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Siria, ottanta morti negli scontri a fuoco tra drusi e beduini

epa12238025 A dead body lies next to a tank following clashes between Bedouin tribes and local fighters in the Druze-majority city of Sweida (Suwayda), southern Syria, 14 July 2025. According to the Syrian Observatory for Human Rights, dozens were killed in the clashes, including Syrian Caretaker Government forces. EPA/MOHAMMED AL RIFAI 

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Intanto, sul fronte di Gaza, spaccatura nel governo israeliano sulla proposta di “città umanitaria” a Rafah. E i negoziati vanno a rilento
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Dopo il massacro degli alawiti sulla costa orientale, a marzo, la brace della guerra civile torna ad accendersi in Siria nella zona meridionale, al confine con la Giordania e non lontano dalle alture del Golan, dove da giorni sono in corso scontri feroci tra miliziani drusi e beduini sunniti sostenuti dalla forze governative del presidente Ahmed al Sharaa.

Uno scontro settario e confessionale in cui si inserisce Israele, che già a maggio era intervenuto sostenendo di voler “proteggere i drusi” e ieri ha bombardato le colonne di tank di Damasco che provavano a entrare a Suwayda per prendere il controllo della città considerata capitale dei drusi siriani, alcuni dei quali alleati di Israele. Secondo l’osservatorio siriano per i diritti umani, i morti sarebbero più di 80.

La miccia è stata il sequestro da parte di gruppi armati beduini di un giovane commerciante di frutta e verdura druso a un posto di blocco. I ministeri della Difesa e degli Interni siriani hanno inviato forze nella…

Dopo il massacro degli alawiti sulla costa orientale, a marzo, la brace della guerra civile torna ad accendersi in Siria nella zona meridionale, al confine con la Giordania e non lontano dalle alture del Golan, dove da giorni sono in corso scontri feroci tra miliziani drusi e beduini sunniti sostenuti dalla forze governative del presidente Ahmed al Sharaa.

Uno scontro settario e confessionale in cui si inserisce Israele, che già a maggio era intervenuto sostenendo di voler “proteggere i drusi” e ieri ha bombardato le colonne di tank di Damasco che provavano a entrare a Suwayda per prendere il controllo della città considerata capitale dei drusi siriani, alcuni dei quali alleati di Israele. Secondo l’osservatorio siriano per i diritti umani, i morti sarebbero più di 80.

La miccia è stata il sequestro da parte di gruppi armati beduini di un giovane commerciante di frutta e verdura druso a un posto di blocco. I ministeri della Difesa e degli Interni siriani hanno inviato forze nella zona per cercare di «ristabilire l’ordine e proteggere i civili», ma hanno attribuito la responsabilità dell’escalation alle spinte autonomiste dei drusi del sud, che invece fiutano odore di trappola negli agguati beduini, un modo per creare il pretesto che serve agli uomini di al Sharaa per provare a prendere Suwayda. Ieri sera le forze governative in realtà erano ancora alla periferia della città: un ingresso violento in una città dove i drusi sono ben armati rischia di far divampare l’incendio, si tenta una mediazione con i capi religiosi e militari.

Israele osserva con preoccupazione perché teme l’avanzata di gruppi armati islamisti al suo confine settentrionale: «Proteggeremo i drusi», ha rivendicato ieri il ministro della Difesa Katz descrivendo i raid contro i tank siriani come «un chiaro avvertimento al regime» di al Sharaa.

Gli israeliani lo accusano di essere un estremista pericoloso ma hanno avviato trattative indirette con Damasco per una possibile normalizzazione. Il mediatore è l’inviato Usa per la Siria, Tom Barrak, che si dice sicuro che la normalizzazione avverrà ma «come sfogliando una cipolla, lentamente». Anche nella comunità drusa tuttavia ci sono posizioni differenti: molti hanno dichiarato di non volere che Israele intervenga in loro favore, altre fazioni che non si fidano di Damasco ne hanno chiesto invece la protezione.

Le tensioni siriane arrivano in un momento di stallo sull’altro fronte di guerra, a Gaza. Dopo una settimana di negoziati, un accordo per la tregua non è ancora all’orizzonte. Il governo Netanyahu fa filtrare di aver fatto nuove concessioni sul ritiro dell’Idf dalla Striscia, ma gli stessi mediatori parlano di una situazione bloccata anche sul fronte umanitario. Ieri a guidare la carica è stato l’Egitto, denunciando la mancata attuazione dell’accordo Ue e Israele sulla consegna degli aiuti. «La situazione sul campo è orribile. Ogni giorno ci sono oltre 100 persone uccise a Gaza solo perché vogliono ricevere gli aiuti, è una vergogna per tutti noi».

Netanyahu intanto ha bocciato il piano ispirato da Katz di realizzare una “città umanitaria” a Rafah, piano che l’ex premier israeliano Olmert ha definito un’idea criminale: se venisse realizzata sarebbe un «campo di concentramento». Per Netanyahu il piano non è fattibile per altre ragioni, ha spiegato ai suoi generali: richiede troppo tempo – fino a un anno - e troppi soldi.

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