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Dieci miliardi per Kiev. A Roma l’Europa si stringe a Zelensky

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Alla “Nuvola” i leader di 32 Paesi partecipano alla “Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina” e varano un piano da 10 miliardi. Von der Leyen: “Il suo futuro ha la bandiera europea”
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ROMA – Eccoli allineati nella “Nuvola” in tempesta. Sospesi nel gioiello di Fuxsas, nell’Eur blindato per la “Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina”. Che foto: c’è Zelensky con la moglie Olena, e accanto a loro Meloni e Tusk e Merz; e dall’altra parte Tajani e Von der Leyen e poi tutti gli altri.

«Uno degli ospiti americani — racconta il presidente ucraino — mi ha mostrato il telefonino e mi ha detto: questa vale più di mille parole. I rappresentanti di 32 Paesi uniti nel supporto all’Ucraina per forzare Putin a finire alla guerra».

Un anno intero per organizzarla e non era mica cominciata benissimo, la Conferenza. Trump non c’è, i leader “volenterosi” di Francia e Gran Bretagna sono a Londra per il loro bilaterale. E il via ai lavori è un capolavoro all’italiana, tutti rapiti dalla burocrazia nell’afa che schianta. Delegate e delegati in abito formale boccheggiano per due ore sull’asfalto liquefatto, migliaia in una fila spettacolare nel deserto dell’Eur presidiato da elicotteri e …

ROMA – Eccoli allineati nella “Nuvola” in tempesta. Sospesi nel gioiello di Fuxsas, nell’Eur blindato per la “Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina”. Che foto: c’è Zelensky con la moglie Olena, e accanto a loro Meloni e Tusk e Merz; e dall’altra parte Tajani e Von der Leyen e poi tutti gli altri.

«Uno degli ospiti americani — racconta il presidente ucraino — mi ha mostrato il telefonino e mi ha detto: questa vale più di mille parole. I rappresentanti di 32 Paesi uniti nel supporto all’Ucraina per forzare Putin a finire alla guerra».

Un anno intero per organizzarla e non era mica cominciata benissimo, la Conferenza. Trump non c’è, i leader “volenterosi” di Francia e Gran Bretagna sono a Londra per il loro bilaterale. E il via ai lavori è un capolavoro all’italiana, tutti rapiti dalla burocrazia nell’afa che schianta. Delegate e delegati in abito formale boccheggiano per due ore sull’asfalto liquefatto, migliaia in una fila spettacolare nel deserto dell’Eur presidiato da elicotteri e agenti. L’accoglienza è in tilt. Dopo una coda devastante, le delegazioni rimbalzano da un tavolo all’altro. Ma con i missili russi che anche ieri hanno ferito e ucciso a Kiev, conta ben altro: «Sono stati firmati 200 accordi per più di 10 miliardi», dice Zelensky.

La quarta edizione di questa Conferenza itinerante che scommette sul futuro di un Paese in fiamme e in macerie dopo tre anni di guerra è una grande fiera sospesa tra il sogni di una pace lontana e la realtà di un riarmo difficile e costoso. Qui i leader a reggere la barra, là gli stand di duecento colossi industriali che la scommessa la stanno già facendo. Cinquanta sono italiani: Leonardo, per esempio, ha firmato un accordo per «i primi tre radar per il controllo dei voli civili» che ancora non ci sono, ma Kiev vorrebbe farli ripartire appena possibile.

D’altronde si continua a volare anche in Russia, nonostante i droni e le esplosioni provocate dagli ucraini negli aeroporti militari russi. «Mi ha fatto impressione, in positivo, vedere quanto le aziende europee vogliono entrare nella ricostruzione — dice la commissaria Marta Kos — lavoriamo per creare un sistema di abbassamento del livello del rischio».

È nella Nuvola che i leader scrivono metà del destino della guerra e della pace. «Serve un piano di recupero e resilienza chiaro, un po’ come il piano Marshall — dice Zelensky — che ha trasformato e ricostruito l’Europa. Stiamo lavorando per creare una grande coalizione per la ripresa, per la ricostruzione». Ma ci sono due fantasmi dell’Opera che il cancelliere tedesco Friedrich Merz prova ad avvertire e risvegliare: «Ho due messaggi. Uno, molto semplice, per Putin: noi non molliamo. Il secondo è per Washington: state con noi. Stai con gli europei. Siamo sulla stessa barca e per lo stesso ordine mondiale».

Al secondo risponde il generale Keith Kellogg, inviato di Trump in Ucraina: «I nostri sforzi si concentrano su un accordo di pace globale e permanente. Il Piano Marshall aprì la strada a partenariati economici tra gli Stati Uniti e l’Europa, che ora possono guidare nuovamente lo sforzo con l’Ucraina». Ma Kellogg resta il più defilato tra gli uomini di Trump, e chissà se stavolta il presidente è in linea.

«Il futuro ucraino ha due bandiere, quella nazionale e quella Ue», dice Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea che «autorizza un pagamento da un miliardo di euro in assistenza macrofinanziaria. Quest’anno copriremo l’84% del fabbisogno esterno di Kiev, e gli accordi che stiamo firmando oggi sbloccheranno 10 miliardi di investimenti per case e ospedali, per le imprese e l’approvvigionamento energetico». È un pacchetto da 2,3 miliardi con 1,8 miliardi in garanzie e 580 milioni in sovvenzioni.

Ma lo sanno anche i leader che non si discute di ricostruzione senza vedere i fanti che muoiono al fronte, e i civili intrappolati in città prese d’assalto da missili e droni: «Non ci può essere una ripresa senza vittoria — dice il premier polacco Donald Tusk — e la vittoria dell’Ucraina è quella dei nostri valori e della sicurezza europea. Mettere fine alla guerra deve essere il nostro obiettivo». La ricostruzione, per ora, è un’illusione, dice la presidente moldava Maia Sandu, vicina di casa e di guai da occupazione russa: «È necessario che l’Ucraina possa resistere: ha bisogno di un sostegno militare sempre più forte».

E in fondo è questo, il vero significato della Conferenza. Preparare il futuro armando il presente, secondo la linea sostenuta da Kiev e dagli alleati europei. «Questo format è in ottima forma — dice Zelensky ringraziando Meloni — è perfetto per la sicurezza a lungo termine per tutti. Ci servono droni e dobbiamo produrli per difenderci e attaccare. Abbiamo tutti capito che la guerra si vince solo uniti. Anche da Trump, con cui ho parlato, abbiamo segnali positivi. I nostri Servizi dicono che Mosca desidera andare avanti con la guerra, non c’è un cessate il fuoco vicino».

In collegamento con i volenterosi ha parlato di «difesa e rafforzamento. E di sanzioni: pensate quanto costano a Putin 1,2 milioni di soldati,,, Si dice 300 miliardi di dollari per la guerra nei prossimi anni: con le sanzioni che ci aspettiamo avrà un enorme deficit di bilancio preventivo».

Il denaro. Zelensky ringrazia «il recovery fund con Francia, Germania, Italia e Polonia». Ma quello che più vuole Kiev restano i Patriot: «Ne aspettiamo 10, la Germania può pagarne 2, altri 4 la Norvegia. Altri partner potrebbero aggiungersi. Devo trovare questo denaro, è uno dei miei obiettivi e sono certo che ce la faremo». A ruota libera, in una conferenza stampa finale, parla anche dei negoziati: «Il terzo round, se vogliamo risultati seri, va preparato bene». E conferma il cambio di ambasciatore negli Usa, lasciando intendere che il successore sarà l’attuale ministro della Difesa Umerov in un imminente rimpasto di governo. Infine sostiene che secondo le informazioni dei Servizi «i russi hanno piani per lanciarci da 700 a mille droni al giorno: abbiamo soluzioni tecnologiche per intercettarli, rilevarli e abbatterli. Con le 4 aziende miste create, come quella Usa con ingegneri ucraini, avvieremo produzioni di massa per difenderci».

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