Il telefono squilla quando a Gaza sono quasi le 23. La voce di padre Gabriel Romanelli è più flebile del solito, più stanca: ma piena della stessa speranza e della stessa incrollabile fede che in questi mesi hanno lasciato chiunque abbia avuto il privilegio di ascoltarla quasi in imbarazzo di fronte a tanta forza. Giovedì la parrocchia della Sacra famigia di Gaza è stata colpita dagli israeliani.
Come sta padre Gabriel? Come state?
«Io sto bene. Grazie a Dio. Sto recuperando e anche gli altri feriti, compresi quelli che sono in gravi condizioni: sono fuori pericolo e per questo ringraziamo Dio. Ma siamo ancora sotto shock».
Ci racconta cosa è successo?
«Ero in ufficio a lavorare e mi sono alzato per andare a prendere un mate (la bevanda argentina ndr) con padre Yusuf. In quel momento è arrivato il colpo: la porta è saltata, se fossi stato ancora seduto alla mia scrivania probabilmente sarei …
Il telefono squilla quando a Gaza sono quasi le 23. La voce di padre Gabriel Romanelli è più flebile del solito, più stanca: ma piena della stessa speranza e della stessa incrollabile fede che in questi mesi hanno lasciato chiunque abbia avuto il privilegio di ascoltarla quasi in imbarazzo di fronte a tanta forza. Giovedì la parrocchia della Sacra famigia di Gaza è stata colpita dagli israeliani.
Come sta padre Gabriel? Come state?
«Io sto bene. Grazie a Dio. Sto recuperando e anche gli altri feriti, compresi quelli che sono in gravi condizioni: sono fuori pericolo e per questo ringraziamo Dio. Ma siamo ancora sotto shock».
Ci racconta cosa è successo?
«Ero in ufficio a lavorare e mi sono alzato per andare a prendere un mate (la bevanda argentina ndr) con padre Yusuf. In quel momento è arrivato il colpo: la porta è saltata, se fossi stato ancora seduto alla mia scrivania probabilmente sarei morto. E’ stato un colpo fortissimo. Per fortuna la maggior parte delle persone erano dentro, i bambini grazie a Dio erano dentro: lo dicevamo da giorni, state dentro. Si usciva solo per andare al bagno, per lavare i panni e per poco altro. La croce che è stata centrata è molto grande: i frammenti sono arrivati in tutto il cortile. Chi era fuori è stato colpito. Purtroppo tre persone sono state ferite a morte. Io alla gamba, ma sono riuscito a uscire: tutti gridavano, erano terrorizzati».
E poi?
«E poi ho visto Souhail a terra, il nostro postulante: un ragazzo speciale, buono, generoso, che mi aiuta a distribuire la comunione, a far giocare i bambini e a prendersi cura degli anziani. Che se non ci fosse stata la guerra sarebbe già in seminario. Sono corso da lui e ho visto una scheggia enorme nella sua schiena: perdeva sangue e piangeva dal dolore, invocava Dio. Ho messo le mani per fermare il sangue, poi sono arrivate anche sua madre e sua zia, gli abbiamo tenuto la testa e poi siamo andati in ospedale. Ora è stato evacuato, è fuori pericolo».
Ve lo aspettavate? Vi avevano avvertito di andare via?
«No. Siamo in zona rossa, lo sappiamo: ma qui a Gaza ormai non esiste nessun altro colore. E se esiste, noi non lo conosciamo, nessun posto è sicuro. Nessuno ci aveva detto niente: eravamo già stati colpiti, nel dicembre del 2023, i colpi sparati nel cortile avevano ucciso due donne. Poi delle schegge, dei colpi vicini: ma nulla di simile a quello che è successo giovedì».
Padre, non sappiamo quanto vi sia arrivato: ma per quello che è successo si è indignato mezzo mondo. So che ha sentito il Papa, ma c’è tanta tantissima gente con voi: religiosi, politici e e persone comuni…
«Se solo questo giovasse alla pace. Se con questo si convincessero che continuare a uccidere non serve a niente… ce lo ha detto il patriarca Pizzaballa. La visita sua e del patriarca Teofilo, di tutti quelli che sono venuti con loro, è stata di enorme conforto. In loro, abbiamo visto Gesù, non ci siamo sentiti abbandonati. Noi siamo qui da mesi, nel tempio di Cristo: qui preghiamo ogni giorno per i morti di tutte le religioni, per gli ostaggi, per chi viene colpito mentre cerca aiuto. Meditiamo ogni mattina. Lo faccio io, ma lo fanno anche i bambini: in silenzio, per quanto si possa chiamare silenzio questo, con i droni e le bombe. Davvero essere colpiti così è stato uno shock».
E adesso?
«Adesso andiamo avanti. C’è tanto da fare qui. C’è da proteggere questa gente…».
Avete da mangiare?
«Poco, la situazione è molto difficile. Il Patriarcato ha organizzato l’invio di aiuti ma non sono ancora arrivati ed è importante dirlo: qualcuno ha scritto che sono arrivati i camion e questo ci mette a rischio. Come se noi non volessimo condividere quello che abbiamo con chi ci vive intorno: i camion non sono arrivati. Quando riusciranno a passare in sicurezza noi distribuiremo gli aiuti anche a quelli che vivono intorno a noi. Come sempre abbiamo fatto. Nel nome di Dio e della pace».