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Shai Parnes: “Israele distrugge il futuro di Gaza. Ecco perché accuso il mio Paese di genocidio”

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Parla il direttore delle campagne di sensibilizzazione della ong israeliana B’Tselem: “L’intento del governo è negare la capacità dei palestinesi di continuare a vivere come gruppo”
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GERUSALEMME – Si prende qualche secondo, Shai Parnes, per rispondere alla domanda più feroce: il suo Paese, e la società in cui vive, non vedono quel che accade a Gaza? «La gran parte degli israeliani è indifferente, quando non lo sostiene. La società genocida non sa, durante il processo, di essere ciò che sta facendo», dice con parole che gelano il sangue. Parnes dirige le campagne di sensibilizzazione di B’Tselem - organizzazione israeliana che per laprima volta - insieme a Physicians for Human Rights - in un rapporto accusa Israele di genocidio.

(afp)

Sulla base di quali evidenze sostenete questa denuncia?

«Nei primi giorni dell’attacco a Gaza, molti alti funzionari israeliani rilasciarono dichiarazioni genocidiarie. Il premier definì la Gaza palestinese Amalek, nome biblico che indica il nemico assoluto. La Bibbia ci ordina di sterminare tutti gli Amalek, comprese donne, bambini, i loro animali dom…

GERUSALEMME – Si prende qualche secondo, Shai Parnes, per rispondere alla domanda più feroce: il suo Paese, e la società in cui vive, non vedono quel che accade a Gaza? «La gran parte degli israeliani è indifferente, quando non lo sostiene. La società genocida non sa, durante il processo, di essere ciò che sta facendo», dice con parole che gelano il sangue. Parnes dirige le campagne di sensibilizzazione di B’Tselem - organizzazione israeliana che per laprima volta - insieme a Physicians for Human Rights - in un rapporto accusa Israele di genocidio.

(afp)

Sulla base di quali evidenze sostenete questa denuncia?

«Nei primi giorni dell’attacco a Gaza, molti alti funzionari israeliani rilasciarono dichiarazioni genocidiarie. Il premier definì la Gaza palestinese Amalek, nome biblico che indica il nemico assoluto. La Bibbia ci ordina di sterminare tutti gli Amalek, comprese donne, bambini, i loro animali domestici. Il presidente israeliano disse: “Si tratta di un’intera nazione”, riferendosi ai palestinesi responsabili del 7 ottobre. Il ministro della Difesa dichiarò che avrebbe imposto un blocco totale su Gaza, senza elettricità, senza cibo. Ventidue mesi dopo quelle dichiarazioni sono diventate realtà. Quando parliamo di genocidio parliamo dell’intento di distruggere la capacità dei palestinesi di continuare a vivere come gruppo, della cancellazione di intere città come Rafah, di tutti i sistemi di supporto vitale, come la sanità, e delle infrastrutture. Israele sta affamando tutta Gaza, bambini inclusi, non importa chi sei, conta solo che fai parte di quel gruppo. È il manuale di cosa sia un genocidio».

Chi contesta questa accusa sostiene che 60mila morti non significano genocidio.

«Il genocidio non è una questione di quante persone siano state uccise – 60mila, ed è una sottostima - ma riguarda la cancellazione di tutte le strutture sociali che rendono possibile la vita a Gaza. Israele sta distruggendo anche la vita futura perché ha cancellato l’intero sistema educativo, università, scuole».

La Corte Internazionale di Giustizia però non si è ancora pronunciata.

«Il sistema giudiziario funziona lentamente, non possiamo aspettare che il tribunale emetta la sua sentenza tra qualche anno. Dobbiamo fermare tutto questo ora».

Il governo israeliano contesta l’intenzionalità che gli attribuite, portando come prova la distribuzione degli aiuti a Gaza.

«Non stanno distribuendo aiuti, li hanno bloccati da marzo. Non permettono ai feriti di evacuare, di ricevere cure, hanno bombardato moschee, università: perché? È l’idea che non ci siano palestinesi innocenti. Lo dicono ad alta voce».

È un’idea diffusa anche nella società civile israeliana?

«Secondo i sondaggi, la gran parte degli israeliani è quantomeno indifferente a ciò che sta accadendo a Gaza, se proprio non lo sostiene. La società genocida non sa, durante il processo, di essere ciò che sta facendo. I media mainstream in Israele non parlano di Gaza. L’orribile, brutale e criminale attacco di Hamas del 7 ottobre ha fatto sentire a molti israeliani una paura esistenziale, è vero. Ma ci sono altri fattori che spiegano come siamo arrivati qui. La nostra vera struttura politica è l’apartheid, la separazione, la supremazia ebraica, la totale impunità per chiunque abbia fatto del male ai palestinesi. E il governo è il più di destra, radicale, messianico e violento che Israele abbia mai avuto».

Eppure ci sono tanti israeliani che scendono in piazza, che protestano, denunciano: sta cambiando qualcosa?

«Ho grande ammirazione per coloro che manifestano, che vanno a proteggere i palestinesi in Cisgiordania o ai confini di Gaza, ma sono una piccola minoranza. Solo la comunità internazionale può fermare il governo israeliano, ma finora ha fallito. Fate appello ai vostri leader perché agiscano”.

Cosa prova denunciando il fatto che il suo Paese sta compiendo un genocidio?

«C’è un detto che dice: la tua patria è il Paese di cui ti vergogni. Non sono orgoglioso della reputazione del mio Paese, ma le società possono cambiare e sono cambiate nel corso della storia. Ci sono persone qui, palestinesi ed ebrei, che anche in questi tempi di orrore lavorano perché ogni ogni essere umano, dal fiume al mare, abbia gli stessi diritti di libertà e di vita dignitosa. Sono orgoglioso di loro».

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