Amos Gitai ama indossare diversi cappelli: architetto di formazione, regista di professione, fra i più famosi del mondo. Intellettuale cosmopolita e protagonista attivo della vita culturale del suo Paese di origine, Israele. Francese per scelta, israeliano per identità: ma di un’identità molto diversa da quella che oggi esprime la leadership politica del Paese, da sempre aperta al confronto con l’altro e in particolar modo con i palestinesi. Per questo, alla vigilia della conferenza sui due Stati promossa alle Nazioni Unite da Arabia Saudita e Francia e all’indomani della dichiarazione del presidente Emmanuel Macron sul riconoscimento dello Stato palestinese, è lui la persona giusta con cui provare a immaginare dove porti questa strada.
Qual è il significato della scelta di Macron?
“Credo sia interessante. Mette sul tavolo una proposta: prova ad aprire una porta e dire ‘proviamo a pensare a un altro tipo di relazione’. Penso che dovrebbe essere accolta con favore. Non la considero …
Amos Gitai ama indossare diversi cappelli: architetto di formazione, regista di professione, fra i più famosi del mondo. Intellettuale cosmopolita e protagonista attivo della vita culturale del suo Paese di origine, Israele. Francese per scelta, israeliano per identità: ma di un’identità molto diversa da quella che oggi esprime la leadership politica del Paese, da sempre aperta al confronto con l’altro e in particolar modo con i palestinesi. Per questo, alla vigilia della conferenza sui due Stati promossa alle Nazioni Unite da Arabia Saudita e Francia e all’indomani della dichiarazione del presidente Emmanuel Macron sul riconoscimento dello Stato palestinese, è lui la persona giusta con cui provare a immaginare dove porti questa strada.
Qual è il significato della scelta di Macron?
“Credo sia interessante. Mette sul tavolo una proposta: prova ad aprire una porta e dire ‘proviamo a pensare a un altro tipo di relazione’. Penso che dovrebbe essere accolta con favore. Non la considero una mossa ostile: è un gesto simbolico, ma da qualche parte bisogna pur iniziare”.
Quale impatto potrebbe avere una scelta del genere sul futuro delle relazioni tra palestinesi e israeliani?
“La particolarità del conflitto israelo-palestinese è che entrambi i popoli rivendicano lo stesso territorio, per questo è così complesso: in questo è molto diverso dal conflitto con l’Iran o con Hezbollah. Quando parliamo di Israele e dei palestinesi, entrambi i gruppi sono molto legati alle loro case, ai loro campi, ai luoghi in cui sono cresciuti. Il che è naturale. Questa è una delle difficoltà nel risolvere il conflitto. Ce ne è un’altra, ovvero il fatto che geograficamente parlando, non parliamo di un territorio vasto: dobbiamo trovare un altro modello perché entrambi i gruppi possano viverci senza combattere. La proposta di Macron è abbastanza equilibrata. Anche lui ritiene che Gaza in futuro non debba essere governata da Hamas o da movimenti jihadisti, che dovrebbe essere smilitarizzata: chiede all'Autorità palestinese che nel futuro Stato non ci sia nepotismo né corruzione”.
La reazione ufficiale di Israele ha toni molto diversi dai suoi…
“Io non credo che sia una cattiva proposta anche per Israele. Come israeliano, penso che abbiamo bisogno di un partner e di costruire un rapporto nuovo e produttivo con questo partner. Se noi israeliani vogliamo rimanere in questa regione - che non è amichevole, anzi a volte è decisamente pericolosa - dobbiamo trovare il modo di articolare il tipo di relazione che vogliamo con i palestinesi. Non può basarsi solo su un continuo rapporto di forza. Non capisco l'isteria contro la decisione di Macron. Non capisco perché ogni volta si torni a parlare di Olocausto o un Armageddon che distruggerà tutto. Dobbiamo essere razionali: ovviamente questo vale anche per i palestinesi. Siamo entrambi figli e figlie di questa terra. E’ come quando i vicini litigano. A volte è necessaria una forza esterna che intervenga e dica: ‘Dovete smetterla. Dovete costruire un altro tipo di rapporto che non includa la forza, né il terrorismo né la violenza di Stato’”.
Crede che Israele sia in grado di capire un discorso come il suo? Che le immagini di fame e morte che arrivano da Gaza e la morte continua di soldati nella Striscia possano essere davvero una linea rossa?
“Mi chiedono spesso se questo è un conflitto senza fine. Spero di no, anche se oggi non vediamo segni di miglioramento. Stiamo vivendo un momento molto triste, fatto di brutalità e sofferenza umana. Ma la storia non è predeterminata. A volte i conflitti aprono anche la strada a soluzioni. Guardate la Spagna: dopo una guerra civile e quarant'anni di dittatura, oggi è una democrazia con uno dei governi più progressisti al mondo. In Israele ci sono stati momenti migliori e momenti peggiori. Il più promettente è stato il processo di pace guidato da Yitzhak Rabin. Il peggiore, senza dubbio, è quello attuale. Siamo al culmine della violenza, della distruzione e dell'odio”.
Cosa può fare l’arte in momenti come questo?
“Può fare un lavoro civico: ricordarci che il dialogo è possibile, anche quando è del tutto assente dalla vita reale. Una volta ho intervistato il sindaco di Nablus, vittima di un attacco dell'estrema destra israeliana. Ha perso le gambe. Gli ho chiesto se fosse ottimista o pessimista. Mi ha risposto: «Amos, essere pessimisti è un lusso che non possiamo permetterci». È anche la mia risposta. Israeliani e palestinesi devono trovare un modo per convivere senza violenza. Il riconoscimento reciproco è essenziale. Dobbiamo riconoscere il dolore dell'altro, come diceva Susan Sontag. L'Altro deve sempre esistere. La donna di fronte all'uomo, il credente di fronte all'ateo, lo straniero di fronte al nativo. Le società che eliminano l'Altro distruggono se stesse. Dobbiamo costruire ponti, visioni politiche pacifiche. Ma questo richiede che gli estremisti, sia da parte di Hamas che da parte di Netanyahu, siano disposti ad ascoltare. A Tel Aviv, ogni sabato, decine di migliaia di persone protestano contro questo governo, e lo fanno da due anni. Quando li ignoriamo, aiutiamo Netanyahu. Dobbiamo sostenere coloro che lottano per una visione diversa di Israele”.
In strada però c’è una minoranza del Paese: e il fatto che Netanyahu è primo ministro da così tanto tempo in qualche modo lo dimostra…
“Netanyahu è intelligente, un maestro della manipolazione ed estremamente pericoloso. Sta distruggendo l'Israele che amo: il Paese aperto, liberale e creativo. Si è alleato con gli elementi peggiori della società – le fazioni ultraortodosse – per denaro, religione e corruzione. Ha stretto accordi con l'estrema destra per salvarsi la pelle. Ma non dobbiamo arrenderci. Non tutti gli israeliani votano per lui”.
Lei è appena rientrato da Israele: ha l’impressione che siamo sulla soglia di un cambiamento?
“Ci piace pensare agli esseri umani come animali intelligenti, ma in realtà non lo sono poi così tanto. A volte le persone imparano solo quando le cose vanno davvero male. Sono un veterano della guerra dello Yom Kippur. Per decenni è stata la più grande tragedia di Israele, paragonabile ora al 7 ottobre. Ma ha anche portato ai primi accordi di pace. Le faccio un altro esempio: la Seconda guerra mondiale, con tutti i suoi orrori, ha reso possibile la costruzione dell'Europa. Gli europei hanno capito che è giusto non essere d'accordo, ma non è necessario uccidersi a vicenda. Questa è la lezione fondamentale che dobbiamo ricordare ora. Per tornare alla proposta di Macron, credo che lui sia uno di quelli che, per rispetto verso il popolo israeliano e le sofferenze di entrambi i popoli, sta cercando di trovare un modo per aiutare gli israeliani e i palestinesi a salvarsi da se stessi”.
In questi 22 mesi la realtà per gli artisti palestinesi e per quelli israeliani è stata più polarizzata che mai: lei però è riuscito a continuare a esprimere la necessità del dialogo e del riconoscimento dell’altro. Come?
“Nella mia opera teatrale House, l'idea stessa di avere attori e musicisti che creano insieme fianco a fianco è di per sé un gesto simbolico per mostrare che attori israeliani e palestinesi, accanto a un suonatore di santur iraniano possono lavorare insieme, possono creare un dialogo mettendo in scena entrambe le narrazioni. L’arte ovviamente non può cambiare direttamente la tragica realtà del Medio Oriente, ma può dimostrare che siamo in grado di ascoltarci l'un l'altro e la nostra House è una metafora delle possibilità di creare questo fragile microcosmo. Abbiamo portato questo spettacolo a Londra, Berlino, Roma, Madrid e Parigi. Per alcune persone non è facile da digerire, ma questo è un altro dei poteri dell'arte: permette a chi non è completamente chiuso nel proprio punto di vista di incontrare un altro universo. E fondamentalmente ciò che fa “House” è chiedere a entrambi i gruppi di scoprirsi a vicenda. La chiave di tutto è che non c'è negazione dell'altro, perché quando ciò accade, si va alla guerra successiva. Ma se si promuove il dialogo e la sensibilità - non solo la sensibilità verso il punto di vista dell'altro, ma anche la capacità di sentire la sofferenza dell'altro - allora si va verso la riconciliazione. Personalmente, da giovane avrei dovuto seguire le orme di mio padre e diventare architetto (lui frequentò la scuola Bauhaus nella Germania prebellica): ma dopo aver completato il dottorato in architettura a Berkeley, ho sentito il bisogno di confrontarmi con il destino del mio Paese esprimendo un pensiero critico e ho scoperto molto rapidamente che con i film che realizzavo toccavo un nervo scoperto. Ma ho anche capito che questa era la mia missione: diventare un testimone, trasponendo la realtà nel mezzo cinematografico e teatrale, e talvolta in mostre o installazioni come quelle che ho realizzato sull'assassinio di Yitzhak Rabin. L'arte non cambia direttamente la realtà. Ma preserva la memoria, e la memoria è un agente molto attivo del cambiamento. Se un regista o un regista teatrale ti dice che può cambiare la realtà immediatamente, non succederà. Ma farà riflettere le persone. In questo senso, credo che la realtà non sia cambiata solo dal denaro e dalle armi, ma anche dalle idee. E con questo lavoro, House, come con la mia recente opera teatrale “Golem”, rappresentata a Pompei lo scorso giugno, o con i film, cerchiamo di parlare di idee e memoria. Che è un modo di agire nella realtà. Per questo motivo, direi che gran parte di ciò che faccio è un'attività civica”.