Bahbah: “Io mediatore americano-palestinese, così convincerò Hamas e Israele a dichiarare la tregua”
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME – L’uomo che fa parlare Hamas con la Casa Bianca è appena atterrato a Doha. «Sono qui per il negoziato, presto arriverà Steve Witkoff che mi ha chiesto di far parte della delegazione americana», dice a Repubblica Bishara Bahbah. «Ci sono dei punti in sospeso nella bozza di accordo. Farò di tutto per la tregua perché ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza è inumano».
Il professor Bahbah, nato a Gerusalemme 67 anni fa ma emigrato negli Stati Uniti, è il mediatore per caso. Nella vita fa tutt’altro: accademico palestinese con cittadinanza americana, attivista, ha insegnato alla Harvard Kennedy School del Massachussets. Sosteneva Biden, ma durante le presidenziali del 2024 ha fondato l’associazione “Arabi americani per Trump”. Un anno dopo, in polemica coi propositi del tycoon di trasformare Gaza nella Riviera del Medio Oriente, ha modificato il nome in “Arabi americani per la pace”. Ma, insomma, è sempre lì, trumpiano. A febbraio ha ricevuto una telefonata inaspettata …
GERUSALEMME – L’uomo che fa parlare Hamas con la Casa Bianca è appena atterrato a Doha. «Sono qui per il negoziato, presto arriverà Steve Witkoff che mi ha chiesto di far parte della delegazione americana», dice a Repubblica Bishara Bahbah. «Ci sono dei punti in sospeso nella bozza di accordo. Farò di tutto per la tregua perché ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza è inumano».
Il professor Bahbah, nato a Gerusalemme 67 anni fa ma emigrato negli Stati Uniti, è il mediatore per caso. Nella vita fa tutt’altro: accademico palestinese con cittadinanza americana, attivista, ha insegnato alla Harvard Kennedy School del Massachussets. Sosteneva Biden, ma durante le presidenziali del 2024 ha fondato l’associazione “Arabi americani per Trump”. Un anno dopo, in polemica coi propositi del tycoon di trasformare Gaza nella Riviera del Medio Oriente, ha modificato il nome in “Arabi americani per la pace”. Ma, insomma, è sempre lì, trumpiano. A febbraio ha ricevuto una telefonata inaspettata che lo ha catapultato nella più complicata delle trattative.
Da chi è stato chiamato?
«Da Shua Tawil, la vedova di Yasser Arafat. Mi ha chiesto se uno dei leader di Hamas (Ghazi Hamad, ndr) poteva comunicare con me per recapitare un messaggio all’amministrazione americana. Mi ha effettivamente chiamato e quindi ho girato la comunicazione alla Casa Bianca, che all’inizio era molto scettica».
Per quanto avete parlato?
«Per sei settimane ho fatto da intermediario, passando i messaggi di una parte e dell’altra. Alla fine è stato liberato l’ostaggio per gli Usa più importante, l’ex soldato israelo-americano Edan Alexander, nella sorpresa di tutti, me compreso».
L’ingresso di Trump nel negoziato ha cambiato davvero le cose?
«Non saremmo qui se l’ostaggio americano non fosse stato rilasciato perché quell’evento ha coinvolto molto Trump. Il presidente voleva che Alexander fosse liberato prima della partenza per il suo viaggio in Medio Oriente a maggio, e il fatto che sia andata così ha creato le condizioni per delle aperture».
Lei ha un ruolo ufficiale?
«No, sono il canale informale attraverso cui Stati Uniti e Hamas interagiscono».
E come si sente nei panni del mediatore per caso?
«Dal mio punto di vista, se questo aiuta a far finire la guerra a Gaza lo rifarei un milione di volte. Non voglio che gli israeliani siano tenuti in ostaggio, così come non voglio che 12 mila palestinesi siano trattenuti nelle carceri di Israele. Li chiamano detenuti, ma in realtà sono anch’essi ostaggi, in molti casi prelevati di notte».
Quali reazioni ci sono state?
«In generale, la gente mi sostiene. Dentro Hamas so che ci sono state molte discussioni e dibattiti sul mio ruolo di mediatore informale. Alcuni mi accusano di parteggiare per il lato America-Israele. Onestamente, non mi interessa cosa dice la gente se posso essere utile alla fine del conflitto».
In che fase della trattativa siamo?
«Nella fase che precede quelli che noi chiamiamo proximity talks, gli ultimi colloqui. Il cessate il fuoco sarà annunciato solo quando a Doha Israele e Hamas, tramite i mediatori, troveranno un’intesa sui punti dove le loro posizioni ancora non collimano».
Quali sono?
«Sono quattro. La mappa del ritiro delle truppe israeliane durante i sessanta giorni di tregua, con Hamas che ha chiesto che sia quella del marzo scorso. Poi devono accordarsi su quanti palestinesi saranno scarcerati in cambio degli ostaggi e sugli aiuti umanitari, perché Hamas vuole che ritornino sotto la gestione delle Nazioni Unite. Non so se indicheranno anche il numero dei camion che devono entrare ogni giorno. Infine, il quarto punto».
Le garanzie.
«Esatto, Hamas vuole una garanzia su quel che accadrà dopo i 60 giorni. In passato ha chiesto che la tregua possa essere estesa fino a 90 o 120 giorni se non sarà raggiunta l’intesa per il cessate il fuoco permanente».
Quale, tra questi punti in sospeso, la preoccupa?
«La mappa del ritiro delle Idf, perché nel precedente accordo per definirla ci sono voluti molti giorni, ma ora non c’è più tempo da perdere, la sofferenza dei gazawi è oltre l’immaginabile».
E il nodo più ostico da sciogliere?
«L’estensione del periodo di tregua. Israele ha posto un limite preciso, non so se è perché sono ansiosi di tornare alla guerra».
Non crede che anche il destino della Gaza Humanitarian Foundation, che Hamas non vuole nella Striscia, possa compromettere il negoziato?
«Non saprei. Il fatto che più di 600 palestinesi siano stati uccisi mentre erano nelle vicinanze dei centri di distribuzione della Ghf è una macchia enorme per la fondazione. L’idea degli Stati Uniti era fornire il cibo e gli aiuti, sono stati convinti dagli israeliani che quello fosse un buon meccanismo».
Quanto prevede che dureranno gli ultimi colloqui a Doha?
«Qualche giorno, spero che la tregua venga annunciata la prossima settimana».
Qual è la sua sensazione? Ci sarà la tregua?
«Sì. Gaza non può sopportare un giorno di più di guerra, Hamas e Israele devono arrivare a un accordo, che gli piaccia o no».