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I capi militari nella Striscia o i leader politici all’estero. Chi comanda dentro Hamas

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Due gruppi contrapposti si contendono la guida del movimento islamista. E seguono strategie sempre più divergenti
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Chi decide dentro Hamas? Chi è che, all’interno del movimento islamista palestinese, avrà l’ultima parola sull’accordo di tregua e sulla successiva trattativa per la fine della guerra? Mai come adesso è in atto uno scontro tra “quelli di Gaza”, che continuano a combattere nella Striscia e a tenere in piedi lì un simulacro di partito, e “quelli che stanno all’estero”, gli alti dirigenti dell’Ufficio politico che vivono sparsi tra Doha, Istanbul e Beirut.

I primi accusano i secondi di stare trattando con lo Stato ebraico senza prevedere una exit strategy sufficientemente sicura per i comandanti militari di Gaza, ossia un salvacondotto che garantisca loro la sopravvivenza quando le armi taceranno. I secondi accusano i primi di condizionare, fino a bloccarlo, il negoziato. Chi decide, dunque?

«Tutte le volte che Hamas accetta una proposta chiedendo allo stesso tempo di modificarla, vuol dire che quelli di Gaza non sono d’accordo con quelli di Doha», sostiene chi, vivendo tuttora nella S…

Chi decide dentro Hamas? Chi è che, all’interno del movimento islamista palestinese, avrà l’ultima parola sull’accordo di tregua e sulla successiva trattativa per la fine della guerra? Mai come adesso è in atto uno scontro tra “quelli di Gaza”, che continuano a combattere nella Striscia e a tenere in piedi lì un simulacro di partito, e “quelli che stanno all’estero”, gli alti dirigenti dell’Ufficio politico che vivono sparsi tra Doha, Istanbul e Beirut.

I primi accusano i secondi di stare trattando con lo Stato ebraico senza prevedere una exit strategy sufficientemente sicura per i comandanti militari di Gaza, ossia un salvacondotto che garantisca loro la sopravvivenza quando le armi taceranno. I secondi accusano i primi di condizionare, fino a bloccarlo, il negoziato. Chi decide, dunque?

«Tutte le volte che Hamas accetta una proposta chiedendo allo stesso tempo di modificarla, vuol dire che quelli di Gaza non sono d’accordo con quelli di Doha», sostiene chi, vivendo tuttora nella Striscia, conosce e riconosce certe dinamiche. È ciò che è successo due settimane fa, quando il piano dell’americano Witkoff, leggermente rimodulato dai mediatori del Qatar, ha avuto dal movimento palestinese un ok condizionato. Anche il punto su cui si è al momento incagliata la trattativa - la mappa del riposizionamento delle truppe israeliane all’interno della Striscia durante il cessate il fuoco - è indice della pressione dell’ala militare sul Politburo. All’interno del quale, una figura finora rimasta in secondo piano pare aver acquistato potere e autorevolezza.

Da quando Israele ha ucciso due leader, prima Ismail Haniyeh, poi Yahya Sinwar ideatore del pogrom del 7 ottobre, Hamas si è guardato bene dal divulgare il nome del successore. E tuttavia, diversi analisti consultati da Repubblica, sia israeliani che palestinesi, indicano come nuovo numero uno il silenzioso capo del Consiglio della Shura: Muhammad Darwish, conosciuto anche come Abu Omar, l’unico tra i vertici di Hamas a essere nato in Libano. Nel febbraio scorso, è Darwish il primo della delegazione di Hamas a salutare la Guida Suprema Ali Khamenei nell’ultima visita a Teheran. È Darwish, ancora, il primo a salutare il presidente Pezeshkian.

«Darwish guida un consiglio di cinque veterani del movimento», spiega Guy Aviad, ricercatore israeliano, autore del saggio “The Lexicon of Hamas” e studioso del fondamentalismo. «Oltre a lui figurano Khalil Hayya, che guida il team negoziale a Doha ed è ancora il responsabile politico per Gaza, il vecchio Khaled Meshal, Zael Jabbarin - responsabile di Hamas in Cisgiordania - e Nizar Awadallah. Dopo più di venti mesi di guerra, l’apparato che detta la linea politica e quello che gestisce il denaro sono ancora in funzione».

E però né Darwish né il consiglio dei cinque possono, da soli, prendere accordi definitivi con Israele, perché chi poi è chiamato a garantirli si trova non a Doha ma a Gaza.

Ucciso Mohammed Deif, uccisi Yahya e Mohammed Sinwar, il comando delle brigate al Qassam è passato nelle mani di Izz al Din al Haddad, detto “il fantasma”: 55 anni, scampato a sette attentati, due figli (Suheib e Moaz) ammazzati dall’Idf, un premio di 750 mila dollari promesso dai servizi segreti israeliani a chi lo tradirà, da venti anni al Haddad rappresenta la linea dura, cioè quella legata ai pasdaran sciiti dell’Iran e di cui la famiglia Sinwar era convinta sostenitrice. Entra in scena dopo l’operazione dell’Idf “Piombo fuso”: siamo all’inizio del 2009, quando Hamas per ragioni strategiche divide in due la brigata di Gaza City, la più importante delle cinque presenti nella Striscia. «Il comando della milizia sud di Gaza City venne affidato ad al Haddad - spiega ancora Aviad - quello della milizia a nord finì a Raed Saad, molto probabilmente il suo attuale vice». La notizia dell’uccisione di Saed in un raid aereo, infatti, non è mai stata confermata.

Le cinque brigate Qassam conterebbero ancora oggi tra i 20 e i 25 mila combattenti, secondo quanto affermato dal generale israeliano Gadi Eisenkot alla Knesset. Il numero si spiega col reclutamento di giovanissimi (e inesperti) gazawi che hanno in parte colmato le perdite, stimate in 15 mila effettivi. Al Haddad li fa combattere in gruppi di 10-15, con il preciso compito di organizzare imboscate contro i tank o i plotoni dell’Idf. Dentro Gaza poi ci sono poi cellule dormienti, che aspettano ordini. Chi non combatte ma spara lo stesso sono gli agenti dell’Unità Freccia (Arrow), riattivata dopo la rottura della tregua nel marzo scorso: a loro Hamas ha ordinato di dare la caccia ai collaborazionisti. «La forza militare di Hamas a Gaza è indebolita, ovviamente, ma non è azzerata», sostiene Michael Milshtein, capo del forum sugli studi palestinesi al Centro Moshe Dayan. «Dire “cosa resta di Hamas” è un errore di prospettiva, perché resta tanto. E non è con la guerra che Netanyahu eliminerà Hamas, l’offensiva a Gaza ormai è priva di senso e genera solo un disastro umanitario»

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