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Migranti, 4 milioni di afghani a rischio espulsione dall’Iran. Sale l’attenzione sulla rotta jonica

(afp)

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Il governo degli ayatollah vuole rimpatriare più di 2milioni di persone a cui ha sospeso i permessi e altrettante che non ne hanno mai avuti. Solo nell’ultimo mese 500mila persone sono state deportate al confine, mentre nel Paese a centinaia vengono arrestati con l’accusa di terrorismo
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Non solo la Libia. Una nuova crisi umanitaria rischia di gonfiare le rotte di mare e di terra che portano verso l’Europa. Non passa attraverso il Mediterraneo centrale, dove nei primi sei mesi del 2025 le traversate sono state già il doppio dello stesso periodo dell’anno precedente, ma lungo le vie di fuga a est, sulle tratte che passano dalla Turchia. A sceglierle, con sempre maggiore frequenza nei prossimi mesi invertendo il trend al ribasso registrato nella prima parte dell’anno, avvertono i comitati di solidarietà che lavorano sulle rotte del Mediterraneo orientale e confermano diverse fonti in Turchia, potrebbero essere buona parte dei quattro milioni di afghani che l’Iran ha deciso di buttare fuori dal Paese e rimpatriare.

Un milione di rimpatri nel 2025, 500mila nell’ultimo mese

Dal 20 marzo scorso, il regime degli ayatollah ha imposto un giro di vite su visti e permessi di breve periodo, lanciando una campagna contro i residenti irregolari. Un processo che dopo la guerra dei …

Non solo la Libia. Una nuova crisi umanitaria rischia di gonfiare le rotte di mare e di terra che portano verso l’Europa. Non passa attraverso il Mediterraneo centrale, dove nei primi sei mesi del 2025 le traversate sono state già il doppio dello stesso periodo dell’anno precedente, ma lungo le vie di fuga a est, sulle tratte che passano dalla Turchia. A sceglierle, con sempre maggiore frequenza nei prossimi mesi invertendo il trend al ribasso registrato nella prima parte dell’anno, avvertono i comitati di solidarietà che lavorano sulle rotte del Mediterraneo orientale e confermano diverse fonti in Turchia, potrebbero essere buona parte dei quattro milioni di afghani che l’Iran ha deciso di buttare fuori dal Paese e rimpatriare.

Un milione di rimpatri nel 2025, 500mila nell’ultimo mese

Dal 20 marzo scorso, il regime degli ayatollah ha imposto un giro di vite su visti e permessi di breve periodo, lanciando una campagna contro i residenti irregolari. Un processo che dopo la guerra dei dodici giorni con Israele ha subito una brusca accelerazione. Dall’inizio del 2025, spiega il Center for Human Rights in Iran, più di un milione di afghani sono stati mandati via dal Paese e almeno nel 70 per cento dei casi si è trattato di rimpatri forzati. “Almeno nel 25 per cento dei casi si tratta di minori”. Numeri che fanno il paio con quelli forniti da Zuhal Nabi dell’agenzia Onu Oim a Kabul, “449,218 afghani sono tornati dall’Iran. Approssimativamente possiamo dire che il 50 per cento è tornato spontaneamente, il resto è stato rimpatriato con la forza”.

Le immagini che arrivano dal valico di Islam Qala, la città afghana più vicina al confine, nel distretto di Herat, sono da inferno dantesco. Migliaia di persone che arrivano su pullman stracarichi e vengono scaricate in mezzo al nulla, proprio nei giorni in cui le temperature superano i 40 gradi. Con sé hanno giusto qualche borsa, con le poche cose che sono riusciti a portare via. I più fortunati sono riusciti a vendere i propri averi, ma chi viene rimpatriato – e nelle ultime settimane sono la maggioranza – si è visto sequestrare anche il poco che aveva accumulato negli anni passati in Iran.

Il girone infernale di Islam Qala

Per giorni, a migliaia sono costretti a rimanere accampati in attesa dei controlli di frontiera, esposte al caldo impietoso, con temperature che superano i quaranta gradi, senza alcun tipo di assistenza. Secondo media locali, nelle ultime settimane almeno tredici afghani sono morti di sete e stenti lungo la strada che porta al confine. “La situazione per bambini e famiglie non è buona. Sono sotto il sole cocente, senza alcun riparo o ombra e alcune famiglie rimangono qui fino a due notti. Non hanno neanche cibo a sufficienza”, spiega dal valico Hameed, responsabile della protezione dell’infanzia per Save the children Afghanistan.

“Bambini e adolescenti sono molto impauriti e scossi. In Iran andavano a scuola, facevano una vita normale. Ora si trovano ad affrontare un'emergenza inaspettata”. A Herat, nei due centri provvisori che Save the children ha allestito, si pigiano dentro almeno 400 minori al giorno,, molti sono non accompagnati. Ma è una goccia nel mare e soprattutto rischia di esserlo in futuro perché questo potrebbe essere solo l’inizio di un esodo di massa.

(afp)

Il giro di vite imposto dal governo

Il 6 luglio è scaduto l’ultimatum che il governo iraniano ha dato ai rifugiati “non autorizzati” per lasciare volontariamente il Paese, pena l’espulsione forzata. Secondo le stime dell’ufficio immigrazione del ministero dell’Interno, si tratta di più di quattro milioni di persone. “Secondo i nostri calcoli - ha detto ai media locali il capogabinetto Nader Yar-Ahmadi - ci sono due milioni di irregolari e 2,03 milioni di afghani con documenti scaduti”. Sono, o meglio erano, i bargeh sarshomari, i permessi temporanei per i rifugiati arrivati nel Paese dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021, che permettevano un accesso limitato a servizi di prima necessità, tutti cancellati dal governo degli ayatollah nel corso degli ultimi mesi. Ma la revoca dei visti solo parte di una crescente campagna di ostilità nei confronti degli afghani, divenuti non solo capro espiatorio della crisi economica, ma anche delle falle nella sicurezza.

Arresti indiscriminati per terrorismo

Scopertasi più volte nel giro di pochi mesi infiltrata da agenti del Mossad in grado di agire vicino ai gangli vitali del potere, l’Iran ha reagito con ferocia. Centinaia di afghani sono stati arrestati con l’accusa di aver collaborato con Israele, di aver fornito informazioni logistiche e operative.

Una campagna supportata dai media di Stato, con tanto di trasmissione di presunte “confessioni" di prigionieri, che ammettono di aver “tradito” il Paese che li ha accolti. La collaborazione con gli eserciti Nato in Afghanistan che ha spinto migliaia di persone a fuggire quando sono tornati al potere i talebani, è diventata “elemento a carico” e motivo di sospetto anche in Iran.

Raid, rastrellamenti e rimpatri forzati

Nel frattempo, sono iniziati rastrellamenti e deportazioni degli “Irregolari”. Il copione, raccontato ai valichi da chi è fuggito o da chi lì è stato deportato, è sempre lo stesso. Raid e perquisizioni nelle case, nei mercati e nei cantieri edili dove migliaia di afghani lavorano a nero per pochi spicci, uomini portati via davanti alle famiglie e sbattuti in carcere, mentre mogli e figli vengono costretti a raccogliere poche cose in fretta, caricati su autobus e deportati in campi dove vengono ammassati i candidati all’espulsione o al confine.

Centinaia di donne si sono ritrovate da sole e attraversare forzatamente la frontiera in queste condizioni è un doppio problema: nell’Afghanistan dei talebani una donna non può viaggiare da sola. Ecco perché – segnalano diverse organizzazioni umanitarie – molte rimangono bloccate ai valichi nell’attesa o nella speranza che arrivi qualche parente.

Conti congelati, sim sospese e contratti di affitto e lavoro cancellati

In Iran la società si è rapidamente e senza troppa difficoltà adeguata alla linea imposta dal governo: i bambini sono stati espulsi dalle scuole, molti affittuari si sono ritrovati da un giorno all’altro senza casa, in tantissimi hanno perso il lavoro, agli afghani sono stati chiusi conti correnti e persino le utenze sono state congelate. Nella comunità cresce la paura.

“Il mio più grande terrore in questi giorni è di essere arrestato. Ora, se la polizia arresta un afghano, che abbia o meno i documenti, c'è il 99% di probabilità che venga deportato. In questo momento, mi muovo per la mia città in un perenne stato di paura e ansia – ha raccontato un uomo agli attivisti del Center for Humans Rights in Iran- Volevo andare a Teheran per vedere degli amici afghani, ma loro stessi mi hanno detto di evitare. La città è piena di posti di blocco e poliziotti che aspettano solo di catturare gli afghani”.

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Le violenze nei campi degli espulsi

Arresti e deportazioni, raccontano i testimoni, sono estremamente violenti. “Mia sorella – racconta un uomo - era in un campo con la sua famiglia. Mi ha raccontato che le guardie hanno portato gli uomini in cortile e hanno iniziato a prenderli a calci e a picchiarli con i manganelli. All'epoca, mia sorella aveva un bambino di sei anni e un neonato. È rimasta in mezzo al cortile del campo senza un riparo e nessuno diede loro nulla, nemmeno una coperta. Alla fine, qualcuno le hanno dato un sacco sporco per tenere al caldo il bambino”.

"Tornare non è un’opzione”

In molti oggi si nascondono, nella speranza che l’ondata repressiva si esaurisca o in attesa di trovare una via per uscire dal Paese perché in Afghanistan non possono tornare. Vale per molte donne, che i talebani hanno progressivamente tagliato fuori dalla società e non vogliono rinunciare a studiare o lavorare, così come tutte quelle persone che hanno lavorato con gli eserciti Nato o strutture o organizzazioni occidentali o del precedente governo e oggi vengono considerati “traditori” da condannare a morte o a lunghe pene detentive.

“Chi viene rimpatriato deve affrontare la costante minaccia di arresti arbitrari, vessazioni da parte delle autorità talebane e una dura repressione, soprattutto nei confronti di donne e ragazze. Con scarso o nessun accesso a cibo, alloggio o servizi di base, molti rimpatriati arrivano in aree già travolte dalla povertà e dagli sfollamenti”, denuncia il Chri.

Vie di fuga sempre più strette

Ecco perché la rotta che porta verso la Turchia e l’Europa per molti rimane l’unica e sempre più rischiosa opzione. Anche Ankara ha inaugurato una politica di rimpatri regolari, con migliaia di afghani caricati su voli charter con destinazione Kabul. Lo stesso pensano di fare diversi Paesi europei.

Nell’agosto scorso la Germania, pur non riconoscendo i governo talebano, ha ricominciato i rimpatri di afghani condannati per reati commessi nel Paese, affidandosi a “partner regionali”. Adesso però potrebbe andare oltre. Il cancelliere Friedrich Merz ha annunciato l’intenzione di intensificare le deportazioni verso Kabul e di interrompere i programmi di ammissione per l'ex personale locale delle agenzie tedesche attive nel Paese. Un’ipotesi cha ha fatto raggelare le Nazioni Unite. "Non è appropriato rimandare le persone in Afghanistan", ha tuonato Ravina Shamdasani, portavoce dell'Ufficio Onu per i diritti umani. Un appello che al momento sembra rimasto lettera morta.

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