Russia, oligarchi e militari: la lunga scia dei cadaveri illustri
di Gianluca Di FeoAndrei Badalov
«II posto più pericoloso per un russo? Non è una trincea sul fronte del Donbass, ma una finestra al secondo piano di un palazzo di Mosca…». Lo humor sarcastico dell’era sovietica è tornato popolare per commentare l’incredibile serie di suicidi avvenuti dall’inizio del conflitto ucraino. Una catena di episodi dai contorni misteriosi che continua ad allungarsi – se ne citano più di 60 - e che ha lasciato sull’asfalto della capitale troppi cadaveri eccellenti: quasi tutte le vittime avevano a che fare con l’industria petrolifera, la sorgente delle ricchezze lecite e illecite nella Russia di Putin.
Quattro giorni fa Andrei Badalov, numero due di Transneft, è precipitato dal suo lussuoso appartamento di un alto condominio alla periferia di Mosca. La moglie e le figlie erano in casa: l’uomo aveva 62 anni e dicono soffrisse di cuore. Nessun dubbio degli inquirenti sulla matrice del gesto: si è ucciso volontariamente. Transneft possiede 70 mila chilometri di oleodotti e gasdotti: trasferisce …
«II posto più pericoloso per un russo? Non è una trincea sul fronte del Donbass, ma una finestra al secondo piano di un palazzo di Mosca…». Lo humor sarcastico dell’era sovietica è tornato popolare per commentare l’incredibile serie di suicidi avvenuti dall’inizio del conflitto ucraino. Una catena di episodi dai contorni misteriosi che continua ad allungarsi – se ne citano più di 60 - e che ha lasciato sull’asfalto della capitale troppi cadaveri eccellenti: quasi tutte le vittime avevano a che fare con l’industria petrolifera, la sorgente delle ricchezze lecite e illecite nella Russia di Putin.
Quattro giorni fa Andrei Badalov, numero due di Transneft, è precipitato dal suo lussuoso appartamento di un alto condominio alla periferia di Mosca. La moglie e le figlie erano in casa: l’uomo aveva 62 anni e dicono soffrisse di cuore. Nessun dubbio degli inquirenti sulla matrice del gesto: si è ucciso volontariamente. Transneft possiede 70 mila chilometri di oleodotti e gasdotti: trasferisce energia dentro e fuori il Paese ma secondo una denuncia di Aleksej Navalny avrebbe pure pompato fondi neri per miliardi di dollari. Non solo. Avrebbe donato qualche decina di milioni a un ente caritatevole guidato dal capo del direttorato del Cremlino.
Il primo a finire giù dalla finestra nel settembre 2022 è stato Ravil Maganov, 67 anni, vicepresidente della Lukoil: era ricoverato nell’ospedale del Cremlino, a testimonianza del suo rango; c’è chi parla di depressione, chi sostiene fosse in terapia dopo un infarto. Tutti ricordano però la sua contrarietà pubblica all’invasione dell’Ucraina e l’auspicio di chiudere in fretta «questa tragedia». Anche il presidente e fondatore Vagit Alekperov si è dimesso senza dare spiegazioni. Lukoil, che prima della guerra incassava oltre quattro miliardi di dollari l’anno, aveva lanciato un’espansione mondiale, acquistando distributori e raffinerie ovunque, Italia inclusa: un business falcidiato dalle sanzioni.
Ci sono state situazioni molto drammatiche. Il 18 aprile 2022 Vladislav Avayev, 51 anni, ex vicepresidente della Gazprombank, l’istituto di credito del gigante petrolifero, è stato trovato morto accanto alla moglie e alla figlia tredicenne. La versione ufficiale è omicidio-suicidio. Un suo ex collega fuggito in Ucraina non ci crede: «Sapeva qualcosa che lo ha messo in una posizione pericolosa». Il giorno dopo la polizia ha scoperto i corpi di Sergey Protosenya, 55 anni, ex numero due di Novatek, della moglie e della figlia uccisi con colpi d’ascia e di coltello in una villa catalana. Il figlio è convinto che si tratti di una messinscena per incolpare il genitore: Novatek è leader nella produzione di gas in Russia. Più singolare il decesso di Alexander Subbotin, top manager della Lukoil, stroncato a 43 anni nella cantina di uno sciamano, a cui si sarebbe rivolto per liberarsi da un eccesso di alcol e droga.
Oltre agli oligarchi del petrolio, c’è un’altra categoria ad alto rischio: i vertici militari e dell’industria bellica. Nel loro caso oltre ai decessi – suicidi, capitomboli per le scale, crisi cardiache senza autopsie – c’è la spada di Damocle delle accuse per tangenti che li portano dritti ai lavori forzati. Ieri è stato arrestato il generale Viktor Strigunov, ex numero due dei pretoriani putiniani della Rosvgardia, incriminato per mazzette nella costruzione di un centro d’addestramento. Cinque giorni fa il generale Timur Ivanov, ex viceministro della Difesa, è stato condannato a 13 anni di colonia penale nel gelo siberiano. In Russia la corruzione è sempre stata un peccato veniale largamente tollerato e le imputazioni uno strumento per i regolamenti di conti. Ma quando c’è in corso una guerra, le bustarelle diventano imperdonabili.