Ci sono due cittadini italiani nell’inferno “trumpesco” che il presidente degli Stati Uniti ha ideato per terrorizzare i migranti irregolari: il super carcere realizzato in 8 giorni nella regione paludosa di Everglades, Florida, piazzando tende e roulotte in una zona umida, infestata da insetti e serpenti e soggetta a frequenti uragani. Circondata da filo spinato e telecamere, l’hanno chiamata Alligator-Alcatraz: riferimento agli alligatori che la circondano e alla celebre prigione californiana da cui era impossibile evadere, chiusa nel 1963 (ma che ora l’amministrazione vorrebbe riaprire).
Inaugurata lo scorso 3 luglio, è una struttura ancora precaria, dove, secondo Sky News, cavi elettrici scoperti sono spesso a contatto con l’acqua mettendo a rischio le vite dei prigionieri. Eppure, l’Homeland Security l’ha pubblicizzato postando su X l’inquietante fotomontaggio di alligatori coi cappellini dell’Ice, la polizia anti migranti. Luogo estremo per meglio convincere i clandestini che «è…
Ci sono due cittadini italiani nell’inferno “trumpesco” che il presidente degli Stati Uniti ha ideato per terrorizzare i migranti irregolari: il super carcere realizzato in 8 giorni nella regione paludosa di Everglades, Florida, piazzando tende e roulotte in una zona umida, infestata da insetti e serpenti e soggetta a frequenti uragani. Circondata da filo spinato e telecamere, l’hanno chiamata Alligator-Alcatraz: riferimento agli alligatori che la circondano e alla celebre prigione californiana da cui era impossibile evadere, chiusa nel 1963 (ma che ora l’amministrazione vorrebbe riaprire).
Inaugurata lo scorso 3 luglio, è una struttura ancora precaria, dove, secondo Sky News, cavi elettrici scoperti sono spesso a contatto con l’acqua mettendo a rischio le vite dei prigionieri. Eppure, l’Homeland Security l’ha pubblicizzato postando su X l’inquietante fotomontaggio di alligatori coi cappellini dell’Ice, la polizia anti migranti. Luogo estremo per meglio convincere i clandestini che «è meglio tornino a casa da sé», come ha detto The Donald.
È qui che sono rinchiusi Fernando Eduardo Artese, 63 anni, doppia cittadinanza italo-argentina, entrato negli Usa 10 anni fa con visto turistico e rimasto. Lo hanno arrestato a fine giugno per non essersi presentato in tribunale a rispondere di una piccola infrazione stradale: disertata per timore della deportazione. Paradossalmente stava lasciando il Paese con la figlia Carla. Un viaggio dalla Florida all’Argentina che voleva documentare su YouTube.
L’altro italiano è Gaetano Cateno Mirabella Costa, 54 anni, siciliano di Fiumefreddo. Arrestato a gennaio per possesso di droga e aggressione, era stato condannato a sei mesi di carcere e all’espulsione. Dopo il rilascio è rimasto negli States e lo hanno ripreso il 9 luglio.
È stato il quotidiano Tampa Bay Times a denunciare la presenza dei due italiani, nell’ambito di un’inchiesta sulle condizioni disumane di quel luogo. I giornalisti hanno infatti parlato al telefono con alcuni detenuti e fra questi Artese, che ha raccontato di essere in una gabbia con 34 persone: «È un campo di concentramento, ci umiliano costantemente. Eppure nessuno di noi ha fatto nulla di grave: siamo tutti lavoratori venuti in America per dare un futuro alle nostre famiglie». Insomma, non i super criminali, cui secondo Trump era destinato quell’inferno.
La Farnesina conferma: «Il Consolato Generale a Miami e l’Ambasciata a Washington già seguendo la vicenda con la massima attenzione, mantenendosi in contatto con i famigliari dei connazionali, Continuiamo a chiedere alle Autorità dell’Ice informazioni aggiornate sul loro stato di salute e sulle tempistiche del loro rimpatrio» scrivono in un comunicato diffuso ieri.
Ma nel frattempo monta già la polemica politica: Riccardo Magi, segretario di Più Europa ha chiesto al ministro Tajani «di organizzare immediatamente una visita ai connazionali per verificare se i loro diritti umani sono rispettati in quel carcere frutto della mente sadica di Trump che fa il paio coi Cpr albanesi di Meloni». Raffaella Paita di Italia Viva si rivolge invece a Meloni: «Almeno stavolta si farà sentire o ha sempre paura di far arrabbiare Trump?». Di sicuro il presidente Usa è entusiasta della sua nuova creatura, che ha visitato alla vigilia dell’apertura: «Consiglio a chi tenta di fuggire da lì di correre a zigzag: avrà l’1 per cento di possibilità in più di sopravvivere agli alligatori», ha detto subito dopo.