Save the children: “Il dramma dei bambini a Gaza, molti esprimono il desiderio di morire”
di Alessia Candito«"Voglio andare in paradiso per essere finalmente felice”. Oppure, “voglio raggiungere mamma e papà”. O ancora “voglio smettere di soffrire”. Quando a un bambino di Gaza oggi chiedi di esprimere le proprie emozioni, i propri desideri, spesso ti dice questo. Non abbiamo dati precisi, ma la nostra percezione è che stia aumentando sempre di più chi pensa alla morte come soluzione». Rachel Cummings, direttrice della risposta umanitaria di Save the Children a Gaza, è una veterana. Parla da Deir el Balah, la voce è stanca, la linea salta più volte. «Qui - dice - è sempre più difficile».
Qual è la situazione adesso?
«Oggi per noi è una giornata complicata. Venerdì cinque dei minori che frequentavano uno dei nostri programmi sono stati uccisi mentre erano in coda al centro di distribuzione per procurarsi un po’ di cibo, e altri undici sono stati feriti. Ad altri due è successo lo stesso il giorno prima. Le vittime avevano tutte fra i sei e gli undici anni. Ormai è uno stillicidio».
Secon…
«"Voglio andare in paradiso per essere finalmente felice”. Oppure, “voglio raggiungere mamma e papà”. O ancora “voglio smettere di soffrire”. Quando a un bambino di Gaza oggi chiedi di esprimere le proprie emozioni, i propri desideri, spesso ti dice questo. Non abbiamo dati precisi, ma la nostra percezione è che stia aumentando sempre di più chi pensa alla morte come soluzione». Rachel Cummings, direttrice della risposta umanitaria di Save the Children a Gaza, è una veterana. Parla da Deir el Balah, la voce è stanca, la linea salta più volte. «Qui - dice - è sempre più difficile».
Qual è la situazione adesso?
«Oggi per noi è una giornata complicata. Venerdì cinque dei minori che frequentavano uno dei nostri programmi sono stati uccisi mentre erano in coda al centro di distribuzione per procurarsi un po’ di cibo, e altri undici sono stati feriti. Ad altri due è successo lo stesso il giorno prima. Le vittime avevano tutte fra i sei e gli undici anni. Ormai è uno stillicidio».
Secondo l’Unicef, dall’inizio dell’offensiva israeliana sono stati uccisi statisticamente 28 bambini al giorno, l’equivalente di una classe scolastica. È realistico?
«Non esistono posti sicuri per i bambini a Gaza, non esiste alcun tipo di protezione. Oltre un milione soffrono di malnutrizione, alcuni sono feriti ma non esiste assistenza sanitaria di alto livello. Noi cerchiamo di fare il possibile ma con il blocco degli aiuti è diventato tutto più difficile».
Qual è la principale difficoltà?
«I mercati sono completamente vuoti. Sia qui a Deir el Balah, sia a Gaza City in questi giorni non si trova nulla. Al momento abbiamo scorte sufficienti per quattro o cinque settimane, mentre abbiamo tonnellate di aiuti bloccati al confine. Anche fornire acqua pulita è estremamente complicato».
Siete ancora in grado di fornire assistenza?
«I nostri centri continuano a essere operativi. Forniamo acqua pulita, trattamenti contro la malnutrizione, servizi educativi, protezione e soprattutto assistenza psicologica a Deir el Balah e Gaza City. Attraverso organizzazioni partner siamo anche al Nord. Soprattutto, cerchiamo di dare speranza».
È ancora possibile?
«Dobbiamo continuare ad averla, non possiamo permetterci il lusso di fare altrimenti. I bambini di cui parliamo hanno assistito a cose a cui nessun essere umano dovrebbe assistere, hanno perso persone care, amici, in alcuni casi anche i genitori. Da due anni non frequentano regolarmente la scuola. La loro giornata è scandita dalla lotta per la sopravvivenza: cercare cibo, cercare acqua, cercare riparo».
Confidate nel nuovo round negoziale?
«Qualcosa deve cambiare, in venti mesi non abbiamo mai affrontato una situazione così terribile. Bombe e raid si devono fermare e gli aiuti umanitari devono entrare in maniera incondizionata. Le necessità sono colossali, Gaza è allo stremo. È il momento di fermare tutto questo».