La visione apocalittica dell’alba di Kiev costellata di roghi giganteschi e da una enorme nube nera è l’effetto di un’innovazione introdotta dagli ingegneri russi. I tecnici di Mosca hanno trasformato gli originali Shahed iraniani in una macchina terribile, munendola di due modelli di ogive progettate per scatenare le fiamme. Una è una classica carica incendiaria, che appicca il fuoco laddove colpisce. L’altra è ancora più micidiale: una testata termobarica, che brucia l’ossigeno dell’aria per generare un’onda d’urto devastante ad altissima temperatura. Questo ordigno in pratica provoca sia la distruzione – con ferite agli organi interni delle persone - sia una vampata di calore che alimenta le fiamme.
Dallo scorso maggio il numero di Geran – il nome russo della nuova generazione di Shahed – con carica termobarica scagliati su Kiev e sulle altre città continua ad aumentare: per questo gli ucraini si trovano sempre più spesso a fronteggiare incendi che divorano interi condomini. L…
La visione apocalittica dell’alba di Kiev costellata di roghi giganteschi e da una enorme nube nera è l’effetto di un’innovazione introdotta dagli ingegneri russi. I tecnici di Mosca hanno trasformato gli originali Shahed iraniani in una macchina terribile, munendola di due modelli di ogive progettate per scatenare le fiamme. Una è una classica carica incendiaria, che appicca il fuoco laddove colpisce. L’altra è ancora più micidiale: una testata termobarica, che brucia l’ossigeno dell’aria per generare un’onda d’urto devastante ad altissima temperatura. Questo ordigno in pratica provoca sia la distruzione – con ferite agli organi interni delle persone - sia una vampata di calore che alimenta le fiamme.
Dallo scorso maggio il numero di Geran – il nome russo della nuova generazione di Shahed – con carica termobarica scagliati su Kiev e sulle altre città continua ad aumentare: per questo gli ucraini si trovano sempre più spesso a fronteggiare incendi che divorano interi condomini. L’obiettivo è chiaro: terrorizzare la popolazione.
Lunghi tre metri e mezzo, i vecchi droni iraniani avevano un’autonomia di duemila chilometri ma un potenziale bellico limitato: poco più di venti chili di tritolo, che riuscivano al massimo a danneggiare un appartamento. Nello scorso autunno nella capitale l’allarme per l’arrivo dei lenti Shahed faceva una paura modesta agli abitanti e pochi accorrevano nei rifugi. Adesso è cambiato tutto e nessuno ignora la minaccia.
Le bombe volanti infatti hanno una testata raddoppiata o addirittura triplicata: da cinquanta a novanta chili di carica distruttiva. Sono costruiti con un materiale plastico nero che li rende ancora meno individuabili dai radar. Inoltre hanno un sistema di guida molto più efficace: poiché gli Shahed volavano a bassa quota, gli ucraini hanno creato una rete di postazioni e fuoristrada dotati di mitragliere che riuscivano ad abbatterne la stragrande maggioranza. Ora non è più così: i Geran quando si avvicinano alle città si alzano fino a tremila metri, fuori dal raggio d’azione delle mitragliere, e così piombano indisturbati sugli obiettivi. Questa evoluzione è merito delle componenti elettroniche importate dalla Russia violando l’embargo: su alcuni droni sono stati trovati chip prodotti da Nvidia, la società hitech che fornisce gli elementi chiave per l’intelligenza artificiale.
Grazie alla strumentazione avanzata, i velivoli senza pilota adesso riescono a compiere manovre mentre i vecchi modelli tendenzialmente procedevano in linea retta. Un apparato di navigazione che si aggancia sulla trasmissioni della telefonia cellulare gli permette di stabilire la rotta con precisione e spesso di mandare alla base immagini raccolte durante il percorso. Questo metodo di navigazione ha ridotto l’efficacia degli strumenti di disturbo elettromagnetico, che “spezzavano” gli impulsi radio impiegati dai russi per pilotare da distanza gli Shahed. Ora sono praticamente autonomi: veri robot assassini.
L’altro grande problema è la quantità. Nello scorso giugno ne sono stati lanciati 5.438, in parte di una versione disarmata che serve solo a creare confusione nella contraerea e far sprecare munizioni. Nel giugno 2024 erano stati soltanto 332. Sono diventati sedici volte di più e le difese faticano ad abbatterli: un anno fa il 95% veniva distrutto, adesso il 74% e i risultati peggioreranno a causa del blocco degli aiuti bellici statunitensi.
Gli ucraini non si rassegnano al dilagare degli ordigni teleguidati. Poiché gli incursori volano troppo in alto per le mitragliere schierate sul terreno, mandano sempre più spesso caccia ed elicotteri per intercettarli usando tutte le armi di bordo: missili aria-aria, missili anti-tank, cannoncini a tiro rapido e persino cecchini che sparano dagli elicotteri. Il Canada ha iniziato a fornire piccoli aerei ad elica, simili a quelli da turismo, da cui un fuciliere spara contro i droni: una soluzione che conta sulla bassa velocità dei droni.
L’intelligence di Kiev non si è accontenta della difesa. Mentre la scorsa notte la capitale veniva tormentata da un attacco senza precedenti, una squadriglia di droni ucraini si è spinta fino alla regione di Mosca e ha colpito l’Istituto di Ricerca Chimica Applicata nel centro di Sergiev Posad: l’impianto statale che costruisce le testate termobariche impiegate per incendiare le città ucraine. Il raid ha preso di mira sia l’Istituto che la centrale elettrica che gli garantisce la corrente, provocando un lungo blackout. Nei prossimi giorni sarà possibile capire se l’assalto è riuscito a rallentare o fermare la produzione delle ogive che portano l’inferno nella vita della popolazione ucraina.