Gerusalemme – L’ultima raccomandazione prima di prendere il volo per Washington gli è arrivata dal Capo di stato di Israele. «L’accordo per la liberazione degli ostaggi è un imperativo morale e supremo, anche se i costi non saranno facili», ha detto Isaac Herzog a Netanyahu, in partenza per gli Stati Uniti dove oggi è previsto l’incontro, alla Casa Bianca, con Donald Trump. «Sono decisioni difficili, complesse e dolorose ma tutti i nostri ostaggi vanno portati a casa, sono fiducioso che il governo e i servizi di sicurezza affronteranno queste sfide come hanno fatto finora».
Con queste parole in testa il primo ministro israeliano si troverà faccia a faccia con Trump per la terza volta da quando il tycoon è stato rieletto. Sul tavolo due argomenti: Gaza e l’Iran. «Su Gaza mi aspetto un accordo in settimana», ha detto il tycoon aspettando Netanyahu. Ma se è vero che è stato mandato a Doha un team di negoziatori israeliani, segnale della volontà di trattare sulla bozza di accordo per il…
Gerusalemme – L’ultima raccomandazione prima di prendere il volo per Washington gli è arrivata dal Capo di stato di Israele. «L’accordo per la liberazione degli ostaggi è un imperativo morale e supremo, anche se i costi non saranno facili», ha detto Isaac Herzog a Netanyahu, in partenza per gli Stati Uniti dove oggi è previsto l’incontro, alla Casa Bianca, con Donald Trump. «Sono decisioni difficili, complesse e dolorose ma tutti i nostri ostaggi vanno portati a casa, sono fiducioso che il governo e i servizi di sicurezza affronteranno queste sfide come hanno fatto finora».
Con queste parole in testa il primo ministro israeliano si troverà faccia a faccia con Trump per la terza volta da quando il tycoon è stato rieletto. Sul tavolo due argomenti: Gaza e l’Iran. «Su Gaza mi aspetto un accordo in settimana», ha detto il tycoon aspettando Netanyahu. Ma se è vero che è stato mandato a Doha un team di negoziatori israeliani, segnale della volontà di trattare sulla bozza di accordo per il cessate il fuoco, è anche vero che nella delegazione non compaiono i nomi grossi che hanno fin qui gestito la partita: non ci sono né il ministro degli Affari strategici Ron Dermer, braccio destro di Netanyahu, né il direttore del Mossad David Barnea. E infatti il primo round di colloqui si è concluso senza esito.
E Netanayhu, che sabato ha detto chiaramente di ritenere «inaccettabili» le modifiche alla bozza chieste da Hamas, prima di salire sull’aereo ha dichiarato: «Stiamo lavorando per raggiungere un accordo secondo i termini che abbiamo concordato. Ho inviato una squadra negoziale con istruzioni chiare e il mio colloquio col presidente Trump (è previsto alle 6.30 del pomeriggio, ora di Washington) potrebbe contribuire a far progredire le cose».
Il primo ministro di Israele ribadisce l’impegno a portare a casa tutti gli ostaggi (nella Striscia di Gaza ne sono rimasti, tra vivi e morti, 50), ma l’accordo su cui ha dato un sì preventivo prevede una tregua di due mesi durante la quale sarà rilasciata solo la metà dei sequestrati ancora in vita, e ciò, oltre a scatenare le proteste del Forum delle famiglie, dimostra come la fine della guerra sia ancora lontana. «Hamas non ci sarà più», è il mantra di questi giorni del premier israealiano.
A Gaza i bombardamenti non si fermano. Il ministero della Sanità palestinese all’interno della Striscia ha contato altri 80 morti per i raid di Israele, mentre le Israeli defense forces dichiarano che l’obiettivo dell’attacco all’internet cafe di Gaza City (33 uccisi) era Ramdan Abd Ali Saleh, comandante dell’unità navale di Hamas.
Per la prima volta, inoltre, Yasser Abu Shabab, il beduino 35 enne che guida una milizia popolare nella zona a est di Rafah e si è messo a scortare i camion degli aiuti umanitari (dopo averli per mesi depredati), ha ammesso di collaborare con le Idf. «Quando vado in missione glielo comunico», ha riferito in un’intervista con la radio pubblica israeliana in lingua araba. Afferma di potersi muovere liberamente nelle aree sotto il controllo israeliano e dice di ricevere “sostegno logistico e finanziario da diverse parti”, senza citare però Israele. È il segreto di Pulcinella: lo stesso governo dello Stato ebraico aveva ammesso di appoggiare nella Striscia i gruppi che sono contro Hamas.
Il movimento islamista palestinese e la Jihad Islamica rispondono minacciando di morte Abu Shabab e i membri della sua milizia armata. «Sono agenti che lavorano su ordine dell’occupazione, il loro destino è nella pattumiera della storia».
Il governo israeliano, infine, nel Consiglio di Sicurezza di sabato ha autorizzato l’ingresso di camion umanitari nel nord della Striscia, nonostante l’opposizione dei ministri dell’ultradestra Smotrich e Ben-Gvir. Smotrich, in particolare, ha avuto un aspro litigio con il Comandante delle forze armate israeliane, il generale Eyal Zamir, che ha accusato di aver fallito la missione di costruire un sistema di distribuzione del cibo a prova di Hamas.