Gaza, un razzo dell’Idf fa strage di bimbi: erano in fila con le madri alla clinica pediatrica
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME – Il suono della tregua che non arriva sono gli strilli dei bambini feriti di Deir Al Balah. Sono i lamenti delle mamme che aspettavano sotto un albero l’apertura della clinica per l’infanzia del “Project Hope” dove ieri mattina davano anche latte in polvere per i malnutriti: erano andate presto all’incrocio di Altayara, tenendo i figli per mano perché a Gaza sono le donne che si occupano di queste cose, poi è esploso il razzo israeliano e ora sono tutte lì per terra. C’è un bambino di cui non sappiamo niente che viene ripreso in ospedale, dopo, mentre abbraccia un sacco bianco. «Scusa mamma, scusa per quello che ti ho fatto…», dice, addossandosi colpe che non ha.
Non c’è neanche bisogno di vederle, queste immagini. Non serve seguire la scia del sangue lasciata dai corpi cristallizzati nell’attimo scomposto della morte. Basta ascoltare i rumori del filmato girato dalla giornalista palestinese Doaa Alharazee per rendersi conto di cosa significa un giorno in più di negoziat…
GERUSALEMME – Il suono della tregua che non arriva sono gli strilli dei bambini feriti di Deir Al Balah. Sono i lamenti delle mamme che aspettavano sotto un albero l’apertura della clinica per l’infanzia del “Project Hope” dove ieri mattina davano anche latte in polvere per i malnutriti: erano andate presto all’incrocio di Altayara, tenendo i figli per mano perché a Gaza sono le donne che si occupano di queste cose, poi è esploso il razzo israeliano e ora sono tutte lì per terra. C’è un bambino di cui non sappiamo niente che viene ripreso in ospedale, dopo, mentre abbraccia un sacco bianco. «Scusa mamma, scusa per quello che ti ho fatto…», dice, addossandosi colpe che non ha.
Non c’è neanche bisogno di vederle, queste immagini. Non serve seguire la scia del sangue lasciata dai corpi cristallizzati nell’attimo scomposto della morte. Basta ascoltare i rumori del filmato girato dalla giornalista palestinese Doaa Alharazee per rendersi conto di cosa significa un giorno in più di negoziato inconcludente.
A Deir al Balah sono morti in quindici. Dieci erano bambini, il più piccolo aveva due anni, due erano uomini. I cadaveri di questi ultimi sono stati ritrovati fuori dalla fila dei pazienti, nel mezzo alla strada. Sono stati centrati dal razzo.
Doaa Alharazee verso le 7.15 stava andando in un palazzo dove funziona internet e si può ricaricare il telefono, ha visto la coda di donne e bimbi davanti alla clinica. «All’improvviso è caduto il razzo, probabilmente sparato da un drone dell’esercito israeliano. La polvere ha riempito la strada, non riuscivo a muovermi, ero paralizzata. Non sono riuscita nemmeno ad aiutare i feriti». I sopravvissuti sono stati portati all’ospedale di Deir al Balah, otto minorenni in terapia intensiva. «Ho visto persone senza più gli arti».
Una strage, l’ennesima, si è perso il conto. Ieri in tutto altri 82 morti. A Doha stanno discutendo i dettagli — il ritiro delle truppe israeliane dal corridoio Morag, le garanzie degli Stati Uniti a Hamas, le sorti della Gaza Humanitarian Foundation americana — a Gaza la guerra va avanti. Esattamente come prima. «Abbiamo colpito un terrorista di Hamas che aveva assaltato i kibbutz il 7 Ottobre», fanno sapere le Israeli defense forces (Idf). «L’incidente è oggetto di indagine, l’Idf si rammarica per ogni danno arrecato ai civili non coinvolti».
Israele ripete di essere pronto a siglare la tregua dei 60 giorni, ma non a tutti i costi. Netanyahu ieri era ancora a Washington, davanti ai familiari degli ostaggi si è mostrato ottimista. «Dal primo giorno in cui sarà in vigore il cessate il fuoco negozieremo la fine del conflitto». Però le condizioni che pone – disarmo delle Brigate Al Qassam e esilio dei leader di Hamas – sono sempre state rigettate dal movimento islamista palestinese.
(ha collaborato Sami Abu Salem)