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Le mani sul cibo: a Gaza è ormai guerra per bande

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Il reportage. Da due mesi la distribuzione degli aiuti è diventata una questione militare che ha provocato 500 morti. Ecco chi la gestisce e come
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GERUSALEMME – C’era una volta Hamas: un blocco unito e quasi monolitico da cui di fatto dipendeva tutta la struttura del potere, civile e militare, a Gaza. Ventuno mesi di combattimenti continui e di attacchi sui leader hanno dato vita a una nuova realtà di potere nella Striscia: con il gruppo ancora presente e forte in alcune zone, meno in altre. Ma che ha lasciato spazio anche ad altre realtà - in qualche caso armate, in altri civili - con le quali a seconda delle situazioni compete, si confronta o convive.

In assenza di regole certe, e con momenti in cui a trionfare è – semplicemente – l’anarchia, il terreno in cui si misura la forza del vecchio e del nuovo potere è quello degli aiuti umanitari, fondamentali per la sopravvivenza di due milioni di palestinesi.

Da mesi il governo Netanyahu usa cibo e medicine come arma politica, con due fini molto chiari: il primo è concentrare la popolazione in determinate aree della Striscia, in particolare al sud. Il secondo è impedire che pa…

GERUSALEMME – C’era una volta Hamas: un blocco unito e quasi monolitico da cui di fatto dipendeva tutta la struttura del potere, civile e militare, a Gaza. Ventuno mesi di combattimenti continui e di attacchi sui leader hanno dato vita a una nuova realtà di potere nella Striscia: con il gruppo ancora presente e forte in alcune zone, meno in altre. Ma che ha lasciato spazio anche ad altre realtà - in qualche caso armate, in altri civili - con le quali a seconda delle situazioni compete, si confronta o convive.

In assenza di regole certe, e con momenti in cui a trionfare è – semplicemente – l’anarchia, il terreno in cui si misura la forza del vecchio e del nuovo potere è quello degli aiuti umanitari, fondamentali per la sopravvivenza di due milioni di palestinesi.

Da mesi il governo Netanyahu usa cibo e medicine come arma politica, con due fini molto chiari: il primo è concentrare la popolazione in determinate aree della Striscia, in particolare al sud. Il secondo è impedire che parte degli aiuti finisca a Hamas.

L’esperimento, agli occhi degli israeliani – non delle Nazioni unite né delle grandi organizzazioni internazionali, che denunciano 500 morti in 5 settimane – a sud è riuscito: qui, nella zona dove Netanyahu e l’Idf vorrebbero concentrare la popolazione, è attiva con i suoi punti di distribuzione la Gaza Humanitarian Foundation, ente creato ad hoc da americani e vicino al governo israeliano. I camion diretti ai centri Ghf entrano da Kerem Shalom, transitano da Rafah e raggiungono la loro destinazione: a proteggerne il cammino, o parte di esso, sono i soldati dell’Idf ma anche gli uomini di Abu Shabab, islamista radicale vicino al governo egiziano con cui Israele ha ammesso di collaborare. Il gruppo– in questa fase – spinge per presentarsi come un’alternativa a Hamas: per questo sulla testa del suo leader pesa una condanna a morte.

Totalmente diversa la situazione a nord: nella zona di Gaza City e dintorni sono concentrate un milione di persone. Nei giorni scorsi, per un breve momento, sono state raggiunte da camion di aiuti e di beni commerciali destinati ai negozi entrati da Zikim, il valico nord-occidentale non lontano da alcuni dei kibbutz attaccati il 7 ottobre 2023.

A garantire il passaggio sono stati gruppi di sicurezza locali che però, a differenza di Abu Shabab, non hanno un’agenda politica e non si presentano come alternativi a Hamas: sono derivazioni delle grandi famiglie, o clan, che da sempre formano la spina dorsale della struttura sociale di Gaza. E che hanno raggiunto con gli ex super potenti un accordo: una percentuale – stimata attorno al 20% - sul contenuto dei camion, che Hamas usa per nutrire i suoi combattenti e le loro famiglie. È per impedire questo scambio che Israele da giorni ha chiuso Zikim. Il risultato è che gli aiuti che stanno arrivando al Nord – per la maggior parte sotto le insegne delle Nazioni Unite, in piccola percentuale delle Ong - sono quelli che hanno attraversato l’intera Striscia da Kerem Shalom.

Una volta giunti a destinazione, la distribuzione spetta alle grandi famiglie o ai gruppi della società civile di Gaza che sono sopravvissuti al conflitto o sono nati dopo: una sorta di microgoverni locali, quartiere per quartiere, che per chi lavora nella Striscia rappresentano la speranza di un futuro diverso.

In mezzo a questo caos, trasversali, ci sono le Nazioni Unite. L’Onu - insieme alla Ghf ma in maniera totalmente indipendente da essa - ha portato a Gaza la maggior parte degli aiuti entrati in queste settimane: 800 camion circa dal 19 maggio, una cifra altissima se paragonata al blocco totale delle settimane precedenti, ma bassissima rispetto alle necessità. Le Nazioni Unite fanno affidamento per la distribuzione al nord sugli stessi gruppi “civili” a cui si sono appoggiati i camion passati da Zikim. Ma non hanno una scorta armata lungo il percorso: una scelta che è costata numerosi assalti nel tempo ma che l’Onu ritiene fondamentale per la sua indipendenza.

Con una differenza importante rispetto al passato, come ci racconta un operatore del World food program: «Ad assalire i nostri camion oggi non sono uomini armati, come accadeva nei mesi scorsi. Ma gente disperata, che ha bisogno di mangiare: comprese molte donne». Sono le scene di caos e anarchia riprese in alcuni video circolati nei giorni scorsi: a cui solo un aumento degli aiuti può mettere fine.

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