Come fermare la guerra a Gaza? Una mappa delle proposte che circolano tra i governi
di Enrico FranceschiniLONDRA – “Si può fare di più per salvare Gaza”, auspica oggi Michele Serra in un articolo sulle pagine di Repubblica. “Il mondo non sta aiutando come dovrebbe il popolo palestinese”, concorda un editoriale sul Financial Times. Ma come fermare la guerra? In che modo mettere fine a un conflitto che dura da quasi due anni e ha causato decine di migliaia di morti, distruzioni immani, ora perfino la fame di massa? Le opinioni discordano.
Si va dalle pressioni economiche occidentali su Israele affinché fermi l’offensiva, alla richiesta di una resa incondizionata di Hamas con il rilascio degli ostaggi, fino alla soluzione vagheggiata dall’estrema destra messianica e ultranazionalista israeliana: svuotare Gaza per annetterla allo Stato ebraico, tra accuse di genocidio, crimini di guerra e pulizia etnica. Ecco una mappa delle proposte che circolano tra governi, diplomatici ed esperti di affari mediorientali.
Sanzioni europee
Unione Europea e Regno Unito, più Canada, Australia, Nuova Z…
LONDRA – “Si può fare di più per salvare Gaza”, auspica oggi Michele Serra in un articolo sulle pagine di Repubblica. “Il mondo non sta aiutando come dovrebbe il popolo palestinese”, concorda un editoriale sul Financial Times. Ma come fermare la guerra? In che modo mettere fine a un conflitto che dura da quasi due anni e ha causato decine di migliaia di morti, distruzioni immani, ora perfino la fame di massa? Le opinioni discordano.
Si va dalle pressioni economiche occidentali su Israele affinché fermi l’offensiva, alla richiesta di una resa incondizionata di Hamas con il rilascio degli ostaggi, fino alla soluzione vagheggiata dall’estrema destra messianica e ultranazionalista israeliana: svuotare Gaza per annetterla allo Stato ebraico, tra accuse di genocidio, crimini di guerra e pulizia etnica. Ecco una mappa delle proposte che circolano tra governi, diplomatici ed esperti di affari mediorientali.
Sanzioni europee
Unione Europea e Regno Unito, più Canada, Australia, Nuova Zelanda e Giappone, hanno espresso una ferma condanna delle ultime iniziative militari di Israele e del sistema adottato da Gerusalemme e Washington per la distribuzione degli aiuti (seppure ora parzialmente esteso alle strutture dell’Onu), esortando il governo di Benjamin Netanyahu a un cessate il fuoco.
Ma le parole, commenta il quotidiano della City, non bastano più. Finora l’Occidente, e in primo luogo l’America che avrebbe la maggiore influenza essendo il maggiore fornitore di armi alle forze israeliane, è stato riluttante a farle seguire dai fatti. Qualcosa in questi giorni si muove, con la proposta di sospendere la cooperazione fra Ue e Israele sul piano della ricerca scientifica. La mossa richiesta da molti sarebbe assai più radicale: il congelamento delle forniture militari europee (poiché nessuno crede che Trump prenderebbe una decisione analoga) a Gerusalemme; e possibilmente anche sanzioni economiche colpendo l’interscambio commerciale con Israele. Varie ragioni spiegano perché questo non è ancora stato fatto: il senso di colpa europeo per l’Olocausto; la consapevolezza che Israele è l’unica vera democrazia mediorientale e un prezioso alleato dell’Occidente nella lotta al terrorismo; il danno che ne risulterebbe anche per l’economia europea; infine il dubbio se le sanzioni, in mancanza di un coinvolgimento americano, servirebbero veramente a convincere Netanyahu a fermare la guerra.
Le dure misure economiche prese da tre anni dall’Occidente nei confronti della Russia, come ritorsione per l’invasione dell’Ucraina, dopotutto non hanno ammorbidito Putin. Ciononostante, una più forte azione concreta occidentale potrebbe influire sul premier israeliano: l’annuncio nei giorni scorsi di “pause tattiche” nella guerra e di “corridoi umanitari” per gli aiuti ai palestinesi dimostra che Netanyahu non è immune alle pressioni della comunità internazionale.
Resa di Hamas
Israele lo ripete spesso: per fermare la guerra basterebbe che Hamas consegnasse tutti gli ostaggi suoi prigionieri dal 7 ottobre 2023, deponesse le armi e si arrendesse, rinunciando a ogni ambizione di continuare a governare Gaza. Nell’aprile scorso la stessa richiesta è arrivata da Mahmud Abbas, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), l’organismo che dall’inizio del processo di pace nel lontano 1993 amministra il 20 per cento della Cisgiordania e che amministrava anche Gaza fino al 2006, quando ne fu espulso da Hamas: definendo i militanti islamici “figli di cane” (un’espressione particolarmente offensiva nel mondo arabo), l’anziano e pur screditato leader dell’Anp ha esortato il movimento fondamentalista alla resa.
Una richiesta che ha ripetuto questa settimana, apparentemente condivisa da una parte dell’opinione pubblica palestinese anche all’interno della Striscia, come dimostrato da varie manifestazioni di protesta. Sarebbe un modo sicuro per evitare la totale distruzione di Gaza, altre vittime in aggiunta ai circa 60 mila morti e centinaia di migliaia di feriti palestinesi. In fondo, è il ragionamento dietro questa ipotesi, Hamas ha già perso la guerra: sta soltanto prolungandola con la sua ostinata resistenza nei tunnel della Striscia e nascondendosi fra la popolazione civile. Il pogrom lanciato contro Israele è risultato non solo in un disastro senza precedenti per Gaza, ma nell’indebolimento degli alleati e finanziatori di Hamas, dagli Hezbollah libanesi all’Iran.
Liberando gli ostaggi e arrendendosi, i jihadisti risparmierebbero ulteriori sofferenze al proprio popolo. Secondo alcuni negoziatori del cessate il fuoco, la leadership superstite di Hamas avrebbe riconosciuto che non potrebbe più avere un ruolo di governo, almeno ufficiale, in qualunque futura amministrazione della Striscia. Perché dunque proseguire i combattimenti e la prigionia degli ostaggi? Per il momento, tuttavia, Hamas non sembra ancora pronta ad abbassare le armi. Il punto chiave della trattativa sul cessate il fuoco verte sulle modalità della fine della guerra e sulla presenza di forze israeliane a Gaza: l’ultima carta che Hamas vuole giocare per dare un senso all’attacco del 7 ottobre.
Riconoscimento della Palestina
La decisione del presidente francese Macron è arrivata a sorpresa e ha come minimo smosso le acque. Non ha effetto immediato: la Francia ha promesso di riconoscere la Palestina in settembre. Un’altra decina di Paesi della Ue e circa 140 in tutto il mondo avevano già compiuto in passato una mossa simile. Il Regno Unito appare in procinto di annunciare un “riconoscimento condizionato” entro breve tempo: la condizione sarebbe la resa di Hamas e il rilascio degli ostaggi. Israele e Stati Uniti criticano la scelta della Francia.
In Italia il governo di Giorgia Meloni la giudica controproducente, sostenendo che non ci sono le condizioni per attuarla, mentre invece l’opposizione la appoggia. In una lunga analisi sul New York Times, Roger Cohen, capo dell’ufficio di corrispondenza del quotidiano americano da Parigi e columnist di lungo corso, presenta l’iniziativa francese come soprattutto simbolica, destinata più a uso interno, per raccogliere consensi e placare l’opinione pubblica nazionale, che in grado di incidere sul conflitto a Gaza.
Consapevole di critiche del genere, Macron ha fatto coincidere la sua decisione con una conferenza internazionale, sostenuta dall’Arabia Saudita, il cui scopo è per l’appunto non lasciare che il riconoscimento di uno stato palestinese resti lettera morta: creando le opportunità per rilanciare la “soluzione dei due stati”, Israele e Palestina, che vivano in pace e sicurezza reciproca uno accanto all’altro, come immaginava l’Onu già nella risoluzione sulla partizione in due stati della Palestina britannica nel 1948, la visione poi rilanciata negli anni Novanta dal processo di pace israeliano-palestinese. La conferenza è in corso, si vedrà con quale esito, ma Washington e Gerusalemme non vi partecipano: riconoscere oggi uno stato palestinese, affermano Usa e Israele, sarebbe come premiare l’aggressione di Hamas del 7 ottobre il massacro di 1200 civili – il maggior numero di ebrei uccisi in un giorno dall’Olocausto in poi – e il rapimento di 250 ostaggi.
Pace con i sauditi
C’è poi il “great bargain”, il grande patto promosso da Trump per completare gli Accordi di Abramo da lui mediati durante il suo primo mandato, quando Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan firmarono la pace con Israele, primi Paesi arabi a mettere fine alle ostilità dichiarate con lo Stato ebraico dopo la Giordania nel 1993 e l’Egitto nel 1979. Stavolta sarebbe la massima potenza economica dell’Islam sunnita, l’Arabia Saudita, a fare la pace con Israele: un tentativo già portato avanti da Trump, ripreso dal suo successore democratico Joe Biden, che stava per concluderlo con successo, all’inizio dell’autunno 2023, quando Hamas attaccò Israele con l’obiettivo specifico di ostacolare il piano.
Perché Hamas era contraria alla pace fra sauditi e israeliani? In primo luogo, perché avrebbe definitivamente rafforzato l’esistenza di Israele, che Hamas vuole invece distruggere per creare, come afferma uno slogan ripetuto spesso nelle manifestazioni propalestinesi in Occidente, una Palestina “dal fiume al mare”, cioè dal Giordano al Mediterraneo, spazzando via gli ebrei. E in secondo luogo perché la condizione irrinunciabile posta dai sauditi per la pace con Israele (oltre a un patto di sicurezza con gli Usa e ai vantaggi economici di sposare il petrolio di Riad con l’high-tech di Tel Aviv) era e rimane “un percorso per la creazione di uno stato palestinese”, nel quale a governare Cisgiordania e Gaza sarebbe l’Anp del presidente Abbas, ovvero la forza laica che è da oltre tre decenni l’interlocutore ufficiale di Israele, non il fondamentalismo islamico di Hamas.
In tal senso, il pogrom del 7 ottobre 2023 è riuscito nell’intento, bloccando le trattative fra Washington, Riad e Gerusalemme, alle quali prendeva parte anche l’Anp di Abbas. Ora Trump, attraverso il suo emissario di fiducia Steve Witkoff, sta cercando dietro le quinte di rimettere in moto lo stesso negoziato. Non è soltanto Hamas ad opporsi al piano: cercano di boicottarlo anche Itamar Ben-Gviri e Bezalel Smotrich, i due ministri di estrema destra del governo Netanyahu, contrari a ogni ipotesi di stato palestinese. Se Netanyahu approvasse il grande patto con i sauditi passerebbe probabilmente alla storia, ma il suo governo cadrebbe e il premier dovrebbe affrontare elezioni anticipate dal risultato incerto, oltre al processo per corruzione nei suoi confronti in via di svolgimento da mesi.
Circolano però indiscrezioni secondo cui, su pressioni della Casa Bianca, in tale scenario uno o due partiti di centro potrebbero offrire a Netanyahu la maggioranza di cui ha bisogno per governare e per rinviare le elezioni fino all’ottobre 2026, la data prevista per la fine dell’attuale legislatura. Senza contare che, dopo avere debellato Hezbollah e Iran, i consensi di Netanyahu sono in crescita e non è del tutto escluso che sarebbe ancora lui, il premier più longevo della storia di Israele, a vincere alle urne, specie se mettesse sul piatto la pace con i sauditi, la liberazione degli ostaggi e la fine della guerra a Gaza. Trump, dal canto suo, a quel punto potrebbe aspirare al premio Nobel per la pace. Sarebbero tutti contenti, tranne Hamas.
Cessate il fuoco
Mettere insieme i tasselli di un puzzle come la pace tra Arabia Saudita e Israele, con il corollario di un futuro stato palestinese, è estremamente complicato. Rimane possibile un piano B che sarebbe comunque un primo passo in quella direzione: un cessate il fuoco, anche temporaneo, con il rilascio di un certo numero di ostaggi ma non di tutti, un paio di mesi di tempo per cercare di trasformarlo nella definitiva fine del conflitto a Gaza. Intanto servirebbe a tamponare la crisi umanitaria che sta facendo morire di fame bambini e adulti palestinesi della Striscia, riaprendo le porte agli aiuti umanitari dell’Onu e di altre organizzazioni e riportando a casa un certo numero di prigionieri israeliani come chiedono i loro familiari. Per un po’, ognuno potrebbe cantare vittoria, Netanyahu direbbe ai suoi ministri di estrema destra che la guerra poi riprenderà, Hamas sosterrebbe che non è una resa unilaterale, Trump mostrerebbe al mondo di avere mediato una seconda tregua nella Striscia. Più volte interrotto, ma sempre ripreso, il negoziato su questa ipotesi va faticosamente avanti.
Riviera di Gaza
Infine, c’è il piano di Ben-Gvir e Smotrich, forse segretamente avvallato dallo stesso Netanyahu, sebbene non dai vertici dell’esercito e dei servizi di sicurezza israeliani: continuare la guerra ad oltranza, per un altro anno, sino alla scadenza della legislatura israeliana e alle previste elezioni. Distruggere le ultime resistenze di Hamas, stremare e affamare la popolazione, indurre un quarto o più dei palestinesi della Striscia a lasciare Gaza “volontariamente”: l’idea della “Riviera di Gaza”, finanziata da investitori americani, annessa di fatto a Israele, con i restanti palestinesi chiusi in una sorta di riserva, forse la “città umanitaria” che il ministro della Difesa israeliano Katz vorrebbe costruire sulle macerie di Rafah. Avendo sconfitto Hezbollah e Iran, almeno per il momento, Netanyahu potrebbe decidere che una Grande Israele è un obiettivo più importante della pace con i sauditi, rischiando le sanzioni europee e perfino un raffreddamento dei rapporti con Trump, se Washington si opponesse.
Ma il “giro della vittoria” israeliano avrebbe un alto prezzo. Già due anni di guerra a Gaza hanno fatto diventare Israele uno stato paria, processato per genocidio e crimini di guerra dai tribunali internazionali dell’Aia, osteggiato nelle piazze di tutto l’Occidente, criticato dai suoi alleati storici, risollevando l’antisemitismo. Portare il conflitto alle sue estreme conclusioni avrebbe conseguenze ancora più gravi, non solo nei rapporti internazionali ma per l’identità stessa di Israele. Rimane sempre valido quello che diceva il più volte ministro, premier, presidente israeliano e Nobel per la pace Shimon Peres: “Se Israele non darà uno stato ai palestinesi, o non saremo più uno stato ebraico, perché metà della nostra popolazione sarà araba, o non saremo più una democrazia, perché non daremo a quella metà della popolazione il diritto di voto. Perciò la soluzione dei due stati rimane l’unica soluzione possibile”. Israeliani e palestinesi ci sono arrivati vicini due o tre volte, dal ’93 a oggi. Il dubbio è se, dopo la guerra di Gaza, avranno un’altra occasione di provarci.