TEL AVIV – Ventotto paracadute si sono aperti sul cielo di Gaza, consegnando dall’alto quello che sarebbe molto più facile e meno pericoloso consegnare via terra. I lanci effettuati nella notte di sabato dagli aerei israeliani, poi nella giornata di ieri da tre C-130 dell’aviazione giordana ed emiratina, erano soprattutto sacchi di farina. Ma ventotto pallet, alcuni dei quali caduti sulle tende provocando il ferimento di undici sfollati, sono niente di fronte a un intera popolazione lasciata senza cibo. Chi può, chi ce la fa, chi ha la fortuna di trovarsi nell’area di atterraggio, insegue i paracadute e si avventa con violenza sui sacchi, come fa chi ha fame e niente da mangiare.
Del nuovo piano umanitario di Israele, se così si può definire una serie di misure che difficilmente risolveranno la crisi e che andavano prese prima, finora si sono visti il ponte aereo, a cui vogliono partecipare anche Francia, Germania e Gran…
TEL AVIV – Ventotto paracadute si sono aperti sul cielo di Gaza, consegnando dall’alto quello che sarebbe molto più facile e meno pericoloso consegnare via terra. I lanci effettuati nella notte di sabato dagli aerei israeliani, poi nella giornata di ieri da tre C-130 dell’aviazione giordana ed emiratina, erano soprattutto sacchi di farina. Ma ventotto pallet, alcuni dei quali caduti sulle tende provocando il ferimento di undici sfollati, sono niente di fronte a un intera popolazione lasciata senza cibo. Chi può, chi ce la fa, chi ha la fortuna di trovarsi nell’area di atterraggio, insegue i paracadute e si avventa con violenza sui sacchi, come fa chi ha fame e niente da mangiare.
Del nuovo piano umanitario di Israele, se così si può definire una serie di misure che difficilmente risolveranno la crisi e che andavano prese prima, finora si sono visti il ponte aereo, a cui vogliono partecipare anche Francia, Germania e Gran Bretagna, e la pausa militare dalle 10 di mattina alle 8 di sera a Gaza City, Deir al Balah e al Mawasi: tre zone dove sono rifugiate 2 milioni di persone e dove non sono presenti truppe. I corridoi per i camion del Programma alimentare mondiale (Pam) e delle altre agenzie Onu, dove l’esercito garantirà il passaggio sicuro dalle 6 alle 11 di sera, devono ancora essere organizzati. Ieri sono entrati circa duecento tir, una parte di quali dall’Egitto, dove erano fermi da settimane, passando dal valico di Kerem Shalom.
«Le pause umanitarie sono necessiarie per raggiungere gli obiettivi della guerra, le Nazioni Unite non hanno più scuse», dice il premier Benjamin Netanyahu, continuando in modo pretestuoso ad addossare alle agenzie Onu la responsabilità della mancata distribuzione. «Non stiamo affamando Gaza, Hamas ha lanciato una campagna di comunicazione falsa e ingannevole», aggiunge Effie Defrin, portavoce delle Israeli defense forces (Idf), completando così la narrazione israeliana.
Le pause citate da Netanyahu, tuttavia, non hanno impedito altri raid e altri morti. Almeno 26 palestinesi sono stati uccisi dall’alba di ieri in diverse zone della Striscia di Gaza, 24 delle quali mentre aspettavano gli aiuti. Lo hanno riferito fonti sanitarie locali. Il bilancio più pesante vicino alla postazione militare di Zikim, alla periferia di Beit Lahia, dove la gente attendeva l’arrivo dei camion: 11 i morti, rende noto l’ospedale Al Shifa. Altre 13 vittime nei pressi di due centri della discussa Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), nel centro e nel sud della Striscia. In un attacco aereo nel quartiere di al Remal, a Gaza City, sono rimasti uccisi una donna e un bambino. Secondo altre fonti, i morti di ieri sarebbero di più, quasi 90.
Il Programma alimentare mondiale fa sapere di avere nella regione cibo sufficiente per nutrire l’intera popolazione di Gaza per quasi tre mesi. «Faremo di tutto per raggiungerla durante le pause militari», dice Tom Fletcher, responsabile Onu degli aiuti. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha chiamato Netanyahu chiedendogli di far entrare più camion «per la popolazione affamata» e di fare il possibile per siglare l’accordo con Hamas sul cessate il fuoco. Tema molto caldo, questo, tanto da spingere il premier inglese Keir Starmer a richiamare i ministri dalle vacanze estive per parlarne, mentre in Italia 35 ex ambasciatori si appellano a Giorgia Meloni perché l’Italia riconosca lo Stato della Palestina, seguendo l’esempio della Francia. «Non ha senso continuare a trattare la tregua mentre la nostra gente, compresi bambini e donne, muore di fame», dichiara in serata Khalil al-Hayya, il capo dei negoziatori di Hamas. —