TEL AVIV – Non è paracadutando la farina sulla testa dei gazawi che si risolverà la carestia. I lanci con l’aereo non sono un sistema efficace, lo abbiamo già sperimentato un anno fa quando molti carichi sono andati perduti in mare o hanno provocato morti e feriti. Oltretutto per farli ci vuole spazio, e a Gaza lo spazio è finito». A parlare da Deir al Balah è l’avvocato Amjad Shawa, 54 anni, direttore generale della rete delle ong palestinesi (Pngo) che operano dentro la Striscia.
In che senso lo spazio è finito?
«In questo momento 2,1 milioni di palestinesi vivono, o meglio sopravvivono, in circa 45 chilometri quadrati perché l’88 per cento della superficie della Striscia di Gaza è occupato militarmente o sottoposto a ordine di evacuazione. Vuol dire una densità di 46.000 persone a chilometro quadrato. Se i pallet paracadutati finiscono lì, la folla si avventa e si azzuffa pur di prendere qualcosa da mangiare perché stiamo morendo di fame. Se atterrano altrove, le casse non poss…
TEL AVIV – Non è paracadutando la farina sulla testa dei gazawi che si risolverà la carestia. I lanci con l’aereo non sono un sistema efficace, lo abbiamo già sperimentato un anno fa quando molti carichi sono andati perduti in mare o hanno provocato morti e feriti. Oltretutto per farli ci vuole spazio, e a Gaza lo spazio è finito». A parlare da Deir al Balah è l’avvocato Amjad Shawa, 54 anni, direttore generale della rete delle ong palestinesi (Pngo) che operano dentro la Striscia.
In che senso lo spazio è finito?
«In questo momento 2,1 milioni di palestinesi vivono, o meglio sopravvivono, in circa 45 chilometri quadrati perché l’88 per cento della superficie della Striscia di Gaza è occupato militarmente o sottoposto a ordine di evacuazione. Vuol dire una densità di 46.000 persone a chilometro quadrato. Se i pallet paracadutati finiscono lì, la folla si avventa e si azzuffa pur di prendere qualcosa da mangiare perché stiamo morendo di fame. Se atterrano altrove, le casse non possono essere raggiunte».
Sabato notte il primo lancio da parte dell’aviazione israeliana...
«È avvenuto alle 10.30, a nord di Gaza City. Si contano dieci feriti e alcune tende devastate. Le persone attorno ai pallet si strattonavano per un pacco di farina o del riso. È un sistema di distribuzione indegno e, per come è stata ridotta Gaza, anche pericoloso. Ciò che serve veramente è aprire all’ingresso di tutti i camion carichi di aiuti che sono fermi da settimane al confine».
L’esercito israeliano ha annunciato corridoi sicuri per i tir. Cosa ne pensa?
«Ci crederò solo quando li vedrò».
Ma se saranno organizzati, basteranno per rimettere in moto la distribuzione?
«I corridoi funzioneranno se saranno tenuti aperti sempre e non soltanto per qualche giorno. Per i livelli di malnutrizione a cui siamo arrivati i 600 camion quotidiani di cui si parlava mesi fa non bastano più, abbiamo bisogno di 1.000 tir al giorno».
Il nuovo piano di Israele prevede anche tregue umanitarie nelle aree più affollate.
«Sono limitate nel tempo e nello spazio, non è un vero cessate il fuoco. I raid continuano nel resto della Striscia, i morti sono posticipati di qualche ora».
In generale come valuta questi cambiamenti?
«Alleviano, ma non risolvono. Sono la conseguenza della gravità della situazione in cui hanno fatto sprofondare Gaza e delle pressioni della comunità internazionale sul governo di Israele, a dimostrazione che esse sono utili. Le pressioni devono continuare, in nome di una responsabilità morale e legale collettiva».
Posto che l’accordo tra Hamas e Israele non è stato ancora raggiunto, quale sono le misure che permetterebbero al popolo palestinese di non morire più di fame?
«Aprire tutti i valichi e permettere l’ingresso libero dei camion, consentendo l’entrata anche ai commerciali. A Gaza non c’è bisogno solo di farina, riso e pasta, ma anche di carne, pesce, uova, frutta fresca, generi alimentari che non sono distribuiti dal sistema umanitario. E bisogna lavorare tutti per ricreare un presupposto ormai svanito».
Quale?
«La fiducia nel sistema umanitario. La gente non si fida più perché oggi per andare a prendere un pacco di riso si rischia la vita. Mi hanno appena comunicato che ci sono stati 13 morti vicino al sito della Ghf a Netzarim, altri 7 morti uccisi dai soldati nei pressi del valico di Zikim dove entrano i camion. Così muore anche la speranza».