato, ultimo esempio vivente di una guida spirituale che ha vero peso geopolitico. La sua influenza si misura tanto nei templi quanto nelle cancellerie. E il suo ritiro dalla guida politica del governo tibetano in esilio nel 2011 ha dato prova di una lucidità che pochi leader religiosi posseggono: sganciare la leadership spirituale dal potere temporale, rafforzando la democrazia tibetana in esilio. Ma ciò lo rende anche più pericoloso per Pechino: non è un politico da delegittimare, ma un simbolo difficile da controllare. Imprendibile.
Nel pensiero occidentale, la reincarnazione è spesso fraintesa come una credenza stravagante. In ambito tibetano, è invece un atto di volontà. Il Dalai Lama sceglie la reincarnazione. Decide dove, quando e persino se tornare. È una responsabilità, non un automatismo. In questo senso, il messaggio del Dalai Lama è profondamente moderno: l’identità non è un’eredità biologica, ma una costruzione spirituale. Non si è Dalai Lama per nascita, ma per scelta. La reincarnazione diventa l’ultima ribellione possibile in un mondo che vuole assegnare etichette, confini e appartenenze forzate.Il futuro che si profila è duplice: un Dalai Lama legittimato dalla tradizione tibetana e uno imposto dalla Cina. Due reincarnazioni, due visioni del mondo. Una lotta non tra corpi, ma tra simboli. Non tra eserciti, ma tra memorie. In un tempo in cui il sacro viene spesso derubricato a folklore o ridotto a diplomazia, la vicenda della reincarnazione del Dalai Lama ci ricorda che la religione è sempre luogo di conflitto. E che in quel luogo, la libertà può ancora reincarnarsi.