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Caparrós: “La fame come arma, quelle foto di Gaza ricordano il Biafra”

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Lo scrittore argentino ha lavorato sul tema delle carestie. E qui riflette sull’effetto delle immagini del dramma palestinese
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GERUSALEMME – Guardo le immagini che arrivano da Gaza e mi viene in mente solo una cosa, il Biafra. I palestinesi malnutriti, i bambini scheletrici e gli adulti smagriti, mi ricordano la carestia causata dalla guerra nigeriana alla fine degli Anni Sessanta, scoppiata quando avevo poco più di dieci anni. Foto che sono dentro di me da tutta la vita. Eppure non erano nitide come queste fatte a Gaza. Credo che la fame non si sia mai vista così chiaramente e nel dettaglio». Lo scrittore e giornalista argentino Martin Caparrós, 68 anni, sugli affamati del mondo ha condotto una lunga indagine che è durata anni e che lo ha portato in Niger, Kenya, Sudan, Madagascar, Bangladesh, ovunque ci fosse qualcuno con il braccio proteso verso un pezzo di pane. Ne è nato un libro corposo e denso di contenuti, “El hambre” (La Fame nell’edizione italiana, di Einaudi) pubblicato nel 2014. Caparrós risponde a Repubblica dalla sua casa di Madrid. Il tema della conversazione è l’accusa che il mondo rivolge a I…

GERUSALEMME – Guardo le immagini che arrivano da Gaza e mi viene in mente solo una cosa, il Biafra. I palestinesi malnutriti, i bambini scheletrici e gli adulti smagriti, mi ricordano la carestia causata dalla guerra nigeriana alla fine degli Anni Sessanta, scoppiata quando avevo poco più di dieci anni. Foto che sono dentro di me da tutta la vita. Eppure non erano nitide come queste fatte a Gaza. Credo che la fame non si sia mai vista così chiaramente e nel dettaglio». Lo scrittore e giornalista argentino Martin Caparrós, 68 anni, sugli affamati del mondo ha condotto una lunga indagine che è durata anni e che lo ha portato in Niger, Kenya, Sudan, Madagascar, Bangladesh, ovunque ci fosse qualcuno con il braccio proteso verso un pezzo di pane. Ne è nato un libro corposo e denso di contenuti, “El hambre” (La Fame nell’edizione italiana, di Einaudi) pubblicato nel 2014. Caparrós risponde a Repubblica dalla sua casa di Madrid. Il tema della conversazione è l’accusa che il mondo rivolge a Israele di aver creato le condizioni per privare il popolo palestinese del cibo. Accusa che il governo di Netanyahu respinge, dando la colpa a Hamas.

Cosa la colpisce in particolare della situazione a Gaza?

«Due cose. Intanto che è la conferma di quel che si è visto nel secolo scorso: le carestie sono causate da motivazioni di tipo politico. Penso all’Holodomor sofferto dagli ucraini per colpa di Stalin negli Anni Trenta, ai campi di concentramento nazisti e alla fame sofferta dai cinesi per colpa del grande balzo in avanti di Mao».

E la seconda?

«La carestia generata dai conflitti contemporanei di solito è un prodotto secondario, nel senso che è una conseguenza delle operazioni belliche. Per Gaza invece è diverso, sembra di essere tornati all’uso medioevale della fame come arma di guerra. Mi stupisce molto, era una pratica che pensavo fosse relegata al passato lontano».

(afp)

Lei vive da anni in Spagna, il premier Sanchez è molto critico nei confronti di Netanyahu. Le immagini di Gaza stanno smuovendo le coscienze dei governi occidentali?

«Non si muove nulla, in realtà. Volendo essere cinico, dico che in Spagna la gente si sente un po’ sollevata perché il loro governo è un po’ meno imbarazzante degli altri, però poi non si fa niente neppure qui. Mia moglie lavora in televisione e vedo che nelle trasmissioni politiche si parla di corruzione, di molte vicende interne, quasi mai di Gaza».

Perché questa inerzia generale?

«Ho sempre detto che la ragione per cui non si fa niente di concreto di fronte al fatto che una persona su dieci nel mondo oggi soffre la fame è che questa condizione terribile colpisce sempre gli altri. Non siamo mai noi, dunque è facile dimenticare e non vedere. Nel caso di Gaza, però, la fame è sotto i nostri occhi, quotidianamente, e nonostante ciò siamo inerti. Forse perché in cuor nostro siamo convinti di non poter fare veramente niente, di non avere i mezzi per influire. E questo mi fa riflettere con un certo disappunto sulla natura umana...».

(reuters)

Eppure quelle foto, quei filmati, fanno male, non si possono guardare senza provare empatia e pure un senso di vergogna.

«Vero, ma cosa producono? Una rapida e vaga ondata di indignazione. Che può durare quanto? Tre o quattro giorni? Si ricorda del bambino siriano con la maglietta rossa annegato in Turchia?».

Alan Kurdi, certo.

«Lo hanno ritrovato sulla spiagga, senza vita. La foto ha fatto il giro del mondo. Nonostante ciò, dubito fortemente che per i rifugiati siriani sia cambiato qualcosa. Forse se milioni di persone scendessero in piazza nelle capitali europee per protestare, qualcosa cambierebbe».

Nella storia ci sono state foto di malnutrizione che invece hanno cambiato le cose e generato qualcosa di più di una indignazione passeggera?

«Beh, quando il mondo ha visto in che stato erano stati ridotti gli ebrei nei campi di concentramento si è reso conto di cos’è stato davvero il nazismo. Anche le fotografie drammatiche del Biafra, alla fine degli anni Sessanta, hanno modificato la percezione dell’opinione pubblica mondiale».

Lei ha visto tante persone affamate. La fame come riduce gli esseri umani?

«Comprime l’orizzonte del possibile. Quando hai fame non riesci a pensare ad altro che non sia dove trovare del cibo, cosa mangiare, automaticamente si annienta la capacità di pensare e di immaginare. Poi, come sappiamo, quando un bambino non viene nutrito a sufficienza nei primi mille giorni di vita, non recupera più».

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