La nostra speranza si affievolisce, vorremmo almeno che i negoziatori a Doha tenessero conto delle centinaia di persone che ogni giorno vengono uccise nell’attesa di questa tregua. E invece vediamo le immagini di donne e bambini vittime dei raid israeliani. Per morire non serve che un missile ti colpisca: basta una scheggia. Abbiamo assistito a scene strazianti, come quelle in cui minuscoli frammenti hanno trafitto l’utero di donne incinte, uccidendo sul colpo i loro bimbi non ancora nati.
C’è poi chi muore lontano dagli obiettivi, lentamente, di fame o per le ferite non curate. Nella maggior parte dei casi, ancora, donne e bambini. I pochi ospedali rimasti fanno del loro meglio per salvare quante più vite possibile, ma non hanno abbastanza letti, medicine o forniture nemmeno per le procedure più semplici. Molti bimbi hanno perso la vita a causa della malnutrizione acuta, una condizione medica che a Gaza non esisteva. C’è stato un aumento del numero di aborti spontanei, insieme…
La nostra speranza si affievolisce, vorremmo almeno che i negoziatori a Doha tenessero conto delle centinaia di persone che ogni giorno vengono uccise nell’attesa di questa tregua. E invece vediamo le immagini di donne e bambini vittime dei raid israeliani. Per morire non serve che un missile ti colpisca: basta una scheggia. Abbiamo assistito a scene strazianti, come quelle in cui minuscoli frammenti hanno trafitto l’utero di donne incinte, uccidendo sul colpo i loro bimbi non ancora nati.
C’è poi chi muore lontano dagli obiettivi, lentamente, di fame o per le ferite non curate. Nella maggior parte dei casi, ancora, donne e bambini. I pochi ospedali rimasti fanno del loro meglio per salvare quante più vite possibile, ma non hanno abbastanza letti, medicine o forniture nemmeno per le procedure più semplici. Molti bimbi hanno perso la vita a causa della malnutrizione acuta, una condizione medica che a Gaza non esisteva. C’è stato un aumento del numero di aborti spontanei, insieme alla nascita di bambini gravemente sottopeso o malformati a causa di malnutrizione, stress cronico e tossine che ingeriamo attraverso l’acqua, il cibo e persino l’aria.
Siamo intrappolati in questa attesa infinita, mentre vediamo la terra restringersi sotto i nostri piedi. Oggi gli occupanti hanno emesso un avviso che ci vieta di avvicinarsi o entrare in mare lungo tutta la costa, da nord a sud, sia per nuotare che per pescare. Chi conosce Gaza sa quanto profondo sia il nostro legame con il mare. Sotto assedio, è sempre stato il nostro unico respiro di libertà, l’ultima parvenza di normalità a cui aggrapparci. In molti non hanno avuto altra scelta che montare tende in spiaggia e, per quanto possa sembrare impossibile, le persone cercano ancora un senso, una forma di pace, restando vicine all’acqua. I bambini si tuffano per trovare sollievo dal caldo torrido, le madri lavano i vestiti nell’acqua salata, l’unica rimasta, alcuni rischiano la vita per pescare, sperando di tornare con un pasto.
Le zone rosse si espandono in fretta, come una piaga. Ogni ordine di evacuazione è seguito dalla demolizione completa di interi isolati. La maggior parte di noi, qui, è stata sfollata almeno dieci volte durante questo genocidio, costretta a correre da un luogo all’altro, spostata come una pedina in balia di ordini e minacce. Non abbiamo più l’energia per affrontare tutto questo ancora una volta. Molti preferirebbero morire piuttosto che essere sfollati un’altra volta.
Non che si possa davvero sfuggire alla morte. Nessun luogo è sicuro, sempre più persone vengono uccise fuori dalle zone rosse. Sembra che la morte sia inevitabile: ci segue ovunque andiamo. E poi c’è la fame, sempre più visibile sui nostri corpi.
La situazione è insostenibile, eppure continuiamo a resistere. Non abbiamo alternative. A volte mi sembra che il mio corpo possa esplodere da un momento all’altro, al suono di un’altra esplosione o davanti all’ennesima notizia devastante. Eppure continuiamo a sperare in una fine o, almeno, in un minimo sollievo.
*L’autrice è un medico di 24 anni di Gaza City