«Ormai sembra un quiz televisivo a premi, in cui il confine fra il reale e il paradossale si sta sfumando. È un modo terrificante di interpretare la presidenza di un Paese importante come gli Stati Uniti, e un modo di giocare con l’economia mondiale senza precedenti». Robert Engle ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2003 proprio per i suoi metodi di analisi sulle serie storiche dei comportamenti, delle azioni e reazioni dei mercati rispetto a shock imprevisti.
«Non ho mai visto nulla del genere», insiste. «E non si è mai visto un presidente che decide e dispone sui destini del pianeta dalla sua camera da letto, armato di un cellulare, con un semplice messaggio su un social network, a seconda dell’umore con cui si è svegliato». Engle, nato nello stato di New York nel 1942, PhD al Mit, ha insegnato statistica economica – prima di trasferirsi alla New York University – per 23 anni a San Diego in California, «dove ho tenuto una casa e tanti amici», e da lì ci risponde al telefono…
«Ormai sembra un quiz televisivo a premi, in cui il confine fra il reale e il paradossale si sta sfumando. È un modo terrificante di interpretare la presidenza di un Paese importante come gli Stati Uniti, e un modo di giocare con l’economia mondiale senza precedenti». Robert Engle ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2003 proprio per i suoi metodi di analisi sulle serie storiche dei comportamenti, delle azioni e reazioni dei mercati rispetto a shock imprevisti.
«Non ho mai visto nulla del genere», insiste. «E non si è mai visto un presidente che decide e dispone sui destini del pianeta dalla sua camera da letto, armato di un cellulare, con un semplice messaggio su un social network, a seconda dell’umore con cui si è svegliato». Engle, nato nello stato di New York nel 1942, PhD al Mit, ha insegnato statistica economica – prima di trasferirsi alla New York University – per 23 anni a San Diego in California, «dove ho tenuto una casa e tanti amici», e da lì ci risponde al telefono.
Professore, per Trump è un gioco o ha una strategia politica?
«Sembra la prima ma è la seconda. La posta in palio è uno smisurato potere politico e soprattutto economico. Lui, i parenti e i favoriti, guadagnano un mucchio di soldi ogni volta che fa una “sorpresa” ai mercati. Quanto al potere politico, ricorda i dittatori del passato con il loro sogno di diventare “padroni del mondo”. Le democrazie occidentali devono fare muro, smetterla di affidarsi a improbabili vie diplomatiche e reagire con grinta. A un uomo solo non può essere lasciata la facoltà di decidere i destini del pianeta».
Da dove cominciare?
«Dal Congresso e dalla costituzione degli Stati Uniti, che per fortuna ancora esistono. Molto è affidato alla Corte suprema: si spera che nelle decisioni che li attendono i giuristi non si facciano sopraffare dall’orientamento politico ma valutino con rigore il diritto vigente. E riescano a scardinare il meccanismo diabolico che Trump sta oliando. Deve prevalere il principio che le decisioni di politica commerciale spettano al Congresso: altrimenti lo scivolamento antidemocratico è irreversibile. Non a caso, malgrado manchi un anno e mezzo alle elezioni di mid-term, Trump sta già scegliendo i candidati del suo partito a seconda del grado di fedeltà. Nel farlo promette loro che li aiuterà nel “fund raising”, attività in cui è maestro».
Perché nei ranghi repubblicani comincia ad affacciarsi chi è contrario alle scelte di Trump?
«Sì, e viene rapidamente messo a tacere. Quanto ai democratici, non si vede all’orizzonte nessuno in grado di sfidarlo. Con altri 22 premi Nobel, da Krugman a Stiglitz, pubblicammo un’accorata lettera di supporto a Kamala Harris ma era nell’aria che era una candidata debole. E lì siamo rimasti».
Dal punto di vista strettamente economico, sono sostenibili dazi al 30%?
«Assolutamente no. Sarebbe la fine del sistema economico globale, una recessione e un’inflazione spaventosi. Ora si cercherà di rientrare in termini più verosimili ma con Trump non si può mai sapere: per divertirsi con la sua reputazione di “Taco” magari scenderà al 20%, ma comunque il quadro è pesante e insostenibile. La lettera dell’altra notte segna un discrimine, con un prima e un dopo. Senza contare che contiene grossolani errori di merito».
Ad esempio?
«Si chiede alla Ue di abbattere i dazi all’entrata: ma questi sono in media dell’1,8%. Dov’è il margine d’intervento? I mercati, che finora hanno tenuto, crolleranno alla riapertura. La lettera è stata pubblicata di sabato perché si è voluta evitare una reazione a caldo che sarebbe stata violentissima: ma due giorni di distanza non fanno la differenza».