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Arrestato in Germania il libico cercato dalla Cpi: “Complice di Almasri”. Adesso rischio processo

Il generale libico Njeem Osama Almasri Habish

 

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È accusato da numerosi testimoni di aver compiuto omicidi, torture e abusi. Dovrebbe essere consegnato ai giudici dell’Aia
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Probabilmente si sentiva sicuro, protetto dai documenti che lo collocano fra i funzionari in servizio in una delle ambasciate libiche in Nord Africa. Ma per Khaled al Hisri, meglio conosciuto come al Buti, per lungo tempo fra gli uomini di fiducia del generale Almasri, sono scattate le manette. L’ufficiale, fino a quattro anni fa ai vertici della Radaa, è stato arrestato mercoledì mattina all’aeroporto di Berlino, mentre era in procinto di prendere un volo per Tunisi insieme alla madre.

Le prime indiscrezioni sono filtrate sui media libici vicini al governo già poche ore dopo, ieri in serata la conferma ufficiale è arrivata anche dal procuratore di Brandeburgo che ha annunciato l’arresto di al Buti «su richiesta della Corte penale internazionale» con l’accusa di «crimini commessi contro i prigionieri».

La “consegna” dell’ufficiale libico alla Cpi sarebbe atto dovuto, ma dopo il pasticcio romano su Almasri — liberato e riportato a casa — nessuno ha voglia di sbilanciarsi prima che la p…

Probabilmente si sentiva sicuro, protetto dai documenti che lo collocano fra i funzionari in servizio in una delle ambasciate libiche in Nord Africa. Ma per Khaled al Hisri, meglio conosciuto come al Buti, per lungo tempo fra gli uomini di fiducia del generale Almasri, sono scattate le manette. L’ufficiale, fino a quattro anni fa ai vertici della Radaa, è stato arrestato mercoledì mattina all’aeroporto di Berlino, mentre era in procinto di prendere un volo per Tunisi insieme alla madre.

Le prime indiscrezioni sono filtrate sui media libici vicini al governo già poche ore dopo, ieri in serata la conferma ufficiale è arrivata anche dal procuratore di Brandeburgo che ha annunciato l’arresto di al Buti «su richiesta della Corte penale internazionale» con l’accusa di «crimini commessi contro i prigionieri».

La “consegna” dell’ufficiale libico alla Cpi sarebbe atto dovuto, ma dopo il pasticcio romano su Almasri — liberato e riportato a casa — nessuno ha voglia di sbilanciarsi prima che la procedura sia conclusa. Passaggi seguiti con attenzione anche da Roma, dove il tribunale dei ministri dovrà decidere sull’autorizzazione a procedere contro la premier, i ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario Mantovano per il caso Almasri. «Siamo curiosi di vedere se Berlino seguirà il loro vergognoso esempio», punge Nicola Fratoianni di Avs, «Nordio prenda appunti», invita Riccardo Magi di +Europa, «è la dimostrazione che si può», sottolinea Luca Casarini di Mediterranea.

E adesso c’è anche un vaso di Pandora che si potrebbe scoperchiare. Se al Buti venisse consegnato, all’Aia potrebbe partire il processo sui crimini commessi in Libia e in circolazione ci sarebbe un testimone, assai ben informato, su rapporti, relazioni, accordi formali e informali fra Libia e gli Stati Ue. E magari anche sulla controversa liberazione di Almasri.

Per conoscere con precisione le accuse che vengono contestate all’ufficiale libico, bisognerà aspettare. Ma qualche indiscrezione già filtra. Il fascicolo è quello che riguarda omicidi, detenzioni arbitrarie, torture, abusi anche sessuali avvenuti nella prigione di Mitiga. Lì, si legge nel rapporto del Panel of expert Onu, l’ufficiale oggi in manette «aveva un ruolo di vertice». Più di un ex prigioniero poi lo ha identificato con precisione, relazionandolo a sevizie di ogni tipo «di cui era direttamente responsabile» e sotto il diretto comando di «Almasri e Mahmoud Hamza».

I due un tempo erano assai vicini. Adesso Hamza, comandante della Brigata 444, bracca il vecchio compare per ordine del governo, intenzionato a fare piazza pulita delle milizie, a partire dalla Radaa di Almasri, fino a qualche mese fa parte — lautamente finanziata — dell’apparato di sicurezza dello Stato. Ma a Tripoli gli equilibri sono fragili, cambiano in fretta e oggi Almasri è braccato non solo dalla Cpi, ma anche dai magistrati libici. Al Buti non era così noto o così esposto. O meglio non lo era più. A Tripoli lo raccontano come un sadico, con metodi e strumenti di tortura che portano il suo nome, assai noto per l’abitudine di rimuovere i tatuaggi dei prigionieri a rasoiate, ma negli ultimi quattro anni aveva cercato di farsi dimenticare, ritirandosi in consolati e ambasciate lontane. Lì dove magari le priorità cambiano e i legami di fedeltà si allentano.

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