✕

Abu Shabab: “Con le armi scorto i camion degli aiuti ma non lavoro per Israele”

(ansa)

Ascolta l'audio

Per il leader delle Forze popolari Gaza-Palestina, Hamas deve lasciare la Striscia perché ha fallito e commesso crimini contro innocenti: “Non ho paura di loro, non ci attaccheranno”
3 minuti di lettura

Yasser Abu Shabab è una sfumatura di grigio nella terra dove niente è tutto bianco e niente è tutto nero. Quando gli chiediamo se collabora con la Gaza Humanitarian Foundation (Ghf) e con l’esercito israeliano, la risposta rimane ambigua: «Non ho relazioni con la fondazione americana, però sostengo ogni sforzo per alleviare la carestia a Gaza». Il governo di Netanyahu ha ammesso di foraggiare i clan armati che si oppongono a Hamas, gli uomini di Abu Shabab si muovono indisturbati nelle aree sotto il controllo dell’Idf, ma lui nega e dice: «È solo un tentativo di screditarmi».

Chi lo odia lo chiama “l’agente di Israele”, “il traditore”; per le agenzie dell’Onu che distribuivano cibo nella Striscia prima dell’arrivo della Ghf è “l’assaltatore dei camion” (ancora qualche giorno fa Jonathan Whittall, capo dell’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari, lo ha ribadito al Guardian); a Rafah c’è chi lo considera un protettore perché ora scorta gli aiuti umanitari i…

Yasser Abu Shabab è una sfumatura di grigio nella terra dove niente è tutto bianco e niente è tutto nero. Quando gli chiediamo se collabora con la Gaza Humanitarian Foundation (Ghf) e con l’esercito israeliano, la risposta rimane ambigua: «Non ho relazioni con la fondazione americana, però sostengo ogni sforzo per alleviare la carestia a Gaza». Il governo di Netanyahu ha ammesso di foraggiare i clan armati che si oppongono a Hamas, gli uomini di Abu Shabab si muovono indisturbati nelle aree sotto il controllo dell’Idf, ma lui nega e dice: «È solo un tentativo di screditarmi».

Chi lo odia lo chiama “l’agente di Israele”, “il traditore”; per le agenzie dell’Onu che distribuivano cibo nella Striscia prima dell’arrivo della Ghf è “l’assaltatore dei camion” (ancora qualche giorno fa Jonathan Whittall, capo dell’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari, lo ha ribadito al Guardian); a Rafah c’è chi lo considera un protettore perché ora scorta gli aiuti umanitari in entrata dal valico di Kerem Shalom; per altri è e rimane il “contrabbandiere beduino”. Il punto è che Abu Shabab, 32 anni, è un po’ tutto questo e un po’ altro, un tono indefinito su una scala di grigi. Uno e nessuno, quindi centomila.

Hamas lo vuole morto, Israele lo vuole vivo. In nome di una strategia già attuata in altri contesti, il governo israeliano pensa che non ci sia niente di male ad armare i nemici di Hamas, comprese le Forze popolari Gaza-Palestina di cui Abu Shabab è leader. «Qual è il problema?», ha detto Netanyahu, chiudendo lì la questione. La questione, tuttavia, non è affatto chiusa.

Repubblica ha contattato il gruppo di Abu Shabab, telefonicamente e via social network. La comunicazione con il capo è avvenuta attraverso lo scambio di email a un indirizzo fornito ai media internazionali. «Abbiamo arruolato centinaia di giovani che aspirano alla sicurezza e alla pace, ogni giorno riceviamo dozzine di richieste da parte di chi si vuole unire alle nostre forze. Non ci chiamiamo “Meccanismo per l’anti-terrorismo”, questo è un termine non ufficiale usato da alcuni nostri affiliati. È la popolazione di Gaza a finanziarci. I miei uomini non ricevono salari, al massimo qualche aiuto umanitario. Abbiamo aperto corridoi nelle nostre zone insieme con le organizzazioni internazionali».

Le sue zone sono l’est di Rafah, all’altezza di Kerem Shalom. Ha organizzato dei check-point, lì. Il gruppo, composto da circa 200 miliziani per lo più equipaggiati con kalashnikov e qualche M-16, gravita nei dintorni del villaggio di al-Shoka: quadrante sotto il pieno controllo delle Israeli defence forces (Idf). «Abbiamo armi basiche, da difesa», afferma. «Queste voci sul sostegno delle Idf distorcono la realtà e intimidiscono chi vorrebbe aiutarci o venire a vivere da noi. Le distorsioni provengono da Hamas, la Fratellanza musulmana e i loro media».

Avigdor Liberman, l’ex ministro israeliano che ha rivelato l’appoggio dell’Idf alle sue Forze popolari, sostiene che Abu Shabab sia stato legato all’Isis per il contrabbando al confine egiziano. «Non mi interessano le dichiarazioni di un partito israeliano», ribatte lui. «Hanno problemi interni, si accusano l’un l’altro, ma in realtà temono la crescita e l’espansione delle nostre forze».

Rinnegato pubblicamente dalla propria famiglia tramite comunicato («ma la lettera era photoshoppata», prova a difendersi), il 35 enne Yasser Abu Shabab fa parte di un potente clan beduino della tribù Tarabin, una delle più numerose nella Striscia presente anche nel Negev. La nomea di jihadista, vera o presunta che sia, e le scorribande a Rafah negli anni lo hanno reso una minaccia per Hamas. Che infatti lo aveva arrestato per furto e traffico di droga: il 7 Ottobre 2023 Abu Shabab era in un carcere, da cui è poi uscito in circostanze mai chiarite.

«Abbiamo contatti con delle famiglie nelle aree controllate da Hamas», dice. «Grazie a loro di recente siamo riusciti a proteggere la maggior parte dei convogli e a farli arrivare nei depositi». Ammette di avere notizia di clan e gruppi locali di Gaza che stanno collaborando con l’esercito di Israele. «Se verificheremo l’informazione, la nostra posizione sarà dura, soprattutto se sono coinvolti in uccisioni e ruberie». Ossia le stesse accuse che muovono nei suoi confronti le agenzie dell’Onu e che lui rigetta, opponendo la narrazione del governo israeliano secondo cui le agenzie sono infiltrate da Hamas.

«Non siamo ostili a nessuno, ma non ci faremo attaccare nel nostro territorio. Hamas deve lasciare Gaza, ha fallito e ha commesso crimini contro innocenti, non ultimo l’uccisione e la mutilazione di lavoratori che collaboravano con la fondazione americana». Le brigate Qassam hanno ucciso almeno una cinquantina di miliziani delle Forze popolari. Nel caso di un cessate il fuoco permanente, Abu Shabab non è intenzionato a deporre le armi. «Non ho paura di niente, Hamas non proverà a invadere le nostre aree».

Leggi i commenti