«Non sono né di sinistra né di destra, io vado avanti». La battuta di Elon Musk, l’imprevedibile Uomo Avatar di Tesla e SpaceX, fa da manifesto all’America Party che sogna di spezzare, già alle elezioni di midterm 2026, il duopolio repubblicani-democratici al governo dai tempi di Lincoln. L’ambizione tech di Silicon Valley batterà la vecchia Washington o è una crociata egocentrica in Photoshop da rivolta populista?
Donald Trump aveva accolto con entusiasmo l’influenza finanziaria e la potenza social di Musk, che vedeva in lui il nemico del “deep state” amministrativo che detesta, da fedele capitalista sudafricano. Musk, sega elettrica impugnata contro gli statali, ignora che il potere, come il carburante dei suoi razzi, brucia in fretta. Litigando sulla legge fiscale, fra accuse di pedofilia e minacce di deportazione, Musk rompe l’intesa e vara l’America Party, deciso a conquistare la “maggioranza esausta”, imprenditori, centristi, tecno-libertari, democratici delusi e conservatori post-Trump, slogan da 1968 in versione oligarca, “Ripensare tutto”, “Decentralizzare il potere”, “Innovare la democrazia”, niente ciclostile e dazebao, contano i soldi dell’uomo più ricco della storia.
La storia, però, è maestra crudele per i sognatori. Chiedetelo a Theodore Roosevelt, che nel 1912 si separò dai Repubblicani con il Partito Progressista del “Bull Moose”, consegnando la Casa Bianca al democratico Woodrow Wilson. O a George Wallace, che nel 1968, con il Partito Indipendente Americano vinse cinque stati del Sud, entusiasmando i razzisti. Il magnetico imprenditore Ross Perot, nel 1992, salì al 39% nei sondaggi di giugno, ma la scelta del candidato vicepresidente, l’ammiraglio Stockdale che in tv mormorava «Che ci faccio qui?», lo ridusse al 19%, abbastanza per togliere voti a Bush padre e regalare la vittoria a Clinton. Ralph Nader, profeta del Partito dei Verdi, costò la Casa Bianca al dem Al Gore nel 2000 contro Bush figlio e la storica Doris Kearns Goodwin fu spietata: «Quando due gemelli litigano basta una spinta a decidere chi prende la culla». Adorata in Europa, la ribelle afroamericana Angela Davis, ex assistente del filosofo Marcuse e amica del dittatore della Germania Est Honecker, si presentò da vicepresidente per due volte con il Partito Comunista Usa, raggranellando poche migliaia di voti.
Musk dovrebbe studiare la ferrea Legge formulata negli anni Cinquanta dal politologo francese Maurice Duverger: nei sistemi uninominali a turno secco, come quello americano o britannico, il bipartitismo è inevitabile, gli elettori temono di “sprecare” il voto e si rifugiano nel “male minore” tra i due principali candidati. Lo studioso Lee Drutman è schietto: «Le elezioni americane non sono fatte per offrire scelte. Sono fatte per eliminarle». Per sfondare, il partito di Musk dovrebbe riformare il sistema (introducendo il voto a scelta multipla) o compiere un miracolo unendo il malcontento nazionale.
Musk, eterno troll, intende aggirare Duverger con un algoritmo. La piattaforme dell’America Party proporrà riforma elettorale, referendum digitali, governance aumentata dall’Intelligenza Artificiale. «Musk crede che la democrazia funzioni con aggiornamenti tipo firmware», ironizza un ex consigliere della Casa Bianca, ma per milioni di fan online, è questo il punto per spezzare il sistema.
Al Senato la legge fiscale di Trump è passata grazie al voto del vicepresidente Vance, alla Camera per quattro voti, il Paese resta spaccato e alle elezioni di midterm 2026 le prime stime danno i candidati dell’America Party fino al 12% in certi collegi, forte tra moderati, giovani, indipendenti: un possibile disastro per i trumpiani alla Camera e al Senato, come ammonisce il senatore Tillis, l’ultimo dissidente repubblicano. Nel 2028 Musk, nato a Pretoria, non potrà candidarsi alla presidenza a norma di Costituzione, ma potrebbe ribaltare lo status quo con un campione scelto ad hoc.
«È ora di riscrivere il sistema operativo dell’America. Siamo fermi alla versione 1776.1 da troppo tempo», rilancia risoluto Musk. Marketing efficace, ma la critica Jill Lepore diffida: «In America il software può cambiare, l’hardware — la Costituzione — è progettato per resistere ai reboot». Con genio e superbia, Musk crede che disuguaglianze, fazioni, odio possano svanire grazie all’ingegneria e a una narrativa spettacolare, come Bezos che nel matrimonio di Venezia organizza la festa Grande Gatsby, trasformando in Carnevale la presaga tragedia americana di Fitzgerald. Se non vincerà la Casa Bianca, Musk conquisterà attenzione, influenza, la fedeltà di tanti. Magari si stuferà presto, gli capita sempre, ma se i democratici pensano di reagire alla dialettica Trump-Musk candidando il loro solito parruccone, la rivincita 2028 è a rischio.