PARIGI – Dominique Moïsi, tra i fondatori dell’Institut français de relations internationales e tra i massimi analisti francesi di geopolitica, legge nei segnali di Londra e Roma una possibile ritrovata coesione occidentale di fronte alla minaccia russa.
È davvero così?
«C’è un messaggio chiaro inviato a Mosca: non illudetevi, non abbandoneremo l’Ucraina. Potete intensificare i bombardamenti, lanciare centinaia di droni e missili, ma noi restiamo al fianco degli ucraini. Le capacità difensive di Kiev non sono così deboli come si crede. È anche un segnale agli Stati Uniti: se dovessero ritirarsi, l’Europa sarebbe pronta. E, allo stesso tempo, è un messaggio che gli europei si rivolgono a se stessi: prendiamoci sul serio, perché vogliamo che anche gli altri ci prendano sul serio».
La nuova cooperazione rafforzata tra Francia e Regno Unito include anche il nucleare. È un segnale a Putin?
«Senza dubbio. Quando la situazione militare in Ucraina si faceva difficile per la Russia, Putin h…
PARIGI – Dominique Moïsi, tra i fondatori dell’Institut français de relations internationales e tra i massimi analisti francesi di geopolitica, legge nei segnali di Londra e Roma una possibile ritrovata coesione occidentale di fronte alla minaccia russa.
È davvero così?
«C’è un messaggio chiaro inviato a Mosca: non illudetevi, non abbandoneremo l’Ucraina. Potete intensificare i bombardamenti, lanciare centinaia di droni e missili, ma noi restiamo al fianco degli ucraini. Le capacità difensive di Kiev non sono così deboli come si crede. È anche un segnale agli Stati Uniti: se dovessero ritirarsi, l’Europa sarebbe pronta. E, allo stesso tempo, è un messaggio che gli europei si rivolgono a se stessi: prendiamoci sul serio, perché vogliamo che anche gli altri ci prendano sul serio».
La nuova cooperazione rafforzata tra Francia e Regno Unito include anche il nucleare. È un segnale a Putin?
«Senza dubbio. Quando la situazione militare in Ucraina si faceva difficile per la Russia, Putin ha evocato l’uso di armi nucleari tattiche. Ora Parigi e Londra rispondono: anche noi abbiamo capacità nucleari autonome e possiamo giocare a quel gioco. Ed è un segnale anche a Washington. Mi ricorda il vertice franco-britannico di Saint-Malo del 1998. Già all’epoca Tony Blair mi disse chiaramente che non si poteva più contare per sempre negli Stati Uniti. Ed è anche un’affermazione interna all’Europa: Francia e Regno Unito hanno uno statuto particolare, sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e hanno una lunga tradizione di intervento militare».
Macron e Starmer hanno annunciato che una forza europea è pronta a intervenire in Ucraina se ci fosse un cessate il fuoco. È realistico?
«È innanzitutto un'iniziativa dissuasiva. I russi lo hanno capito e minacciano rappresaglie se le forze europee dovessero dispiegarsi al confine ucraino. Ma tutto ruota attorno a un’unica convinzione del Cremlino: che il tempo giochi a favore di Mosca. Il vero jolly di Putin si chiama Trump. È una carta incerta, instabile, ma Putin è convinto che alla fine funzionerà. E questo che gli europei vogliono contrastare, nonostante divisioni e differenze reali. Si sta formando un nuovo trio alla guida: la Germania di Merz, più risoluta in materia di difesa rispetto a quella di Merkel; la Gran Bretagna di Starmer, molto più europeista; e la Francia di Macron, che ha capito di non poter fare tutto da sola. Una Francia più modesta, una Gran Bretagna più cooperativa e una Germania più seria: è una base solida per una vera politica europea comune».
Trump ha assunto toni più duri contro Putin negli ultimi giorni, ma resta una certa ambiguità sul sostegno americano a Kiev?
«Il fatto che Washington alzi la voce con il Cremlino non significa che gli Stati Uniti torni a essere la potenza protettrice di un tempo per l'Europa. Su questo non ci sono illusioni, soprattutto a Londra e Parigi. Credo ci siano due punti chiave da chiarire: oggi non si tratta più – purtroppo – di puntare alla vittoria dell’Ucraina, che appare difficilmente raggiungibile. L’obiettivo è evitare la sua sconfitta. E questo è possibile, se si mantiene fermezza e chiarezza. La Russia ha già perso centinaia di migliaia di uomini: si parla di un milione tra morti e feriti. I costi economici sono enormi, anche se si è adattata a un’economia di guerra. Ma resta il punto: Putin non può vincere.»
Macron ha parlato con Putin dopo tre anni. Un gesto criticato, anche in Germania. Lei cosa ne pensa?
«Non bisogna cadere in processi alle intenzioni. Parlare con Putin non significa tradire l’Ucraina. Il messaggio di Macron, dopo quella telefonata, è stato molto chiaro. Anzi, possiamo pensare che sia diventato più fermo proprio dopo aver constatato che da Mosca non arrivava nulla. E oggi può dire: “Io ho provato tutto”. Nel discorso a Westminster ha espresso con nettezza la minaccia che rappresenta la Russia».