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A Gaza non c’è più posto nei cimiteri: i corpi sepolti nelle fosse comuni

(afp)

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Secondo l’ospedale Nasser di Khan Younis nella Striscia ci sono troppi cadaveri: ormai le famiglie si arrangiano come possono
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GERUSALEMME – A Gaza non c’è riposo, neppure eterno. Stanno morendo talmente tante persone che non sanno più dove seppellirle. Sono finiti i cimiteri. Sopra è tutto distrutto, sotto i posti disponibili sono esauriti, devastati dalle bombe di Israele o inaccessibili. Ci si arrangia con le fosse comuni, scavando buchi per terra dove capita, per strada, accanto alle macerie, nei cortili di quelle che una volta erano scuole. Buttando i cadaveri nei cassonetti. A lanciare l’allarme, in mezzo ad altri mille allarmi che arrivano dalla martoriata Striscia in piena catastrofe umanitaria, è l’ospedale Nasser di Khan Younis, una delle poche strutture sanitarie ancora in funzione. Alla cancellata dell’obitorio, i funzionari del servizio hanno appeso un lenzuolo, bianco come una resa: su di esso hanno scritto un messaggio che avverte la popolazione dell’impossibilità di dare sepoltura ai defunti nella propria area di competenza perché i loculi sono pieni.

Ecco una notizia per gli scettici dei…

GERUSALEMME – A Gaza non c’è riposo, neppure eterno. Stanno morendo talmente tante persone che non sanno più dove seppellirle. Sono finiti i cimiteri. Sopra è tutto distrutto, sotto i posti disponibili sono esauriti, devastati dalle bombe di Israele o inaccessibili. Ci si arrangia con le fosse comuni, scavando buchi per terra dove capita, per strada, accanto alle macerie, nei cortili di quelle che una volta erano scuole. Buttando i cadaveri nei cassonetti. A lanciare l’allarme, in mezzo ad altri mille allarmi che arrivano dalla martoriata Striscia in piena catastrofe umanitaria, è l’ospedale Nasser di Khan Younis, una delle poche strutture sanitarie ancora in funzione. Alla cancellata dell’obitorio, i funzionari del servizio hanno appeso un lenzuolo, bianco come una resa: su di esso hanno scritto un messaggio che avverte la popolazione dell’impossibilità di dare sepoltura ai defunti nella propria area di competenza perché i loculi sono pieni.

Ecco una notizia per gli scettici dei numeri, quelli che «non è vero che sono 57 mila le vittime palestinesi, sono molte meno, è Hamas che gonfia di proposito le cifre». I medici e i gazawi raccontano di vedere corpi in decomposizione interrati nella sabbia, e quando non li vedono ne sentono l’odore. Dopo ogni raid dello Stato ebraico, il bilancio dei morti viene aggiornato dagli ospedali che ricevono i deceduti e i feriti, e dal ministero della Sanità che, come ogni apparato amministrativo della Striscia era, e probabilmente tuttora è, sotto il controllo di Hamas. Quei numeri sono stati ritenuti plausibili anche da osservatori indipendenti ma di sicuro il bilancio è impreciso, perché le vittime potrebbero essere di più. Persino il doppio: il quotidiano progressista Haaretz, basandosi su fonti internazionali, stima che arriverebbero a 100 mila.

La certezza si avrà a conflitto finito, col tempo, ma anche fossero meno delle 57 mila dichiarate, è comunque un massacro. Lo dicono le immagini, lo dice la Storia e lo dicono i cimiteri.

Nella Striscia di Gaza ce n’erano 60 prima della guerra, di questi 22 sono stati distrutti dai missili e 18 sono gravemente danneggiati. Ne rimangono una ventina, pieni. A fornire i dettagli della situazione e a parlare di «grave crisi delle sepolture» è il ministero locale del Waqf (Affari religiosi). A Khan Younis non sanno dove inumare con dignità i morti, a Rafah non possono proprio farlo: il coprifuoco è quasi totale, il governatorato è semi-svuotato dagli ordini di evacuazione emessi dalle Israeli defence forces (Idf) e i combattimenti con le brigate Qassam raramente lasciano lo spazio per esequie e sepolture.

«I residenti sono costretti a mettere i propri defunti in fosse comuni, ospedali, scuole, parchi pubblici e per strada», riferisce il ministero del Waqf. «Il divieto di ingresso dei materiali da costruzione per le tombe ha portato i cittadini a utilizzare i cassonetti. Stiamo cercando terreni alternativi che consentano sepolture temporanee e sicure».

Pare essersi sviluppato una sorta di business del caro estinto: pur di racimolare qualche shekel da spendere per comprare da mangiare al mercato nero, c’è chi sta vendendo delle tombe pre-scavate a 700 shekel (circa 176 euro), approfittandosi delle circostanze e della mancanza di cemento, di pietre per le lapidi e di sudari per i cadaveri. È una cifra altissima per le tasche dei gazawi assediati. L’alternativa è vedere i cadaveri dei propri famigliari marcire sotto il sole della seconda estate di guerra, o doverli sotterrare per strada.

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