Il turismo del massacro fa tappa a Jonestown, dove i 900 della setta si uccisero su ordine del guru
di Massimo BasileNEW YORK - Quasi cinquant’anni dopo uno dei più grandi massacri di gruppo legati a un culto, Jonestown rappresenta una macabra tappa turistica e un sinistro monito per l’America: seguire il culto del capo può portare al proprio lento annullamento. Al momento a essere popolare tra gli americani è la prima considerazione: i resti della setta Peoples Temple, nella giungla della Guyana, il piccolo Paese del Sud America, che un tempo ospitò circa i mille adepti della setta religiosa fondata da Jim Jones, sono da anni una meta turistica.
Dal 2009 una targa ricorda il motivo per cui Jonestown è diventata famosa: quando il 18 novembre 1978 più di novecento persone si tolsero la vita su ordine del loro guru. La gente del posto considera questa storia una macchia indelebile, ma c’è chi ci ha costruito un business. Il Jonestown Memorial Tour, lanciato da una compagnia della Guyana, offre un pacchetto viaggio da 750 dollari che include volo dalla capitale, Georgetown, tragitto di un’ora su strade…
NEW YORK - Quasi cinquant’anni dopo uno dei più grandi massacri di gruppo legati a un culto, Jonestown rappresenta una macabra tappa turistica e un sinistro monito per l’America: seguire il culto del capo può portare al proprio lento annullamento. Al momento a essere popolare tra gli americani è la prima considerazione: i resti della setta Peoples Temple, nella giungla della Guyana, il piccolo Paese del Sud America, che un tempo ospitò circa i mille adepti della setta religiosa fondata da Jim Jones, sono da anni una meta turistica.
Dal 2009 una targa ricorda il motivo per cui Jonestown è diventata famosa: quando il 18 novembre 1978 più di novecento persone si tolsero la vita su ordine del loro guru. La gente del posto considera questa storia una macchia indelebile, ma c’è chi ci ha costruito un business. Il Jonestown Memorial Tour, lanciato da una compagnia della Guyana, offre un pacchetto viaggio da 750 dollari che include volo dalla capitale, Georgetown, tragitto di un’ora su strade sconnesse e una notte nel vicino paese minerario di Port Kaituma. Il piatto forte del menù è la visita a Jonestown.
I guyanesi sono indignati, i sopravvissuti al massacro sono senza parole: come si può celebrare, dicono, un posto così infame? John Cobb, 65 anni, citato dal New York Times, dice che il tour è una “manovra per fare soldi sfruttando una tragedia”. Lui aveva 18 anni quando avvenne il suicidio di massa. In quella tragedia perse undici familiari, inclusi la madre e cinque tra fratelli e sorelle. La proprietaria della compagnia, Roselyn Sewcharran, sostiene che l’obiettivo non è inseguire il sensazionalismo, ma mostrare ai turisti “i pericoli della manipolazione, di un’autorità senza contrappesi e le circostanze che hanno portato a un evento devastante”.
Era il 1977 quando Jones, un carismatico predicatore americano, che aveva fondato negli anni ’50 il movimento religioso Peoples Temple, già segnato da ombre su possibili abusi, con un centinaio di adepti si trasferì nella Guyana per creare una comunità agricola, autosufficiente e interrazziale, ma soprattutto lontana dal controllo americano. La vita nel villaggio, resterà segnata da storie di abusi fisici e frodi finanziari. Gli adepti diedero tutti i loro risparmi e accettarono di lavorare dodici ore al giorno, mentre il guru diventava sempre più paranoico. I membri della sette venivano isolati, sorvegliati, privati del passaporto e costretti a subire lunghi lavaggi del cervello. I dissidenti venivano puniti.
Il 17 novembre 1978, sull’onda di denunce fatte da ex adepti e familiari preoccupati, il deputato della California Leo Ryan decise di visitare la comunità, accompagnato da giornalisti e familiari di alcuni adepti. Durante la visita, alcuni membri della setta chiesero a Ryan di poter partire con lui. Il deputato era furioso e pronto a farne un caso nazionale al Congresso. Il giorno dopo, mentre Ryan, i giornalisti e i fuggitivi stavano salendo su due piccoli aerei nell’aeroporto di Port Kaituma, i miliziani della setta li attaccarono. Ryan e altri quattro, tra cui tre reporter, vennero uccisi a fucilate. Il guru si rese conto che la storia della setta era finita e ordinò agli adepti il suicidio di massa.
Novecentodiciotto persone, inclusi più di trecento bambini, morirono bevendo un cocktail di cianuro e sedativi, servito in un contenitore di bevanda alla frutta. Chi si rifiutò, venne immobilizzato e costretto a farsi iniettare in vena il liquido. Jones si tolse la vita, sparandosi un colpo di pistola alla testa.
Quel massacro è considerato il più grande suicidio di massa nella storia moderna e la tragedia più grande in un evento non bellico fino all’11 settembre 2001. Da questo episodio è nata negli Stati Uniti l’espressione “drinking the Kool-Aid”, per indicare chi si “beve la propaganda” e segue ciecamente un’ideologia. Il massacro ha ispirato documentari, libri, film e studi sulla psicologia di massa. Gli organizzatori del tour, senza citare nomi, sostengono che questa storia andrebbe divulgata per far capire all’America di oggi dove possa portare il culto del capo.