Kosenko: “Se rigorose le sanzioni a Cina e India faranno finire la guerra”
Eugenio OccorsioL'incontro tra il ministro degli Esteri russo e il presidente cinese
«Se le sanzioni secondarie entreranno davvero in vigore, e ci sarà la volontà politica di verificare la loro attuazione, la Russia finirà in bancarotta molto rapidamente e la guerra finirà». Sanno di speranza e auspicio le parole di Andrew Kosenko, nato in Ucraina a Kharkiv ma cresciuto a Brooklyn. Dopo il PhD in economia alla Columbia con la supervisione di Joseph Stiglitz, è docente alla School of Management della Marist University di Poughkeepsie, 90 chilometri da New York. «Già verificare le sanzioni primarie è difficile, figuriamoci quelle secondarie. Ma se la ferma volontà di farlo esiste – ribadisce – non è tecnicamente impossibile andare a fondo nei numeri e scoprire qualsiasi verità».
I concetti di dazi e quello di sanzioni sono due problemi separati?
«Se vogliamo sì, ma strettamente correlati. Prendiamo l’esempio più rilevante, quello del petrolio. Cina, India e Turchia sono grossi acquirenti di petrolio russo, e la Russia ha in loro gli ultimi vitali clienti per l’is…
«Se le sanzioni secondarie entreranno davvero in vigore, e ci sarà la volontà politica di verificare la loro attuazione, la Russia finirà in bancarotta molto rapidamente e la guerra finirà». Sanno di speranza e auspicio le parole di Andrew Kosenko, nato in Ucraina a Kharkiv ma cresciuto a Brooklyn. Dopo il PhD in economia alla Columbia con la supervisione di Joseph Stiglitz, è docente alla School of Management della Marist University di Poughkeepsie, 90 chilometri da New York. «Già verificare le sanzioni primarie è difficile, figuriamoci quelle secondarie. Ma se la ferma volontà di farlo esiste – ribadisce – non è tecnicamente impossibile andare a fondo nei numeri e scoprire qualsiasi verità».
I concetti di dazi e quello di sanzioni sono due problemi separati?
«Se vogliamo sì, ma strettamente correlati. Prendiamo l’esempio più rilevante, quello del petrolio. Cina, India e Turchia sono grossi acquirenti di petrolio russo, e la Russia ha in loro gli ultimi vitali clienti per l’isolamento occidentale dopo l’aggressione all’Ucraina. Ora Trump minaccia dazi del 100% (e il disegno di legge bipartisan al Congresso addirittura di cinque volte tanto) quando appunto Cina, India o Turchia vogliono vendere qualsiasi cosa – dai computer all’abbigliamento – all’America, nel caso in cui gli Usa scoprano che nel frattempo stanno comprando petrolio da Mosca. Tutto diventa più difficile se dobbiamo analizzare il commercio per esempio di auto o vestiario. Ma le tecniche attuariali applicate con competenza, pazienza e continuità, rendono possibile la verifica andando a scavare nei numeri pubblicati da organizzazioni come l’Ocse e il Wto, o dagli stessi Paesi nelle loro “trade statistics”. Si può fare purché si voglia una volta per tutte».
Però c’è la possibilità che la Cina o gli altri da lei citati, scelgano Mosca, nel senso che continuano a comprare petrolio senza voler vendere più nulla in America.
«Le sembra un’ipotesi verosimile? Rinunciare a un mercato come quello americano in nome del petrolio o del gas di Putin, quando possono benissimo comprarlo a condizioni favorevoli dagli Emirati, dai sauditi o perché no dagli stessi Stati Uniti? Chi lo farebbe? Per questo, sarebbe da abbassare il price cap sul greggio, oggi di 60 dollari contro una quotazione di 70. Andrebbe portato, per essere sicuri della riuscita dell’operazione, a 30 dollari. Certo, è un’equazione a così tante incognite che bisogna essere sicuri che tutti recitino la loro parte fino in fondo in totale buona fede. Ho i miei dubbi su Trump, che anche in queste ore drammatiche sta dichiarando tutto e il contrario di tutto».
La posta in gioco è altissima, addirittura la fine della guerra: ma se si dice che neanche le sanzioni primarie abbiano funzionato?
«Chi lo dice? Non è vero, hanno messo in ginocchio l’economia russa. Un esempio: il fondo sovrano, un tempo orgoglio e vanto di Mosca, uno dei maggiori del mondo con l’equivalente di 150-200 miliardi da destinare alla ricerca scientifica più avanzata e ai progetti più innovativi, è ormai utilizzato solo per finanziare le banche locali perché vadano in soccorso delle piccole aziende del posto».
Ma allora perché dalle classifiche risulta che la Russia sia cresciuta nel 2024 del 3,8%, più dell’America?
«Per il semplice motivo che le statistiche in Russia vengono pubblicate, perfino dalla banca centrale, senza nessuna aderenza agli standard contabili internazionali. Qualsiasi possibilità di controllo indipendente è preclusa dal Cremlino. Magari è vero che la disoccupazione è scesa a zero, ma è solo perché tutta la forza lavoro viene impiegata in produzioni a bassissimo valore aggiunto come proiettili o droni. Ricavarne, in modo non verificabile, un boom del Pil è arbitrario e scorretto».
Che ne è delle riserve valutarie russe, non meno di 300 miliardi, congelati nelle finanziarie americane e soprattutto europee?
«Cosa si aspetta a sequestrarli? Perché si rinuncia a questo strumento-chiave? Sentiamo dire che c’è il pericolo di violare il diritto internazionale sul rispetto dei depositi, e solo nel 2025 si è ottenuto che gli interessi siano usati per aiutare l’Ucraina. Ma che dire allora di Putin che quotidianamente straccia qualsiasi convenzione in una guerra sanguinaria e spietata?»