Freedom Flotilla verso Gaza, l'italiano a bordo: “Siamo vicini alla costa e pronti a tutto”
di Natasha Caragnano“Siamo tutti consapevoli dei rischi, anche dei peggiori. Non significa che non ci sia paura. Ognuno di noi ha già fatto i conti con cosa potrebbe accadere, e sa come affrontarla”. Quando Tony La Piccirella risponde al telefono, il sole sta calando sull’Handala, il peschereccio salpato da Gallipoli il 20 luglio scorso e ora a meno di un giorno dalle coste di Gaza. Nella notte, ha fatto sapere Arturo Cetaro, l’Handala ha dovuto lanciare una distress call perché era circondata da droni israeliani. “Potremmo essere fermati, com’è già accaduto alla Madleen”, ci spiega il 35enne barese. “Ma non provarci nemmeno significherebbe delegare il senso di giustizia umana a istituzioni che stanno permettendo tutto questo”.
Che cosa vi spinge a provarci, nonostante tutto, dopo che la Madleen e i 12 attivisti a bordo sono stati fermati da Israele lo scorso giugno?
“La forza e la motivazione vengono dal sostegno che riceviamo a terra, dalle persone vicine e dal popolo palestinese. Noi vogliamo sensibi…
“Siamo tutti consapevoli dei rischi, anche dei peggiori. Non significa che non ci sia paura. Ognuno di noi ha già fatto i conti con cosa potrebbe accadere, e sa come affrontarla”. Quando Tony La Piccirella risponde al telefono, il sole sta calando sull’Handala, il peschereccio salpato da Gallipoli il 20 luglio scorso e ora a meno di un giorno dalle coste di Gaza. Nella notte, ha fatto sapere Arturo Cetaro, l’Handala ha dovuto lanciare una distress call perché era circondata da droni israeliani. “Potremmo essere fermati, com’è già accaduto alla Madleen”, ci spiega il 35enne barese. “Ma non provarci nemmeno significherebbe delegare il senso di giustizia umana a istituzioni che stanno permettendo tutto questo”.
Che cosa vi spinge a provarci, nonostante tutto, dopo che la Madleen e i 12 attivisti a bordo sono stati fermati da Israele lo scorso giugno?
“La forza e la motivazione vengono dal sostegno che riceviamo a terra, dalle persone vicine e dal popolo palestinese. Noi vogliamo sensibilizzare e fare pressione sui nostri governi, che – con il silenzio o complicità diretta – permettono a Israele di fare ciò che sta facendo. Siamo pronti a tutto, anche allo scenario peggiore. Non è solo una possibilità teorica: nel 2010, sulla Mavi Marmara, dieci attivisti furono uccisi dai colpi dell’Idf. E più di recente, la Conscience è stata bombardata prima ancora di salpare, con sei persone a bordo. Lo scenario è imprevedibile, lo sappiamo. Ma ci siamo preparati a lungo per affrontare qualsiasi situazione. Il punto è che Israele blocca e viola tutte le leggi internazionali. Sequestra civili statunitensi, europei e di altri Paesi in acque internazionali dove non ha alcuna giurisdizione. Eppure tutto questo sembra dato per scontato. Noi, invece, siamo quelli strani, quelli che provano a fare qualcosa di legittimo e morale, che rappresenta il minimo sindacale dell’etica, considerando tutto ciò che sta accadendo”.
Cosa è successo esattamente alla Madleen? Pensi che le cose siano cambiate da allora?
“Con la Madleen gli attivisti sono stati sequestrati per un giorno. Una volta arrivati in porto, le autorità israeliane hanno cercato di farli firmare un documento in cui dichiaravano di essere entrati illegalmente in Israele, con conseguente deportazione. Nessuno ha firmato. Era una procedura illegale persino secondo la legge israeliana, che hanno cercato di nascondere tra i documenti per l’immigrazione. Poi hanno provato a farli firmare un modulo di ‘deportazione volontaria’. Alcuni lo hanno fatto, altri hanno deciso di rimanere lì per protesta. Alla fine, Israele li ha espulsi. Ma oggi lo scenario è cambiato: c’è stata una guerra con l’Iran e l’intervento di Donald Trump per esempio”.
Tra i vari cambiamenti c’è stata anche la decisione di Macron di riconoscere lo stato della Palestina
“Sì. Tutte le mobilitazioni, le proteste e le iniziative nel mondo di questi ultimi due mesi stanno facendo la differenza. Noi siamo solo una goccia in questo mare, ma ogni goccia conta”.
Che tipo di aiuti umanitari avete con voi?
“Portiamo medicinali, latte in polvere, qualche peluche. È chiaro che con una barca come l’Handala e 21 persone a bordo non possiamo trasportare grandi quantità. Ma la nostra missione è anche politica: vogliamo denunciare il blocco navale su Gaza. Perché ciò di cui la popolazione ha davvero bisogno è la fine dell’assedio, sia via mare che via terra. Gli aiuti ci sono, il cibo è pronto a Rafah: sono bloccati”.
Avete riscontrato problemi durante la navigazione?
“Ieri è caduta la connessione Starlink in tutto il mondo per due ore. Noi, isolati in mezzo al mare, non lo sapevamo, e pensavamo fosse stata la stessa cosa accaduta alla Mandela: un jamming delle comunicazioni da parte israeliana poco prima dell’arrivo. Non c’è stato panico perché ci stiamo allenando da settimane, anche a bordo. L’abbiamo vissuta come un’esercitazione: ci siamo messi i giubbotti, abbiamo parlato tra di noi, mantenendo la calma il più possibile. Poi la connessione è tornata e abbiamo visto dei droni seguirci. Per tre giorni eravamo nella zona SAR, dove si incrociano spesso barche alla deriva, migranti, droni Frontex e della guardia costiera greca o libica: ce ne sono tanti. Ma questi erano diversi, volavano più bassi e non seguivano pattern standard. Hanno seguito la nostra rotta per oltre un’ora. Li abbiamo tenuti d’occhio”.
Qual è la sua speranza riguardo alla missione?
“Spero che, in qualunque caso, questa missione serva a spingere il governo italiano a prendere posizione, a fare pressione per la fine del blocco e del genocidio, e a tagliare ogni legame politico ed economico con lo Stato genocida di Israele. Questa è la mia speranza. Qui c'è carenza di italiani. Poi si è presentato Antonio e siamo aumentati di numero. Ne sono molto contento, perché serve più rappresentanza possibile del nostro Paese. La maggior parte degli italiani non è d'accordo con quello che sta succedendo in Palestina. Le posizioni del governo sono distanti anni luce da quelle del popolo italiano. È un’assurdità”.