Netanyahu gela Hamas: “Proposte inaccettabili ma a Doha tratteremo”
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME – Israele manderà la sua squadra di negoziatori a Doha e questo è un segnale di speranza per la Striscia di Gaza. Dopo il sì con riserva di Hamas alla bozza di accordo per la tregua, presentata dagli emissari del Qatar ma che di fatto ricalca il piano dell’americano Steve Witkoff, si attendeva la replica dello Stato ebraico. Netanyahu, dopo aver convocato il Consiglio di sicurezza, ha confermato l’invio del team, però ha anche specificato che i cambiamenti alla bozza chiesti da Hamas «non sono accettabili».
Il team dovrebbe arrivare nella capitale qatariota oggi per quelli che vengono definiti «colloqui di prossimità»: in sostanza è l’ultimo miglio della trattativa che, come sempre, non sarà diretta ma avverrà tramite mediatori egiziani, qatarioti e americani. Ci sarà anche Witkoff, l’inviato di Donald Trump per il Medio Oriente. Sul tavolo l’ipotesi di due mesi di cessate il fuoco, durante i quali Israele riavrà 28 ostaggi (10 ancora vivi, 18 cadaveri) mentre Hamas chie…
GERUSALEMME – Israele manderà la sua squadra di negoziatori a Doha e questo è un segnale di speranza per la Striscia di Gaza. Dopo il sì con riserva di Hamas alla bozza di accordo per la tregua, presentata dagli emissari del Qatar ma che di fatto ricalca il piano dell’americano Steve Witkoff, si attendeva la replica dello Stato ebraico. Netanyahu, dopo aver convocato il Consiglio di sicurezza, ha confermato l’invio del team, però ha anche specificato che i cambiamenti alla bozza chiesti da Hamas «non sono accettabili».
Il team dovrebbe arrivare nella capitale qatariota oggi per quelli che vengono definiti «colloqui di prossimità»: in sostanza è l’ultimo miglio della trattativa che, come sempre, non sarà diretta ma avverrà tramite mediatori egiziani, qatarioti e americani. Ci sarà anche Witkoff, l’inviato di Donald Trump per il Medio Oriente. Sul tavolo l’ipotesi di due mesi di cessate il fuoco, durante i quali Israele riavrà 28 ostaggi (10 ancora vivi, 18 cadaveri) mentre Hamas chiede maggiori garanzie per una trattativa seria e prolungata perché esso diventi permanente.
Tra i punti ancora in discussione, e su cui Netanyahu mostra rigidità, ci sono il destino della controversa Gaza Humanitarian Foundation (Ghf) e le posizioni dove, all’interno della Striscia, si dovranno ritirare le truppe israeliane durante i sessanta giorni.
Hamas, tra le altre cose, teme proprio queste ultime ore prima della possibile tregua. Ieri per i bombardamenti delle Israeli defense forces (Idf) si sono contati altri settanta morti.
L’apparato di sicurezza del movimento islamista palestinese responsabile del pogrom del 7 Ottobre ha pubblicato una serie di istruzioni e un avvertimento: «Israele potrebbe sfruttare il momento per compiere omicidi mirati, arresti e tentare di liberare ostaggi».
Nel frattempo, però, due contractor americani sono rimasti feriti dallo scoppio di due granate lanciate su uno dei siti di distribuzione della Ghf a Rafah, mentre i gazawi stavano ritirando i pacchi col cibo. L’esercito ha confermato l’attacco accusando di sabotaggio Hamas e altri gruppi armati palestinesi. E ha poi comunicato di aver abbattuto, tramite il sistema di difesa aerea Iron Dome, due razzi lanciati da Gaza verso il sud di Israele.
Netanyahu, che oggi parte per Washington dove incontrerà il presidente americano alla Casa Bianca («Già in settimana la tregua», auspica Trump), ha discusso con gli altri ministri la linea da dare al team dei negoziatori, soprattutto per definire le linee rosse oltre le quali non retrocedere.
Nel corso della giornata Netanyahu ha anche sentito Giorgia Meloni: la premier italiana ha richiamato l’urgenza di giungere a un cessate il fuoco che permetta il rilascio degli ostaggi ancora in vita e l’accesso pieno e senza ostacoli della popolazione civile all’assistenza umanitari. Meloni ha parlato al telefono pure con l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani, nel quadro dei contatti avviati sin dal vertice G7 di Kananaskis.
Le famiglie degli ostaggi però protestano perché, nel migliore dei casi, solo la metà dei venti rapiti ancora in vita sarà rilasciata. A Tel Aviv e in altre città del Paese decine di migliaia di manifestanti si sono uniti alle manifestazioni dei parenti. «In questo momento critico è vietato conformarsi alle liste di Schindler che vengono dettate, come se fosse impossibile riportarli indietro tutti», dichiara il Forum delle famiglie, citando la lista di Oskar Schindler dei dipendenti ebrei salvati dalla deportazione nei campi di sterminio nazisti durante l’Olocausto. Per i familiari, il metodo di liberazione degli ostaggi attraverso liste e fasi crea «un’incertezza insopportabile».