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Cibo dagli aerei e corridoi per i camion, il piano contro la fame a Gaza. Israele: tregue umanitarie

(reuters)
Nella notte primi voli militari, all’iniziativa partecipano Francia, Germania e Regno Unito. Muoiono tre neonati. Le autorità locali: 100 mila i piccoli allo stremo. Il caso dei pacchi di cibo bruciati e interrati dall’esercito
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GERUSALEMME – Nel tentativo di arginare l’ondata mondiale di sdegno per la fame nella Striscia, e dichiaratamente «per confutare l’accusa che siamo noi ad affamare i palestinesi», ieri notte gli israeliani hanno autorizzato la ripresa dei voli per paracadutare il cibo su Gaza. «L’operazione è coordinata con le organizzazioni umanitarie internazionali, l’esercito e la nostra aviazione militare», comunica il Comando delle forze armate, specificando l’oggetto dei primi lanci: sette pallet di farina, zucchero, scatolame.

Inoltre, dalle 10 di questa mattina fino alle 8 di stasera scatta il cessate il fuoco umanitario nelle tre aree dove le Israeli defence forces (Idf) non stanno operando: Gaza City, Deir al Balah e al Mawasi. Le pause militari sono state confermate ad Antonio Tajani dal ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar in una telefonata ieri sera. Come vedremo, non è l’unica novità di rilievo che riguarda il flusso in entrata degli aiuti umanitari.

I voli speciali sono i…

GERUSALEMME – Nel tentativo di arginare l’ondata mondiale di sdegno per la fame nella Striscia, e dichiaratamente «per confutare l’accusa che siamo noi ad affamare i palestinesi», ieri notte gli israeliani hanno autorizzato la ripresa dei voli per paracadutare il cibo su Gaza. «L’operazione è coordinata con le organizzazioni umanitarie internazionali, l’esercito e la nostra aviazione militare», comunica il Comando delle forze armate, specificando l’oggetto dei primi lanci: sette pallet di farina, zucchero, scatolame.

Inoltre, dalle 10 di questa mattina fino alle 8 di stasera scatta il cessate il fuoco umanitario nelle tre aree dove le Israeli defence forces (Idf) non stanno operando: Gaza City, Deir al Balah e al Mawasi. Le pause militari sono state confermate ad Antonio Tajani dal ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar in una telefonata ieri sera. Come vedremo, non è l’unica novità di rilievo che riguarda il flusso in entrata degli aiuti umanitari.

I voli speciali sono il sistema più inefficiente, costoso e pericoloso. Nonostante ciò, Regno Unito, Francia e Germania hanno elaborato un piano congiunto insieme alla Giordania per partecipare alle missioni internazionali che partiranno dalla base “King Abdullah II” nel deserto di Zarqa, con l’appoggio degli Emirati arabi. «Spaventosa la situazione della popolazione civile di Gaza», si legge nella nota diffusa da Downing Street dopo la telefonata a tre tra Starmer, Macron e Merz. Non c’è dubbio che lo sia.

Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam) calcola che un terzo dei palestinesi resta senza mangiare per giorni. «I casi di malnutrizione acuta sono in aumento, 90.000 donne e bambini hanno urgente bisogno di cure». A Gaza l’Ufficio governativo per i media, ancora controllato da Hamas, parla di 100 mila bambini di età non superiore ai due anni, tra cui 40.000 neonati, che «rischiano di morire per mancanza di latte e integratori». Come è successo ieri a una bimba di cinque mesi, si chiamava Zainab Abu Halib, pesava due chili, un chilo meno che alla nascita. Alti due neonati sono deceduti per fame. Il bilancio delle vittime della carestia indotta sale dunque a 128, tra cui più di 80 bambini. Quindi sì, la situazione è spaventosa.

E tuttavia, non è gettando farina, tonno e riso col paracadute che sarà risolta, come Repubblica ha potuto constatare un anno fa partecipando a una missione giordana. Un C-130 trasporta al massimo 3-5 tonnellate di aiuti quando un normale camion ne carica il triplo, e il punto di caduta è incontrollabile per via del vento quindi capita che i pallet scaricati da un’altezza di 600 metri, a una velocità di 200 chilometri orari, atterrino sulle tende abitate, in mare o in punti che non possono essere raggiunti senza essere presi a fucilate. A maggior ragione adesso che il 60 per cento della Striscia è occupato dai soldati israeliani e un altro 25 per cento è da essi controllato o sottoposto a ordine di evacuazione: si è creata un’enorme no-go zone che lascia a 2 milioni di persone lo spazio vitale equivalente al 15 per cento del territorio.

Le agenzie dell’Onu e le ong denunciano l’inefficienza dei voli umanitari, la Bbc li definisce «tentativo disperato che non fermerà la fame», frutto più dell’urgenza di dare risposte all’opinione pubblica che di una strategia sensata. Oltre al ponte aereo e alle «tregue umanitarie nelle aree densamente popolate», però, le forze armate annunciano l’apertura di corridoi sicuri nella Striscia per permettere il movimento dei convogli dell’Onu: i passaggi saranno transitabili dai camion dalle 6 alle 23. Si muove anche la colonna di camion fermi da settimane nella parte egiziana di Rafah, sostiene un canale tv del Cairo. Ultima novità, il riallaccio del desalinizzatore di Gaza alla rete elettrica, cosa che dovrebbe aumentare di dieci volte la disponibilità di acqua potabile. I dettagli si capiranno nelle prossime ore.

«Permetteteci di consegnare il cibo via terra», chiedono da mesi allo Stato maggiore dell’esercito, il Pam e gli altri organismi delle Nazioni Unite. «Rimuovete le restrizioni, gli impedimenti e gli ostacoli che impediscono ai nostri camion di fare il trasporto in sicurezza». Il governo di Israele rigetta queste accuse, sostiene che la carestia a Gaza sia una fake news creata da Hamas. Per difendersi diffonde dati che però finiscono per dimostrare solo il fallimento del sistema umanitario militarizzato messo in piedi con l’aiuto della controversa Gaza Humanitarian Foundation americana: «Questa settimana sono stati distribuiti 600 camion», hanno dichiarato, quando ne servirebbero almeno 600 al giorno.

Non solo il cibo per Gaza finora non è stato distribuito o è stato distribuito male, a volte è stato proprio buttato via. Bruciato e sotterrato. La notizia è stata diffusa da Kan, la tv pubblica israeliana: negli ultimi mesi i militari hanno distrutto più di mille tonnellate di pacchi alimentari e medicinali, compresi quelli per uso pediatrico, perché i carichi si erano deteriorati dopo essere rimasti bloccati per settimane sotto il sole. «Abbiamo seppellito tutto sottoterra, una parte è stata bruciata», ha riferito una fonte dell’esercito, che ci ha tenuto a specificare che i pacchi erano sul lato palestinese del valico di Kerem Shalom. «Ancora oggi migliaia di scatoloni sono in attesa e se non verranno portati via, saremo costretti a distruggerli».

Il Cogat — l’organismo della Difesa israeliana che si occupa dei territori occupati — conferma la notizia, quantificando in un centinaio di camion gli aiuti umanitari finiti al macero «perché rovinati dalle condizioni atmosferiche o scaduti». Spiega: «È stato necessario per permettere l’ingresso di nuovi aiuti sul lato palestinese». Calcolando che ogni tir porta circa 18 tonnellate, sono 1.800 tonnellate di cibo che i gazawi non hanno ricevuto. Sia l’esercito sia il Cogat pongono l’accento sul fatto che i pacchi marciti erano già nell’area di transito dentro Gaza. Il motivo è chiaro: continuano ad addossare la colpa della mancata distribuzione alle agenzie dell’Onu, nonostante le testimonianze dei trasportatori e i dati raccolti sul terreno dicano il contrario. Comunque cibo buttato, l’ultimo sfregio alla dignità di un popolo affamato.

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