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Il Cremlino non si spaventa e scatena contro Kiev l’attacco più potente

Dopo il cambio di linea Usa i vertici russi definiscono il leader americano “lunatico” La risposta sul campo con il peggior attacco di droni
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MOSCA – La parola d’ordine è «calma, solo calma», famoso adagio del popolare cartone animato sovietico Il monello e Karlson. Ad averlo rispolverato, dopo che Trump ha accusato Vladimir Putin di «dire stronzate», è stato il politologo Fjodor Lukjanov: «Se qualcuno è rimasto scioccato dalle parole di Donald Trump — ha aggiunto — torni in sé. Si comporta e parla sempre così. Solo che prima era considerato un pericoloso eccentrico per usare un eufemismo, ora ne ha fatto lo stile dominante nelle relazioni internazionali».

Ma a Mosca, a dire il vero, nessuno si è scomposto. Neppure il falco Dmitrij Medvedev o i propagandisti da baraccone. E il Cremlino, come sempre, ha lasciato cadere la provocazione. «Siamo abbastanza calmi sulla questione», ha commentato il portavoce Dmitrij Peskov. «Il modo di parlare di Trump è generalmente piuttosto duro. Intendiamo continuare il nostro dialogo con Washington per ricucire le nostre incrinate relazioni bilaterali. Speriamo che Trump e il suo team c…

MOSCA – La parola d’ordine è «calma, solo calma», famoso adagio del popolare cartone animato sovietico Il monello e Karlson. Ad averlo rispolverato, dopo che Trump ha accusato Vladimir Putin di «dire stronzate», è stato il politologo Fjodor Lukjanov: «Se qualcuno è rimasto scioccato dalle parole di Donald Trump — ha aggiunto — torni in sé. Si comporta e parla sempre così. Solo che prima era considerato un pericoloso eccentrico per usare un eufemismo, ora ne ha fatto lo stile dominante nelle relazioni internazionali».

Ma a Mosca, a dire il vero, nessuno si è scomposto. Neppure il falco Dmitrij Medvedev o i propagandisti da baraccone. E il Cremlino, come sempre, ha lasciato cadere la provocazione. «Siamo abbastanza calmi sulla questione», ha commentato il portavoce Dmitrij Peskov. «Il modo di parlare di Trump è generalmente piuttosto duro. Intendiamo continuare il nostro dialogo con Washington per ricucire le nostre incrinate relazioni bilaterali. Speriamo che Trump e il suo team continuino i loro sforzi per riportare il processo di pace nell’ambito della diplomazia, nonostante la decisione di riprendere le consegne di armi, che nessuno aveva effettivamente interrotto».

Aplomb diplomatico. Ma anche una certa malcelata condiscendenza. Trump, del resto, ha «sette venerdì a settimana», ha osservato Mikhail Rostovskij su Moskovskij Komsomolets in un editoriale intitolato Il freddo russo-americano. «È un po’ agitato. Cambia idea su questioni chiave con la stessa facilità con cui cambia le scarpe», ha rincarato il tabloid Komsomolskaja Pravda. Proverbi diversi, ma stessa sostanza: il presidente statunitense è «lunatico», «inaffidabile». Ne ha dato prova anche ieri quando ha detto di «valutare» l’invio dei Patriot a Kiev, mentre il presidente della Camera statunitense, il repubblicano Mike Johnson, proponeva nuove sanzioni anti-russe.

A Mosca “l’imprevedibilità di Trump” l’avevano messa in conto tutti sin dal suo ritorno alla Casa Bianca per un secondo mandato. Per questo Putin non ha mai lasciato che l’apparente luna di miele iniziale lo distogliesse dai suoi obiettivi in Ucraina né ha avuto remore a rifiutare a più riprese le sue richieste di cessate-il-fuoco o i suoi pur allettanti piani di pace.

Come ha scritto Rostovskij, Putin «pensa che Trump offra alla Russia troppo poco e che, in questo caso, dal punto di vista degli interessi nazionali a lungo termine del Paese, continuare la “buona lite” sia meglio di una “cattiva pace”. Parte dal presupposto che neppure un cambiamento nella posizione di Trump sarà in grado di spezzare le dinamiche “sul campo” e che queste dinamiche continueranno a cambiare a favore della Russia. Ecco perché Putin sta optando per la prosecuzione dell’Operazione militare speciale».

Ieri, non a caso, ha sferrato quello che Kiev ha definito il più grande attacco in quasi tre anni e mezzo di conflitto: 728 droni e 13 missili che, secondo il canale Telegram Operazione Z, vicino alle forze armate russe, avrebbero preso di mira lo stabilimento Motor a Lutsk, dove vengono riparati motori di aerei, e l’aeroporto di Ozernoye nella regione di Zhytomyr nell’Ovest dell’Ucraina, oltre che magazzini e nodi logistici nella regione di Kiev e l’area dell’aeroporto di Kharkiv, nel Nord-est. Putin va avanti. Almeno fino a un accordo alle sue condizioni che vanno ben oltre il riconoscimento delle unilaterali annessioni russe, quelle che chiama “nuove realtà territoriali”. Il leader del Cremlino vuole un’Ucraina smembrata, smilitarizzata e neutrale. E anche che la Nato si impegni a non espandersi verso Est. «Ha fatto la sua scommessa», scrive Rostovskij. «Ora la parola tocca all’America di Trump». Sempre che alle parole seguano i fatti.

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