La “liberazione del Donbass” alla prima al Bolshoj diretta da Gergiev
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA – Un’attivista sui social lo ha brutalmente definito «uno stupro pubblico del teatro». Giovedì, al Bolshoj di Mosca, a chiusura della stagione teatrale, è andata in scena la prima dell’opera Semjon Kotko di Sergej Prokofiev, prodotta dal funzionario presidenziale Sergej Novikov e diretta dal maestro Valerij Gergiev.
Nulla di male se non fosse che, durante la rappresentazione, sul palco sono state proiettate varie immagini di soldati di ieri e di oggi accompagnate da messaggi che inneggiavano alla “liberazione” del Donbass ucraino paragonandola alla lotta contro il Terzo Reich.
Immagini e frasi che sovrastavano tenori, musicisti e lo stesso Gergiev, il direttore d’orchestra che non ha mai condannato l’offensiva russa contro Kiev, ma è stato invitato al festival “Un’Estate da Re” alla Reggia di Caserta il 27 luglio nonostante gli appelli contrari di Julija Navalnaja, vedova del dissidente morto in carcere Aleksej Navalny, e vari politici.
MOSCA – Un’attivista sui social lo ha brutalmente definito «uno stupro pubblico del teatro». Giovedì, al Bolshoj di Mosca, a chiusura della stagione teatrale, è andata in scena la prima dell’opera Semjon Kotko di Sergej Prokofiev, prodotta dal funzionario presidenziale Sergej Novikov e diretta dal maestro Valerij Gergiev.
Nulla di male se non fosse che, durante la rappresentazione, sul palco sono state proiettate varie immagini di soldati di ieri e di oggi accompagnate da messaggi che inneggiavano alla “liberazione” del Donbass ucraino paragonandola alla lotta contro il Terzo Reich.
Immagini e frasi che sovrastavano tenori, musicisti e lo stesso Gergiev, il direttore d’orchestra che non ha mai condannato l’offensiva russa contro Kiev, ma è stato invitato al festival “Un’Estate da Re” alla Reggia di Caserta il 27 luglio nonostante gli appelli contrari di Julija Navalnaja, vedova del dissidente morto in carcere Aleksej Navalny, e vari politici.
Già la scelta di riproporre l’opera Semjon Kotko al Bolshoj per la prima volta dopo 40 anni nel 2025 intitolato al Difensore della Patria trasudava di intenti propagandistici. Prokofiev, nato nell’odierno Donbass ucraino annesso da Mosca, la scrisse nel 1939 al ritorno nell’Urss per riaccreditarsi agli occhi delle autorità sovietiche. L’opera si ispira al romanzo Io, figlio del popolo lavoratore di Valentin Kataev, ambientato in Ucraina durante la guerra civile e l’occupazione tedesca del 1918. Il protagonista, il contadino ucraino Semjon Kotko, torna dal fronte al suo villaggio natale. La sua amata muore, la madre viene uccisa e alla fine Semjon si vendica.
«È un’opera che sembra scritta per i nostri tempi. Prokofiev, nato nel Donbass, sentiva benissimo i colori locali. Quest’opera fa provare un sordo fastidio per le lezioni della storia non apprese. “Un soldato rientrava dal fronte e ora torna al fronte!”, canta il protagonista nel finale, fiducioso nell’inevitabile vittoria del bene sul male», ha commentato il regista Novikov, peraltro capo dell’amministrazione presidenziale per i Progetti pubblici, ossia colui che istruisce gli intellettuali e bolla come “agenti stranieri” coloro che osano condannare il conflitto.
Da qui il suo tentativo di “attualizzare” il contenuto dell’opera proiettando delle gigantografie. Le prime due celebrano la resistenza della popolazione di Lugansk «nel 1919 nel corso della fratricida guerra civile» e nel febbraio 1943 contro i nazisti. La terza catapulta gli spettatori nel 2014, anno della rivolta Euromajdan di Kiev, un “golpe” per Mosca, e dell’inizio del conflitto nel Donbass. «Una giunta ha preso il potere a Kiev e iniziato a reprimere i suoi cittadini. In risposta è stata proclamata la Repubblica Popolare di Lugansk. Invece di negoziare, il regime criminale di Kiev ha iniziato la distruzione del Donbass».
La quarta infine parla dell’offensiva russa in Ucraina e delle unilaterali annessioni. «Nel febbraio 2022 l’esercito russo è intervenuto in aiuto degli abitanti del Donbass che lottavano per la propria vita e libertà da otto anni. In seguito a un referendum, la regione di Lugansk è tornata alla Russia».
Il Cremlino sta investendo così tanto sull’opera che domani, 20 luglio, verrà anche trasmessa in diretta sul social VKontakte, nei cinema e su un maxi schermo installato davanti al Bolshoj.
Per la Fondazione anti-corruzione (Fbk) dei collaboratori di Navalnaja è l’ennesima prova, se ce ne fosse bisogno, di quanto Gergiev sia strumentale alla narrazione putiniana. «L’opera come arma di propaganda. La narrazione di Putin forte e chiara», ha osservato la responsabile di Fbk Maria Pevchikh per poi chiedere al governatore campano Vicenzo De Luca: «È questa quella che chiama “arte oltre alla politica”? È questo l’uomo destinato a costruire ponti culturali? Valerij Gergiev è un propagandista di guerra e un’arma di Putin».