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Cambogia-Thailandia, le radici coloniali del conflitto

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Ciò che colpisce è come il Triangolo dello Smeraldo riproponga in Indocina la dinamica del pericoloso conflitto latente del Kashmir fra India e Pakistan
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Gli scontri armati fra Cambogia e Thailandia nel Triangolo dello Smeraldo ripropongono in Indocina quanto sta avvenendo in Kashmir fra India e Pakistan o in Tibet fra Cina ed India: sono le dispute lungo i confini contesi a rischiare di innescare i conflitti in Asia.

Il Triangolo dello Smeraldo è un territorio fra Thailandia, Cambogia e Laos dove, sulle montagne Dangrek, sorge l’antico tempio hindu Prear Vihear. Costruito nell’XI secolo, sotto l’allora Impero Khmer, è considerato dalla Cambogia un simbolo dell’identità nazionale e nel 1907, durante l’occupazione coloniale francese, Parigi decise di disegnare il confine cambogiano-thailandese assegnandolo a Phnom Penh. Ma Bangkok ritiene illegittima questa decisione, sulla base di un trattato del 1904 che posizionava le montagne Dangrek sul proprio territorio. Da allora la contesa oppone versioni concorrenti sulla storia dell’Indocina nonché identità nazionali rivali con l’aggiunta delle implicazioni più vaste: dalla gestione dei flus…

Gli scontri armati fra Cambogia e Thailandia nel Triangolo dello Smeraldo ripropongono in Indocina quanto sta avvenendo in Kashmir fra India e Pakistan o in Tibet fra Cina ed India: sono le dispute lungo i confini contesi a rischiare di innescare i conflitti in Asia.

Il Triangolo dello Smeraldo è un territorio fra Thailandia, Cambogia e Laos dove, sulle montagne Dangrek, sorge l’antico tempio hindu Prear Vihear. Costruito nell’XI secolo, sotto l’allora Impero Khmer, è considerato dalla Cambogia un simbolo dell’identità nazionale e nel 1907, durante l’occupazione coloniale francese, Parigi decise di disegnare il confine cambogiano-thailandese assegnandolo a Phnom Penh. Ma Bangkok ritiene illegittima questa decisione, sulla base di un trattato del 1904 che posizionava le montagne Dangrek sul proprio territorio. Da allora la contesa oppone versioni concorrenti sulla storia dell’Indocina nonché identità nazionali rivali con l’aggiunta delle implicazioni più vaste: dalla gestione dei flussi turistici ai minerali sotterranei fino al valore strategico di un’altura che domina un crocevia regionale. Come se non bastasse c’è anche una dimensione più globale perché la Cambogia è legata a doppio filo a Pechino mentre Bangkok, pur avendo scambi importanti con la Cina, è da sempre assai più vicina agli Stati Uniti.

I primi scontri armati fra i due Paesi risalgono al 2010 e dallo scorso maggio sono ripresi lungo il confine ma ora la Cambogia denuncia un’incursione militare thailandese, a cui ha risposto con artiglieria e razzi prima che Bangkok reagisse ricorrendo all’aviazione.

Il bilancio di almeno undici vittime civili thailandesi ha paralizzato l’intera frontiera, lunga 817 km: passaggi proibiti, film e tv thailandesi vietati in Cambogia, scambi di prodotti agricoli bloccati e i governi ai ferri corti. Con alle spalle oltre 40 anni di liti roventi sempre sul tempio Prear Vihear in ogni possibile foro: dall’Unesco alla Corte Internazionale di Giustizia.

Ciò che colpisce è come il Triangolo dello Smeraldo riproponga in Indocina la dinamica del pericoloso conflitto latente del Kashmir fra India e Pakistan - gli ultimi scontri risalgono a maggio - perché in entrambe le regioni sono i confini ereditati dalla stagione coloniale - francese da un lato, britannica dall’altra - ad essere la miccia delle pulsioni nazionaliste rivali. In un continente come l’Asia dove dopo la Seconda guerra mondiale e la decolonizzazione ad essere protagonista è stato il nazionalismo più acceso, l’attuale stagione di incertezza globale rischia di favorire la moltiplicazione degli incendi in un mosaico di aree terrestri e marittime oggetto di contese secolari.

Si spiega così anche quanto avviene sull’Altopiano del Tibet dove Pechino sta realizzando un imponente impianto idroelettrico attorno ad una mega-diga che controllerà le acque del fiume Yarlung Tsango, il cui corso attraversa a valle gli Stati indiani dell’Arunchal Pradesh e l’Assam ed anche il Bangladesh, dove alimenta i fiumi Siang, Brahmaputra e Jamuna.

Come riassume un rapporto del centro studi australiano Lowy Institute «il controllo dei fiumi dell’Altopiano del Tibet consente alla Cina di stringere al collo l’economia dell’India», per non parlare dell’assai più vulnerabile Bangladesh. Tanto New Delhi che Dakha temono che la mega-diga cinese porterà a «ridurre il flusso delle acque nei fiumi» da cui dipendono le rispettive economie ma il premier Li Qanq non presta molta attenzione a tali timori e, recandosi in visita nella gola della mega-diga, assicura che «i lavori continueranno con celerità« sulle cinque gigantesche cascate d’acqua. Se a questo aggiungiamo che Pechino e New Delhi hanno molti disaccordi sulla linea di demarcazione frutto del conflitto del 1962, incluse le rivendicazioni cinesi sull’Arunchal Pradesh che Pechino rivendica come “Tibet del Sud”, non è difficile arrivare alla conclusione che gli scontri armati del 2020 nella Valle di Galwan suggeriscono quali sono i rischi che incombono.

Ecco perché il continente asiatico, dalle valli del Kashmir alle montagne dell’Indocina, è attraversato da una faglia di confini contesi che può trasformarsi in uno dei terreni più vulnerabili alle crisi armate nella stagione internazionale segnata dall’instabilità.

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